Saper cadere per poter volare

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Il parkour e il freerunning praticati a Turi da Daniel De Tommaso ed Enzo Scotella, tra sostenitori, detrattori, infortuni e vertigini

Lo scorso anno a Matera si teneva la 20° edizione dell’Art of Motion, evento di livello mondiale organizzato da Red Bull durante il quale trovano spazio diversi atleti di Parkour e Freerunning. Per i profani, il parkour arriva in Italia attorno al 2005, sviluppandosi molto grazie al web; dopo oltre dieci anni, nel consiglio nazionale del 19 dicembre 2017, il CONI lo inserisce nell’elenco ufficiale delle discipline sportive.

LE ORIGINI DEL PARKOUR

Ad ogni modo le radici di questo sport, conosciuto agli albori come “arte dello spostamento” (art du dèplacement) e “percorso” (parcours), affondano nei primi anni del Novecento; dal punto di vista concettuale, invece, la concezione del parkour trae ispirazione dal metodo naturale di Georges Hébert, ufficiale di marina francese, il quale sviluppò un particolare metodo di allenamento per l'addestramento delle truppe, definito Hébertismo, il cui motto è: «Essere forti per essere utili». L’utilità riveste dunque un ruolo centrale, tant’è che lo scopo e dunque la sfida del parkour si configurerebbe come lo spostarsi da un punto A ad un punto B nel modo più efficiente possibile, sfruttando i propri mezzi fisici e l’ambiente circostante. Utilità intesa come efficienza, ma anche come semplicità e velocità: per racchiudere tutti questi concetti, basterebbe pensare ad una serie di movimenti effettuati lungo un cammino disseminato di ostacoli, avendo come obiettivo quello di essere quanto più rapidi e fluidi possibili nel percorrerlo.

PARKOUR VS FREERUNNING

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Col passare del tempo, come qualsiasi fenomeno culturale, anche il parkour non è stato immune da contaminazioni, a partire dalle quali sono nate diverse espressioni di quella che in un certo senso era la forma originaria.

Ci si è resi conto, in breve, che quei percorsi tracciati dai traccianti – si chiamano così i praticanti di parkour – avrebbero potuto arricchirsi di evoluzioni più spettacolari, anche se meno efficienti: nasce così il freerunning, in un certo senso figlio del parkour, seppur distante anni luce da quest’ultimo sotto l’aspetto che, in fin dei conti, li distingue. La ricerca dello stupore stimola i freerunners a cercare nuovi tricks, allontanandosi dal principio dell’utilità, per avvicinarsi a quello dell’estetica: il concetto stesso di “parcours” (percorso) cambia, diventando freerunning. L’addestramento militare è ormai diventato arte ed espressione di stile.

Durante una conferenza stampa avvenuta durante la sopra citata edizione del Red Bull Art of Motion, il direttore sportivo dell’evento, Nico Wlcek, affermava: «Quando vedo un atleta che fa parkour vedo una forma di spiritualità. Quelli di livello più alto, che hanno migliaia di ore di allenamento sulle spalle, quando si muovono sui tetti stanno dando il 100%, stanno mettendo a rischio la loro vita, e per me quello è sicuramente un atto spirituale. Non perché rischiano la pelle, ma perché sanno esattamente di cosa sono capaci. Lo stesso però lo fanno i freerunner. Credo che la differenza principale – dirà più tardi – sia nello stile. Trick, movimento e creatività sono una parte fondamentale del freerunning, molto più rispetto al parkour, dove invece il focus è più su velocità, tecnica ed efficienza. Nel freerunning si crea quasi una connessione tra cose, non è solo una questione di distanza o di tempo, ma anche di come ti muovi in aria».

PARKOUR E FREERUNNING, INSIEME

Augurandoci di avervi ben introdotto a questo mondo, vogliamo adesso spostare la nostra attenzione sulla nostra Turi; nonostante non si tratti di una megalopoli, il parkour ed il freerunning sono riusciti a trovare terreno fertile anche Turi. Il fenomeno, certamente, non è su larga scala e vanta finora due soli appassionati e assidui praticanti: Daniel De Tommaso ed Enzo Scotella, quest’ultimo adesso in convalescenza a causa di un infortunio al crociato. I due sono legati da una grande amicizia ed insieme condividono da tempo questa passione.

Ebbene, tornando alle differenze tra parkour e freerunning, Daniel ha preferito piuttosto orientarci verso quello che è il legame tra queste due discipline: «Unendo parkour e freerunning è possibile superare gli ostacoli in maniera rapida ed efficiente, facendo comunque delle evoluzioni. Tantissimi ormai cercano questa sintesi, superando la vecchia scuola del parkour puro. Il freerunning ha portato una certa spettacolarità sia nel vederlo che nel praticarlo; adesso c’è più adrenalina sia per chi guarda sia per chi esegue».

UNA PASSIONE SCOPERTA TARDI

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Quando hai iniziato a praticare questo sport?

«Ho iniziato tardi, perché da piccolo non sapevo nemmeno dell’esistenza di questo sport. L’ho scoperto quando avevo 18 anni tramite Enzo Scotella e guardando dei video; all’inizio mi sembrava assurdo, impossibile replicare certi movimenti: “non arriverei mai a fare una cosa del genere”, mi dicevo; con il tempo, però, ho iniziato ad apprendere, maturando tantissima esperienza diretta. Le cadute non sono di certo mancate».

