Da Don Bosco, passando per Raffaele Resta, fino a Don Giovanni Cipriani

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15 Settembre 1963: Don Giovanni e l’idea di creare una Banda dell’Oratorio

Inauguriamo una rubrica che consentirà ai lettori di conoscere i lavori di tesi, le ricerche e i papers scientifici inerenti alla nostra città e/o realizzati da dottori e ricercatori turesi di qualsiasi facoltà ed ambito.

Questo spazio si apre con Angela Minoia, laureatasi in Scienze dell’Educazione e della Formazione nell’anno accademico 2016/17 con una tesi in Storia della Pedagogia dal titolo “Don Giovanni Bosco: Padre e Maestro della Gioventù”. Una premessa è tuttavia doverosa: nel seguente lavoro, come sarà possibile leggere, non mancheranno interessanti riferimenti e notizie relative alla nostra città e, in particolar modo, a due “concittadini d’eccellenza”.

Don Giovanni e Onofrio Resta nel 1990

«Nel 1988 – esordisce Angela Minoia - Papa Giovanni Paolo II definì Don Bosco “Padre e Maestro della Gioventù”: in un tempo storico in cui i giovani non avevano importanza né per la Chiesa né per la società, in cui i ceti popolari venivano mantenuti ai margini delle attività sociali e politiche, Don Bosco volgeva la sua attenzione proprio a queste categorie di persone. Un uomo umile che ha cercato di capire giovani “sbandati” e soli, guidandoli con amore disinteressato a diventare “buoni cristiani e onesti cittadini”.

Non è stato facile ripercorrere la vita di questo Santo Educatore a cui toccò di vivere in un periodo cruciale della storia d’Italia, dell’Europa e del Mondo, ovvero l’800 e, più nello specifico, il Risorgimento durante il quale andarono a delinearsi iniziative educative, progetti di riforma scolastica ed articolate posizioni pedagogiche; entrando nel merito, la pedagogia risorgimentale vantava cinque correnti, nel cui insieme fu in grado di rientrare e spiccare la filosofia del presbitero e santo torinese, fondatore delle congregazioni dei Salesiani: all’epoca coesistevano l’educazione pubblica sul fronte laico, con Cuoco e Cattaneo come esponenti; lo spiritualismo di Rosmini e di Gioberti; la tesi dei cattolico-liberali; il riformismo educativo di Aporti e Mayer ed infine il realismo teleologico e metafisico di un grande pedagogista turese, ovvero Raffaele Resta».

Volendo approfondire il pensiero di quest’ultimo, la legge teleologica dell'uomo consiste nello sviluppo completo della personalità individuale, attraverso l'attuazione della vocazione personale; in maniera complementare, il fine dell'educazione consisteva dunque, secondo Resta, nel portare la persona a essere maestro di sé, soggetto responsabile.

Per concludere questa parentesi, utile a ricordare ai nostri lettori il calibro umano e culturale di una tra le più importanti personalità turesi, il realismo teleologico e metafisico di Raffaele Resta presenta ancora oggi elementi di novità e soprattutto di attualità in grado di concorrere al rinnovamento del sistema formativo italiano, nonché di contribuire alla precisazione di contenuti utili ad alimentare sia un'autentica “paideia” (formazione, educazione) che un confronto costruttivo con il dibattito pedagogico contemporaneo. Ad ogni modo, nella visione restiana, l’uomo è da intendersi come sistema aperto, mentre la pedagogia rappresenta al contempo la filosofia e la scienza dell’educazione; tutto ciò implica dunque che il processo di perfettibilità umana, coincidente con quella trasformazione per cui l’individuo passa dal “farsi maestro” al “far da maestro”, trova la sua essenza nell’educarsi al meglio di sé.

A sinistra GIOVANNI VENUSIO, A destra  FIORENZA HUSTEL (SECONDA MOGLIE DI GIOVANNI VENUSIO, IN REALTA' BALLERINA)

Certamente Raffaele Resta non è stato l’unico grande pedagogista nato o di passaggio nella nostra città: una menzione importante la meriterebbe ugualmente Gramsci, come anche il compianto Don Giovanni Cipriani, pedagogista ad honorem, in quanto perfetto esempio pratico della filosofia di Don Bosco. Il sacerdote turese, infatti, sulle orme dell’omonimo maestro fondatore dei Salesiani, impegnò la sua esistenza nell’edificazione strutturale e spirituale dell’Oratorio della parrocchia intitolata a Maria SS. Ausiliatrice: in particolare, stando ai dati recuperati con perizia dalla stessa Minoia, a maggio del 1952 fu firmato il compromesso di acquisto del primo lotto per erigere l’Oratorio, tra lo stesso Don Giovanni e la marchesa Fiorenza Hustel, vedova Venusio-Incoronati. Un luogo del genere descrive la rappresentazione concreta di quella filosofia educativa che nel pensiero di Don Bosco si condensava nel concetto di “metodo preventivo”.

