Mercoledì 24 Aprile 2019
   
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LINO BANFI, TURI E ORONZO PUGLIESE

     

 Dopo 24 anni, un secondo film ispirato all’allenatore turese

Banfi riporta sul grande schermo la parodia di Oronzo Pugliese

A Turi una strada e una targa ricordano il “Mago di Turi”

Si chiamava Oronzo Pugliese. Nato nel 1911 in una famiglia contadina di Turi, terra della ciliegia. Prima calciatore, poi allenatore di Siena, Foggia, Bari, Roma e Fiorentina, in panchina era un mago- per questo fu soprannominato «il mago di Turi». Morto nel 1990, Pugliese ha ispirato Lino Banfi: l’attore di Canosa di Puglia ha portato in questi giorni nei cinema la seconda puntata de «L’allenatore nel pallone» interpretando Oronzo Canà, «mister» passionale e sconclusionato. Dietro il personaggio interpretato magistralmente dall’attore pugliese c’è la parodia ad Oronzo Pugliese. Pirotecnico, motivatore di squadre spesso modeste e fenomeno del calcio anni Sessanta, Pugliese ebbe una storia più cinematografica di un film. Fu un mito.

Il nuovo film nelle sale cinematografiche da ieri sera pullula di comparse d’eccezione: Totti, Gattuso, Toni, Buffon, Del Piero, Materazzi. Purtroppo, se i calciatori ingaggiati nel cast del film volessero approfondire la conoscenza del Mago facendo un giro a Turi ne troverebbero poche tracce. C’è una strada che porta allo stadio intitolata a lui: «Via Oronzo Pugliese, allenatore di calcio». C’è l’amico barista Santino Iacovazzi che ricorda Oronzo negli spogliatoi della Fiorentina quando chiamò De Sisti e sbattè il portafoglio sulla lettiga dicendogli :”Dite che sono tirchio? Qui dentro ci sono 200mila lire. Se vincete sono vostre. Se avessero perso non avrebbe mollato un centesimo, pardon, una lira. C’è il portalettere in pensione Cesare Cancellieri, presidente del «circolo biancorosso Oronzo Pugliese», club di supporter del Bari che conta ormai un solo iscritto (se stesso), che tifa ancora per don Oronzo. E ci sono pochi vecchi tifosi. Augusto Susca, dipendente comunale. 
Orgoglioso, tenace e teatrale, proprio come lo reintempreta Banfi nel suo nuovo film, Pugliese caricava i suoi calciatori come nessun altro. «Era un po’ il Nereo Rocco del Sud. Rocco parlava triestino, mio padre barese» ricorda Matteo Pugliese, secondogenito di don Oronzo. Il mago di Turi entrava in campo in giacca e cravatta, ma a fine partita restava in camicia, strapazzava la giacca e rischiava di strappare i pantaloni con uno scatto da centometrista  lungo la fascia laterale per incitare l’ “ala” vicino alla panchina. Prima della partita, si racconta in paese, e si ammira nella prima puntata del film, si riempiva le tasche di sale e lo spargeva accanto alla panchina affidando a qualcuno dei suoi il compito di gettarne una manciata dietro la porta. Era la terapia anti malocchio. Forse leggenda e poca verità in tutto questo, ma è bello ricordarlo così. «Ronzino, ma perché ti fissi con queste sciocchezze?» gli chiedevano gli amici. «Quanto costa un pacco di sale?» rispondeva lui. Era l’unica spesa folle che si permetteva. Al bar Iacovazzi di Turi ancora lo ricordano: «Entrava e diceva: chi mi offre un caffè?». Insomma, un turese doc. Non gli piaceva spendere.
Come calciatore si fece conoscere poco. Ma la carriera di allenatore gli regalò una vita tutt’altro che anonima. Nel 1958-59 portò il Siena a un passo dalla serie B. Poi modellò il suo capolavoro col Foggia (in quattro anni dalla C alla A, era il 1965). Vinse il Seminatore d’Oro come migliore allenatore italiano. La tattica racchiusa nel proverbio «tu ti stai,io mi sto. Me la chiedi, non te la do» funzionò la prima volta il 31 gennaio 1965. L’Inter era troppo forte per essere sfidata a viso aperto e don Oronzo spiegò furbescamente ai suoi che bisognava aspettare, guardare, studiare, senza esporsi al micidiale contropiede di Suarez e compagni. Così il Foggia di Pugliese battè per tre a due la corazzata dell’Inter. E quel giorno Oronzo Pugliese divenne «il mago di Turi», il mago dei poveri, alternativa contadina al mito di Helenio Herrera, il «mago» della grande Inter. Il duello durò a lungo. A proposito di tattiche calcistiche, la bi-zona di Oronzo Canà, personaggio interpretato da Banfi, è una palese parodia della "doppia zona" di Oronzo Pugliese. Era una tattica sperimentale del tecnico di Turi, che prevedeva la divisione dei suoi giocatori in due gruppi da cinque, uno sul lato sinistro, uno sul destro. I giocatori non avevano disposizione precisa, e potevano muoversi più o meno liberamente nel loro lato del campo (ma non sull'altro). Potevano quindi raggrupparsi tutti in difesa, oppure lanciarsi tutti insieme in avanti in caso di possesso di palla. Questo stratagemma, basato sul gioco di squadra non riscosse un grande successo, in quanto sbilanciava pericolosamente la squadra. Fu idolo di Roma dal ‘65 al ‘68 e grande sostenitore di Capello. Nel 1967 i due si incontrarono nella Roma: Capello era una giovane promessa («un campioneeee» urlava Pugliese ai giornalisti). Quando l’allenatore, ex juve, tornerà in campo e darà direttive alla sua Inghilterra in perfetto inglese, pensi per un attimo al suo maestro che dava lezioni di calcio in perfetto barese.

