Il culto di Sant’Oronzo tra Storia e Agiografia

anna d'addabbo

Anna D’Addabbo si laurea in Scienze dei Beni Culturali con una tesi in Storia della Chiesa Antica incentrata sul Santo Patrono, la storia del suo culto e della sua reliquia

 

Com’è ormai noto ai nostri lettori più affezionati, da diversi mesi, con cadenza variabile, dedichiamo spazio alle tesi di laurea, alle ricerche e ai papers scientifici inerenti alla nostra città e/o realizzati da dottori e ricercatori turesi di qualsiasi facoltà ed ambito.
In questo numero vogliamo occuparci di Anna D’Addabbo, classe ‘97, laureatasi il 6 luglio scorso in Scienze dei Beni Culturali presso l’Università degli studi di Bari Aldo Moro con una tesi in Storia della Chiesa Antica dal titolo “Il culto di sant’Oronzo tra storia e agiografia”.

Motivazioni e difficoltà

Prima di illustrare sinteticamente il proprio lavoro, la dott.ssa D’Addabbo tiene ad esprimere le ragioni che l’hanno spinta a scegliere il percorso accademico coronato appena due mesi fa: «Ho intrapreso questo percorso di studi per l’interesse verso l’arte e la storia, discipline da sempre in grado di coinvolgermi; l’arte per la sua capacità di comunicare attraverso numerosi mezzi e modi d’espressione e la storia per il suo ruolo di maestra di vita, capace di narrare eventi passati e trarne insegnamenti per le generazioni presenti e future. Durante il corso di laurea – prosegue – ho affrontato altre discipline che hanno catturato la mia attenzione, come Storia della Chiesa Antica. Sviluppare una tesi affrontando una tematica del I secolo e ricercare fonti letterarie e agiografiche attendibili non è stato semplice: a causa delle molteplici invasioni barbariche che hanno colpito l’Italia, molti volumi sono andati perduti, causando delle importanti lacune di informazione a partire dal IV secolo. Sfruttando la possibilità di accedere a diverse biblioteche ed archivi, ho approfondito le mie conoscenze per poi finalmente procedere con la stesura e la realizzazione definitiva di questo mio lavoro di tesi».

Sulle tracce di Sant’Oronzo

Com’è facile intuire, non è certamente causale che l’attenzione della nostra concittadina sia ricaduta su Sant’Oronzo; stesso discorso si potrebbe fare sul lavoro di tesi ad opera di Francesca Gangi, anch’essa nostra concittadina, dedicato a Giovanni Maria Sabino, il quale veniva riportato su questa colonne non più tardi di due mesi fa.

Tornando al presente, con la curiosità rinnovata dall’ultima edizione della Festa Patronale da poco svoltasi, lasciamo volentieri spazio alle parole della dott.ssa Anna D’Addabbo.
«La mia tesi di laurea, incentrata sulla tradizione della vita e del culto del vescovo e martire sant’Oronzo, nasce dall’interesse di approfondire la vita e il culto del santo protettore della mia città, Turi. La Passio oronziana è al quanto complessa sia per l’epoca in cui si suppone si siano svolti i fatti – i primi tempi del cristianesimo –, sia per le vicende che, nel corso dei secoli, ne hanno alterato ed offuscato la veridicità, fino a dubitare della sua esistenza».

Qual è stato, dunque, l’obiettivo di questo lavoro?

«Lo scopo del presente elaborato è quello di cercare i segni del culto di Sant’Oronzo attraverso l’analisi delle diverse fonti esistenti, appartenenti ad epoche e aree geografiche differenti. Inizialmente ho analizzato le fonti agiografiche, partendo dal primo documento nel quale sant’Oronzo viene menzionato, il Martirologio Geronimiano: un documento del V secolo di grandissima importanza sul piano agiografico e storico, nel quale il nome di Oronzo viene riportato ai latercoli del 26 e il 27 agosto con la dizione di Arontius.