Ovvero?

«Ricordo ad esempio una caduta che mi causò la lesione del setto nasale e 7 punti per una ferita rimediata alla testa; un’altra volta mi si è lussata la clavicola. Tutto dipende da come si cade, specie quando si parte dall’alto».

Sei autodidatta o hai seguito dei corsi?

«All’inizio, come dicevo, praticavo parkour assieme ad Enzo, entrambi senza essere seguiti da nessuno. Siamo partiti facendo cose semplici. Dopo un po’ di tempo abbiamo conosciuto un istruttore di Putignano, il quale ci ha insegnato tutto ricominciando dalle basi».

SAPER CADERE: IL “ROLL”

A tal proposito Daniel torna a parlare dell’importanza di saper cadere: «Il nostro istruttore, ogni volta che dovevamo effettuare un salto da una parte alta, ci diceva di far attenzione al movimento finale. Quando si impatta con il suolo, bisogna scaricare il peso per far sì che l’impatto stesso non provochi gravi lesioni. Per scaricare è necessario fare una semplice capovolta, il cosiddetto “roll”. Un movimento dinamico importantissimo per riuscire a cadere senza farsi del male».

LA VERTIGINE NON È…

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Ad un certo punto, come un fulmine a ciel sereno, Daniel ci rivela che: «In realtà soffro di vertigini. Ciononostante grazie ai miei allenamenti ho effettuato tantissimi salti, affrontando a viso aperto la paura generata dal blocco psicologico delle vertigini. Il parkour insegna che non bisogna fissarsi; piuttosto è necessario affrontarle. Se non le affronti, non sai mai come può andare a finire».

È per questo che ti piace questo sport?

«Anche. Ma soprattutto perché è l’attività che riesce davvero a farmi divertire». Insomma, pare che il nostro concittadino possa essere l’esemplificazione perfetta di quei versi tanto famosi di Jovanotti, il quale definiva la vertigine come voglia di volare.

TRA SOSTENITORI E DETRATTORI

A Turi, dicevamo, è difficile imbattersi in altri giovani appassionati di questa disciplina; da un punto di vista sociale, questi fenomeni di nicchia non sempre vengono stimolati da certi ambienti in cui, quasi miracolosamente, sono riusciti a trovare spazio.

Come reagisce la gente che ti guarda mentre esegui delle evoluzioni?

«Molti restano allibiti perché pensano che certi movimenti siano contro la fisica e le leggi di gravità; tanti altri, invece, iniziano ad assieparsi e ad incitare. Qualcuno teme per la mia incolumità, qualcun altro invece, forse per invidia, finisce per augurarmi apertamente il peggio. Uno mi suggerì di fare un video nel quale avrei dovuto lanciarmi da un grattacielo». Alla pochezza di certi individui, sicuramente mossi dalla propria inettitudine spirituale oltre che fisica, lo stesso Daniel risponde sempre con il sorriso di chi non ha alcuna intenzione di rinunciare alla propria passione.

IL DESIDERIO DI LIBERTÀ POST-COVID

Di recente il nostro giovane concittadino ha partecipato al concorso “Il Talento nasce al Sud”, iscrivendosi con un video durante il quale rappresenta una sorta di fuga acrobatica dal virus, verso il mare e la libertà: «L’intenzione era quella di comunicare il desiderio di libertà dopo un lungo periodo di blocco generale» – spiega. Nel susseguirsi delle riprese non mancano back flip, front flip, slide flip 360, side flip 180 ed un doppio salto frontale per concludere. Curioso l’impiego della gym ball, utilizzata come fosse un trampolino.

SOSPESO IN ARIA

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Al di là delle competizioni e dei concorsi, Daniel non perde mai l’occasione di stupire anche nella quotidianità; e così, in una normalissima giornata al mare, può capitare che il nostro concittadino salti dal tetto degli spogliatoi del lido o da un muretto piuttosto alto: quest’ultimo, un autentico volo d’angelo, è stato immortalato ad Alborada Beach; uno scatto davvero suggestivo, nel quale Daniel pare essere sospeso in aria, come se stesse planando.

Qual è fino ad oggi l’altezza massima da cui hai deciso di saltare?

«Una volta sono atterrato sul terreno da un’altezza di 5 metri. Mi ero lanciato dal terrazzo di una casa».

“TUTTO DIPENDE DA TE”

Consiglieresti ai giovani di praticare questo sport? Del resto non c’è bisogno di spazi particolari per fare parkour e freerunning.

«Esatto. Non importano gli spazi. Tutto dipende da te. Questo vale anche nei movimenti che si vanno ad eseguire. Se ci si allena con gradualità, senza avere fretta, si guadagna pian piano padronanza. La fretta porta a brutte conseguenze; io stesso, consapevole di aver iniziato troppo tardi, sono partito con la fretta e per questo mi sono fatto male tantissime volte. Per divertirsi in questo sport è necessario imparare per bene ciò che si vuole fare. Lo consiglierei a chi ama gli sport estremi, perché fa divertire davvero».

La morale, dunque, è che tutto dipende da sé stessi, ma soprattutto che per poter volare bisogna innanzitutto saper cadere.

LEONARDO FLORIO