Domenica 17 Novembre 2019
   
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La demolizione: dopo il sogno, l’amara realtà

genghi

Ci avevano fatto credere che i turesi, oltre all’agricoltura, avrebbero avuto altre risorse derivanti dall’ospedale in costruzione e dalla zona artigianale che promettevano di realizzare. Invece, non c’è stato niente di tutto ciò, tanto che oggi costatiamo l’amara realtà di quella demolizione che ci stringe il cuore. Così, dopo 40 anni, ciò che era polvere, polvere è ridiventata. Questo è stato il prodotto della politica locale, checché ne dicano alcuni illusionisti: un pugno di polvere gettato negli occhi per farci vedere le stelle. Del rione Frascinali ho vecchi ricordi, di quando, un vasto prato che si estendeva tra largo Marchesale, via Conversano, via Mola e via Cisterna, veniva coltivato a frumento e quando la messe s’indorava veniva mietuta e trebbiata sul posto, all’incirca al centro della vasta superficie. È da lì che venivano incendiati i fuochi pirotecnici in occasione delle feste, quando i cittadini si riversavano in massa su Largo Marchesale per assistere allo spettacolo. Questo accadeva fino alla metà degli anni ’60 e, prima che venisse innalzata quella barriera di case, da quel posto si punto sopraelevato si poteva ammirare il paesaggio sottostante che si estendeva in lontananza fino a sfocarsi alla vista, e nei giorni più nitidi era possibile vedere pure il mare. Nel decennio successivo, con una forte espansione edilizia, per incapacità o per interesse, con scelte inopportune ci fu tolta anche questa possibilità. Così, con l’edilizia privata si accentuò anche quella pubblica e nel 1971 iniziarono i lavori, in via Conversano, per costruire l’ospedale. Solo che, quando il rustico sembrò finito, una mastodontica gru rimaneva per anni a dominare la scena. Questo accadeva perché la ditta Sgherza, che aveva realizzato la struttura, non essendo stata liquidata sul piano giuridico non consegnava i lavori, continuando a rimanere in piedi il cantiere. Questo le permise, dopo alcuni anni, di aprire un contenzioso con il Comune per aver tenuto impegnata la gru e per il costo della guardiana. Si concluse con una transazione di 85 milioni di lire, mi ricordano, che il Comune fu costretto a pagare a danno della collettività. Così, oltre alla beffa di volerci dare un ospedale, c’è stato pure un ulteriore danno economico. Solo che, da quel momento, il tutto rimaneva abbandonato alla mercè dei vandali e all’usura del tempo rischiando per circa 20 anni che qualche ragazzo fra i tanti che frequentavano assiduamente quel posto, poteva farsi male seriamente, precipitando nella tromba di uno dei diversi ascensori, i cui accessi erano rimasti a raso senza alcuna protezione. Questo accadeva fino al 1995 quando, l’amministrazione Coppi, decise di far recintare la zona perimetrale esterna per vietarne l’accesso. Comunque, nel corso dei decenni, a quella struttura c’eravamo quasi affezionati, quando, volgendo lo sguardo ad est, si vedeva la sua mole incombente sovrastare la zona limitrofa. Nella sua funzionalità i turesi avevano riposto la speranza di un rilancio economico, oltre al fatto di poter usufruire di un indispensabile servizio sanitario, quando il paese per decenni è stato tenuto sfornito di un’ambulanza e del personale medico di pronto soccorso. Anche di questo sono state responsabili le passate amministrazioni, essendo state incapaci di fornirci persino i servizi primari e come in questo caso “salva vita”. Eppure quei politici venivano pure riconfermati. In passato, come al solito inascoltato, ho sempre denunciato pubblicamente le inefficienze, ma erano i cialtroni a godere di considerazione. Ricordo che in un pubblico comizio ebbi a dire che a chi sarebbe stato in grado di ultimare e far funzionare l’ospedale, nella hall d’ingresso avremmo riposto un busto marmoreo con l’epigrafe: “A colui che con la geniale intuizione e la tenace volontà si contraddistinse fra gli uomini del suo tempo per aver dato a questa comunità un prezioso servizio sanitario ed un beneficio economico, la cittadinanza tutta, con immensa riconoscenza e profonda gratitudine a perenne ricordo pose”.

Solo che nessuno è mai riuscito a meritare un tale encomio. Così, con il passare degli anni, sono subentrate nuove leggi che hanno decretato la condanna della struttura: quella sulle norme antisismiche e quella sulla salvaguardia ed il ripristino dei percorsi alluvionali. Pertanto, dal momento che l’edificio non possedeva i requisiti antisismici e con l’aggravio che risultava edificato proprio su di un percorso alluvionale, quello che fuori paese si immette nella più nota Lama Giotta, doveva essere per forza demolito. Oggi, una macchina, come un dinosauro preistorico, l’ha ridotto a brandelli. Così, con il calcestruzzo frantumato, sono state sbriciolate anche le nostre speranze e sotto quelle macerie sono stati seppelliti tutti i nostri sogni. Pertanto, tutto il materiale di risulta, invece di rimanere sul posto, dovrebbe essere rimosso per riportare quell’area al livello originario. Questo perché, se dev’essere ripristinato il corso naturale dell’acqua alluvionale, quell’area dev’essere riportata ad un livello inferiore a quello di via Conversano, altrimenti si contravviene al motivo per cui è stato demolito. Così, niente ospedale e niente zona artigianale. Questo è l’amaro risultato di un detestabile impegno amministrativo che trova nella sua continuità storica la conferma di una più totale inefficienza, a riprova delle tante promesse falsamente declamate sapendo di mentire. Questa non è che la preazione, sul prossimo numero verrà meglio esemplificata: La demiìolizione materiale, morale e politica.

Angelo Matteo Genghi

Commenti  

 
1312
#1 1312 2012-10-24 11:20
ma chi è sto genchi?
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