Le sue uscite in “dialetto” stretto erano buffe e ricche di significato. Molti calciatori da lui allenati non le apprezzavano, e forse nemmeno qualcuno del nord Italia Navigando su internet è facile trovare alcune sue espressioni più colorite. Ne riportiamo alcune. 

"Date, pigghiate... fescite, fescite.

Acciaffat' a cudde... Vedite, Vedite.

Uagliò,la palle: ca se no ji t'accide"

"Acciaff'a cudde... vite,vite.

Uagliò la palla, ca se no t'accide"

"Uagnune, nda denz'a le uà,

nu amà scì in serie A.

Forz' alle gamme, forz'a le becchine

non zite facenne le signorine.
Forza, uagnune...

Acciaffate ddò, acciaffate ddà,

non zite facenne le baccalà

perchè ama scì in serie A"

Allenando il Bari fece miracoli. Una notte il difensore Pasquale Loseto, non riuscendo a dormire, uscì dalla stanza dell’albergo alla ricerca di un giornale e trovò il mister disteso nel corridoio: «Che fate don Oronzo?». E Pugliese, scattando in piedi: “Stavo facendo un po’ di flessioni&rdq uo;. “Spiava sotto la porta delle camere per vedere se c’era la luce accesa. Qualcuno faceva tardi giocando a carte”, sorride Roseto, “e lui era molto rigido nei ritiri”.
Sicuramente in tutta Italia il film riscontrerà un successo enorme, come d’altronde è avvenuto per il primo film di Banfi, un cult degli anni ’80. A Turi chi andrà a vedere il secondo film al cinema sicuramente lo seguirà con un approccio più poetico e passionale perché penseranno a «Ronzino». Qui poco resta, del «mago di Turi». Una strada e una targa. Nient’altro, neppure Cosimino, un suo tifoso fedelissimo. Ogni domenica seguiva il mago su tutti i campi d’Italia ma, timoroso, si faceva vivo solo alla fine delle partite vinte. Pugliese un giorno lo ringraziò dicendogli: «Cosimino, devi venire più spesso, mi porti fortuna. Quando ci sei tu, vinco». Era furbo, don Oronzo: vinse contro Herrera più di chiunque altro, lanciò l’uomo che sarebbe poi diventato il manager dell’Inghilterra. Eppure il pavido Cosimino lo “fregò” fino all’ultima partita.

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