Venerdì 03 Luglio 2020
   
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“Dobbiamo fare un salto di quantità e di qualità”

Il prof. Onofrio Resta

Onofrio Resta: “Abbiamo rinforzato gli ormeggi, ora servono i risultati”.

“Le potenzialità di questa Amministrazione sono alte così come le attese della popolazione”


All’inizio della settimana abbiamo salutato l’avvio della “fase tre” e il Covid sembra già un ricordo lontano. Invece, “il virus non è scomparso, circola a velocità ridotta e a fari spenti ma è ancora in giro” – avverte il prof. Onofrio Resta, Direttore del Reparto UTIR Covid del Policlinico di Bari. È qui, nel padiglione Asclepios riconvertito a tempo di record, che si è condotta la “battaglia” contro un “nemico ignoto” che ha imposto una rivoluzione del concetto stesso di sanità, puntando l’attenzione sul sistema territoriale e sull’accoglienza del paziente.

Dopo una riflessione su quello che potrebbe aspettarci in autunno, chiediamo al prof. Resta di togliere per un momento il camice e indossare gli abiti civili del capogruppo di maggioranza, guidandoci nell’analisi dello stato di salute dell’Amministrazione. Complessivamente buono, qualche linea di febbre si registra toccando i settori dell’Urbanistica e dei Lavori Pubblici e, in generale, ragionando sulla strettoia in cui finisce l’entusiasmo dell’indirizzo politico quando si confronta con i limiti strutturali e personali della macchina amministrativa. La cura? “Non certo cambiare la parte politica ma il contesto nel quale si deve lavorare”.

Il reparto Covid-19 del Policlinico ha dimesso l'ultimo paziente. Possiamo considerarci fuori pericolo?

«Il grosso pericolo è passato. Dovevamo evitare che succedesse in Puglia quanto accaduto in Lombardia e ci siamo riusciti. Un aiuto lo abbiamo ricevuto dalla tempistica: nella nostra regione l’affondo del Covid-19 è giunto più tardi rispetto all’assalto che ha subìto la Lombardia, colpita in un momento in cui non si conosceva il virus e non erano state adottate le cautele che poi abbiamo appresso e messo in campo. Misure di prevenzione che continuano ad essere fondamentali, basta guardare quello che succede negli USA: ci sono degli Stati in cui si è data poca importanza a queste cautele e la curva dei contagi e del tasso di mortalità hanno registrato un’impennata. Restando in Puglia, non posso predire il futuro ma i dati ci dicono che la prima fase l’abbiamo superata abbastanza bene».

Si parla di una seconda “ondata” autunnale. Cosa dobbiamo aspettarci?

«L’esperienza ci insegna che ad ottobre arrivano i primi virus dell’apparato respiratorio che, pur essendo meno aggressivi, determinano una sintomatologia simile a quella del Coronavirus, almeno nelle prime fasi. Non va dimenticato, inoltre, il problema del virus influenzale che si comporta come il Covid, anche se ha una mortalità ridotta: come si farà a distinguere se si è di fronte all’inizio di una nuova epidemia o a una normale influenza? Ogni caso andrà affrontato con scrupolo e con un’accurata diagnostica differenziale, anche perché non sappiamo quali scenari si presenteranno se i due virus si alternassero o si presentassero insieme».

Come si sta orientando la comunità scientifica?

«Una sollecitazione di noi pneumologi, accolta dalla Regione Puglia, è stata quella di anticipare la somministrazione del vaccino antinfluenzale e di estenderne la copertura: oggi ne usufruisce circa il 50% della popolazione, dobbiamo arrivare al 90% con un particolare riguardo per i soggetti anziani.

Abbiamo anche la carta del vaccino “anti-Covid” che, tuttavia, dovrebbe arrivare in Italia a fine dicembre, in “ritardo” rispetto all’esordio dell’influenza. Tra l’altro, questo vaccino, che inizialmente sarà somministrato a una determinata cerchia di soggetti, ovvero agli operatori sanitari e alla popolazione anziana, avrà bisogno di tempo prima di iniziare a lavorare, così come servirà tempo per studiare i possibili effetti disturbanti e i relativi correttivi. In definitiva, non possiamo abbassare la guardia: il virus non è scomparso, circola a velocità ridotta e a fari spenti ma è ancora in giro».

Un bilancio degli ultimi tre mesi trascorsi in corsia?

«Al netto delle tante difficoltà incontrate, ci sono anche degli aspetti positivi. Abbiamo imparato molte cose da questa inattesa epidemia: abbiamo imparato a trattare i pazienti con insufficienza respiratoria molto meglio dal punto di vista medico; abbiamo imparato sul campo come si organizza un’emergenza, quali armi abbiamo e quali potenziare. Oggi non possiamo più fare finta che non sia successo niente, come è accaduto nel 2004 con la Sars. Inoltre, non è escluso che in futuro possano verificarsi altre pandemie: ci sono virologi che parlano di una probabile “nuova bestia” tra quattro o cinque anni. Ed allora, la sanità deve farsi trovare pronta, rivoluzionando il proprio modello, individuando nuovi percorsi che tengano conto di un dato di partenza: la battaglia si combatte negli ospedali, la guerra si vince sul territorio».