«Questo metodo – spiega la dottoressa Minoia - consiste nell’evitare la triste necessità di punire, ponendo le condizioni perché ne sia evitata l’occasione. Ciò presuppone una organizzazione della vita giovanile in comunità, dove il lavoro e l’onesto svago si alternano, senza sconfinare nell’ozio. Gli educatori sono dunque chiamati a vivere nella comunità fornendo il giusto esempio e i fondamentali stimoli, con una vigilanza discreta e rispettosa, ma ferma e costante. Per saperne di più, è di imprescindibile valore la sua Magna Charta del sistema preventivo, scritta nel 1877, dal titolo: “Il Sistema preventivo nella educazione della gioventù”. Don Bosco in essa presenta i due metodi usati in quel tempo nella educazione della gioventù: preventivo e repressivo. Com’è facile intuire, escluse il metodo repressivo perché consiste esclusivamente nel far conoscere la legge ai sudditi, nel sorvegliare e punire i trasgressori: questo è il metodo meno faticoso, in quanto il superiore esercita il proprio potere di autorità sui sudditi obbedienti. Il sistema preventivo è invece più impegnativo, perché cambia il rapporto tra l’educatore e l’educando: “prevenire” non è reprimere, ma è amare, coinvolgere il giovane nel suo percorso educativo, motivandolo alla scelta dei valori spirituali e sociali; l’educatore in questo caso non deve umiliare, ma incoraggiare ad impegnarsi, usando molta dolcezza, carità e pazienza. Importante è il concetto di “castighi”.

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Don Bosco fu molto chiaro: “Dov’è possibile, non si faccia mai uso di castighi.”; ad ogni modo, in caso di repressione, è importante che l’educatore si faccia amare, se vuole farsi temere: in questo caso, la sottrazione di benevolenza è un castigo che non avvilisce mai; allo schiaffo, inoltre, è da preferirsi uno sguardo non amorevole, che è un castigo e fermezza. Il rimprovero non in pubblico, ma in sede riservata da occhi indiscreti. Percuotere in qualunque modo, mettere in ginocchio in una posizione dolorosa, tirare le orecchie sono invece castighi da evitare assolutamente: d’altronde Don Bosco era ben consapevole di quanto “non con la violenza, ma con l’amore puoi guadagnarti gli amici che ti vengono inviati” e dunque la pazienza di certo non gli mancava».

Entrando nel merito, le parole appena citate dalla Minoia, a proposito dell’amore come mezzo principale per creare rapporti relazionali, derivano direttamente dalla visione onirica che all’età di nove anni convinse il futuro San Giovanni Bosco ad intraprendere una vita votata, consacrata agli altri o, più nello specifico, al recupero degli altri, in primis i fanciulli abbandonati, ai margini della società: gli “scugnizzi”, per dirla alla Don Giovanni Cipriani.

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Proseguendo nella nostra disamina, rinveniamo nel prezioso lavoro di tesi della nostra intervistata altre notizie interessanti: il 15 settembre 1963 nasceva nel compianto sacerdote turese l’idea di avere una Banda dell’Oratorio; dai ricordi dello stesso Don Giovanni, ancora una volta magistralmente raccolti dalla Minoia, apprendiamo infatti che: «Il 15 settembre, accompagnando il gruppo dei chierichetti dell’Oratorio alla chiesa di S. Domenico per la processione di Maria SS. Addolorata, era presente la banda di Mola. Passando davanti alla casa del dott. Michele Giannini, questi mi fece la proposta di formare coi ragazzi dell’Oratorio una Banda Musicale. L’idea mi piacque…».

Anni dopo, ovvero il 22 dicembre 1990, Don Giovanni riceverà il Premio Turi dall’allora Sindaco Onofrio Resta in quanto – così recita la pergamena consegnata nelle mani del sacerdote turese - “seguendo la pedagogia di Don Bosco, ha speso la sua vita per accogliere, educare, istruire nell’Oratorio i ragazzi turesi, per fondare il Concerto Bandistico Maria SS. Ausiliatrice e per costruire l’omonima Chiesa, superando innumerevoli ostacoli con l’umiltà, il coraggio e la perseveranza dei Grandi”.

Ebbene non resta dunque che concludere e voltare pagina verso il prossimo lavoro di tesi, tenendo a mente che, precisamente 56 anni fa, nasceva a Turi, timidamente, una realtà che nel tempo sarebbe diventata elemento caratterizzante per l’identità collettiva turese: la mitica Banda Cittadina che oggi, doverosamente, porta il nome del suo umile creatore Don Giovanni Cipriani.

LEONARDO FLORIO

La foto dei marchesi è stata gentilmente concessa da Michelangelo Venusio Tamburrino