Cosa intende?

«Medici e infermieri sono stati per tre mesi chiusi in un bunker, mettendo a rischio la propria vita e combattendo nei reparti di terapia semintensiva e intensiva contro una minaccia che solo ora iniziamo a conoscere un po’. Tuttavia, se vogliamo “sconfiggere” questa e le successive epidemie virali su larga scala, occorre puntellare il sistema sanitario territoriale e perfezionare l’accoglienza.

Un passo in questa direzione lo abbiamo già fatto: la disorganizzazione che regnava prima della pandemia è stata ridimensionata, elaborando un protocollo che finalmente restituisce una maggiore dignità al malato, obiettivo per cui mi sono sempre speso nella mia vita professionale, scontrandomi con la logica che riduce il paziente a un numero.

Oggi, il portiere accoglie decorosamente l’utente – che arriva in ospedale ad un orario predefinito evitando le infinite attese – e lo accompagna in reparto, nei cui corridoi c’è solo lui. Qui una garbata infermiera, con le dovute protezioni, effettua il pre-triage, ovvero ricostruisce la storia clinica del paziente e lo accompagna dal medico che lo visita avendo un quadro preliminare esauriente. Bisogna continuare in questa direzione, coinvolgendo sempre più il personale medico in questa nuova concezione del rapporto ospedale-paziente e aumentando il numero di infermieri».

L'epidemia ha lasciato strascichi importanti anche nel tessuto socioeconomico, portando un aumento della platea dei soggetti fragili. Quali proporzioni ha assunto questo fenomeno a Turi?

«Ho vissuto poco la situazione turese e me ne dolgo. Da quanto ho potuto ricostruire, i Servizi Sociali hanno retto bene. Il personale è stato sempre presente, rinunciando alla possibilità del “lavoro agile” e stando a contatto con la gente, pronto ad aiutare i cittadini a beneficiare delle facilitazioni previste dai provvedimenti nazionali e regionali. Può darsi che tutto non sia andato alla perfezione, però mi permetto di far notare che la Lombardia, considerata la regione più ricca e con la migliore sanità, ha riportato vari fallimenti. Ebbene, Turi non ha fatto figuracce, ha affrontato la crisi come meglio poteva».

Ci sono misure straordinarie su cui state ragionando?

«Spero che con l’assessore al Bilancio, che ha lavorato benissimo perché è persona seria, sia possibile reperire ulteriori risorse per supportare le fasce più colpite dall’emergenza sanitaria.

Ho letto i vari interventi della minoranza in cui si chiedono riduzioni o posticipazioni delle tasse. Parlare è facile e non costa nulla, poi bisogna fare i conti con la realtà: Turi è un Comune che ha grossi problemi di introiti, poiché non tutti i cittadini pagano i tributi locali, e che non può contare su altri ritorni economici. Questa situazione storica ci metta davanti a un Bilancio che non permette di attuare quelle misure che tutti vorremmo. Chi si opporrebbe a ridurre la Tari, posticipare l’Imu o prevedere un contributo ‘una tantum’ per gli imprenditori danneggiati dal lockdown? È dunque corretto puntare ad una responsabile politica di lotta all’evasione: non si tratta solo di una questione di equità e giustizia fiscale ma di una necessità. Senza la riscossione delle tasse non andiamo avanti. Politiche avventate, che non tengano in considerazione la capienza delle casse comunali, ci porterebbero al default e a pagare un pegno pesante».

Da medico, come giudica lo stato di salute di questa Amministrazione?

«È complessivamente buono. Ci sono punti di vista a volte differenti, questioni che dobbiamo risolvere non solo a vantaggio di alcune posizioni. Non sempre è facile essere tutti d’accordo, come è fisiologico in un gruppo di 12 persone che si confrontano, ma nessuno ha messo in discussione l’unità politico-amministrativa di questa maggioranza.

Per quanto riguarda la mia delega, confermando che sicuramente è indispensabile una mia maggiore presenza, pongo con forza la necessità che all’Ufficio di Piano ci sia una guida costante, nel tempo e negli indirizzi. A questo proposito, ricordo che la stessa maggioranza, in Commissione consiliare, ha votato a favore di una revisione della quota di compartecipazione, poiché non si riusciva a capire quali erano i servizi che ricevevamo in cambio. Bene, non so se siano arrivate rassicurazioni in merito a una risoluzione della vicenda, non vorrei che ritornassimo in Consiglio con gli stessi problemi di un anno fa. Tra l’altro, essendo una somma importante del nostro Bilancio e una parte rilevante dell’impegno dell’Amministrazione, soprattutto in un momento di difficoltà generale, il problema si deve porre in cima all’agenda di governo. In queste ore ho fatto presente al sindaco che non basta la pur abile e importante presenza del funzionario, occorre l’intervento continuo e puntuale della parte politica. Ebbene, essendo un settore a me delegato dal sindaco, se sarà possibile a norma di regolamento sono disponibile ad andarci io, anche se poi per la firma dei provvedimenti sarà necessaria la presenza del primo cittadino o di un assessore. A scanso di equivoci, preciso che sollevare queste obiezioni non vuol dire criticare l’operato dell’Amministrazione, bensì segnalare l’opportunità di fare degli aggiustamenti in corso d’opera per ottenere risultati che in alcuni settori stentiamo a raggiungere, e di questo sono il primo a fare ammenda».

Cosa ci dice degli altri settori?

«Nutro molta preoccupazione per gli Uffici dell’Area Tecnica, che continuano a mostrare un evidente affanno: la nostra Amministrazione – lo diciamo sempre nei Consigli comunali – doveva essere il momento del cambio radicale del modo di approcciare il tema dell’urbanistica; evidentemente non tutto sta andando come avevamo previsto. Penso per esempio alla questione delle concessioni edilizie. Qualcosa è cambiato ma è ancora troppo poco. D’altra parte, la questione del rifacimento delle strade extraurbane è sintomatica: abbiamo iniziato a parlarne un anno fa e non è cambiato assolutamente nulla, tant’è vero che siamo arrivati al periodo di raccolta delle ciliegie con gli stessi problemi di quando ci siamo insediati. Eppure lo avevamo promesso durante la campagna elettorale. Ad ogni modo, la responsabilità non è politica, e mi spiace essere di parere diverso dagli appunti mossi della minoranza. Ricordo che in passato l’Area Tecnica ha lavorato a rilento anche quando abbiamo avuto assessori competenti. Ripeto, non è un problema del singolo assessore o del sindaco che, come ho sempre riconosciuto, sta lavorando con un impegno immane. Non serve cambiare gli assessori, piuttosto è importante sollecitare una verifica per rimuovere gli ostacoli strutturali degli Uffici. Del resto, questa Amministrazione – ed è un merito – ha assunto dei funzionari, ha aumentato il numero del personale e gli Uffici Tecnici sono stati dotati, fin dal Commissario, di più incarichi di supporto al Rup. Abbiamo rinforzato gli ormeggi, ora servono i risultati».

Area Tecnica che è finita di nuovo al centro della tempesta.

«Non parlo di questo aspetto, non è la prima volta che succede e spetterà al sindaco e al segretario valutare i provvedimenti per migliorare la convivenza di questi due uffici che è determinante ai fini del funzionamento. Permettetemi di parlare di questi due Uffici perché da qui passa il 90% del nostro programma e delle esigenze dei cittadini. In più sono ambiti che, se procedono tra intoppi e stenti, se funzionano poco o con difficoltà, diventano automaticamente motivo di dubbi sul versante della trasparenza: viene facile insinuare che questi intoppi siano legati a chissà quale interesse, cosa che non è vera e che comunque dobbiamo evitare che succeda.

Parimenti, dobbiamo prendere atto anche di altri settori in cui probabilmente va corretto il tiro. A fronte dell’impegno e dell’entusiasmo del sindaco e di tutta la squadra, il risultato di questa Amministrazione può essere migliore. Le potenzialità sono alte così come le attese della popolazione. D’ora in poi, finita l’epoca Covid, dobbiamo riprendere a marciare spediti. I problemi che abbiamo da risolvere sono tanti e serve un impegno maggiore di tutti, anche coinvolgendo per talune situazioni la minoranza, come spesso è stato sollecitato in Consiglio comunale».

Per concludere, un suo parere sulla versione “Express” della Sagra della Ciliegia Ferrovia?

«Mi pare che il sindaco abbia indovinato sia la formula che il metodo, ossia la scelta dei protagonisti. Finalmente si è promosso il lavoro coordinato di più settori, dal marketing alla cultura e alle politiche agricole, coinvolgendo attivamente le associazioni e il paese.

Al di là di qualcuno che ha sollevato dubbi sulla regolarità delle “carte”, ritengo che sia stata un’iniziativa lodevole, che ha fatto ricordare che la nostra ciliegia esiste ed è esistita anche in questo momento tragico della vita della nazione; che il lavoro dei nostri agricoltori, sofferto e spesso non giustamente ripagato, è continuato con dedizione e passione pari a quella di medici e infermieri.

Proprio grazie a questo impegno dei contadini, Turi ha una prospettiva di crescita: sono tra quelli che pensa che una maggiore attenzione alla nostra agricoltura, alla possibilità che la ciliegia abbia un suo marchio e una sua identità, debba essere uno degli obiettivi dell’Amministrazione. Le potenzialità anche in questo comparto ci sono, come confermato dal gradimento riscosso da un prodotto unico, che deve essere il brand turese per eccellenza ma anche la “ragione sociale” della nostra comunità, e di cui non dobbiamo ricordarci solo tre giorni all’anno».

Fabio D’Aprile

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