Successivamente ho analizzato la Passio, pubblicata da Giacomo Antonio Ferrari poco dopo il 1570, dove Oronzo è accostato a Giusto e Fortunato: secondo questa Passio, Giusto, discepolo di san Paolo, fu inviato da questi a Roma, ma la sua nave affondò sulle coste del Salento a causa di una violenta burrasca. Il discepolo fu soccorso da Oronzo e Fortunato che egli convertì al cristianesimo. Secondo la consolidata tradizione di far risalire le sedi episcopali ai tempi apostolici, Oronzo fu nominato da san Paolo primo vescovo di Lecce, città dove in seguito sarebbe stato martirizzato durante la persecuzione di Nerone. Proseguendo cronologicamente con lo studio di fonti storico-letterarie, ho preso in considerazione quattro città nelle quali il santo è venerato come patrono: Lecce, Ostuni, Campi Salentina e Turi».

A Lecce

«La più antica notizia del culto di sant’Oronzo in questa città è contenuta nel diploma di Tancredi del 1181 il quale ci informa dell’esistenza di una chiesa dedicata al santo fuori porta san Giusto; notizia confermata, in seguito, nel diploma del re Ladislao di Napoli del 1407 e, ancora, in un documento notarile leccese del 13 aprile 1554. Ma il culto del santo si è consolidato nel 1656, quando la città di Lecce, rimasta immune durante la pestilenza che colpì il Regno di Napoli, attribuì la salvezza a sant’Oronzo».

Ad Ostuni

«Secondo la tradizione di Ostuni, durante le presunte persecuzioni dei cristiani in età neroniana, sant’Oronzo si sarebbe rifugiato nella grotta del monte Morrone, nei pressi di Ostuni e colpendo la roccia con il suo bastone, avrebbe fatto scaturire dell’acqua, utilizzata per battezzare i primi cristiani del luogo. Anche qui il culto di sant’Oronzo ebbe un notevole impulso durante l’epidemia di peste del 1656, quando i cittadini attribuirono la salvezza di Ostuni al santo. Due documenti del XVII secolo attestano quanto successe: I prodigi di Castorio Sorano (1659) e la Relazione a Papa Innocenzo XII (1691) redatta da Nicola Francesco Fatalò. Tra novembre 1657 e luglio 1658, fu costruita una chiesa sul monte Morrone; da quell’anno si svolge la cavalcata di sant’Oronzo con 30 cavalieri che seguono la statua sino alla cattedrale vestendo abiti tipici. Poco distante dal santuario è il ‘cippo della peste’ del 1691 e la ‘colonna di campagna’ in pietra leccese che presenta una statua di sant'Oronzo eretta nel 1836 a ricordo dell’epidemia di colera del 1831».

A Campi Salentina

«La devozione per sant’Oronzo in Campi Salentina crebbe, come per Lecce, durante la peste del 1656. Gli abitanti vollero esprimere la propria gratitudine commissionando una tela al pittore Carlo Rosa che raffigurasse il santo in atto di benedire la città di Campi e di Lecce. Spostato il dipinto nella nuova chiesa nel 1688 è credenza popolare che la mano di sant’Oronzo nella tela si sia miracolosamente abbassata a maggiore tutela delle città protette».

Qui, a Turi

«Per molto tempo si è creduto che il culto di sant’Oronzo a Turi si fosse diffuso solo dopo la peste del 1656, ma in un documento del 1627 viene riportato che in quell’anno il santo fu invocato per una calamità e che il popolo si riunisse per pregarlo nella grotta della città a lui dedicata. Secondo la tradizione, in questa grotta sant’Oronzo si sarebbe rifugiato durante le persecuzioni del I secolo. Altre notizie sulla tradizione oronziana a Turi sono riportate nella Distinta Relazione della grotta del glorioso martire s. Oronzo, del 1757. Questa narra che, durante l’epidemia di peste che colpì il regno di Napoli nel 1656, ad una ragazza sarebbe apparso sant’Oronzo che invitava i Turesi a rivolgersi a lui per far cessare la peste, indicandole una grotta in cui pregare. Il sogno, raccontato ai sacerdoti, fece riscoprire ai Turesi la figura del santo vescovo e la grotta. Il santo sarebbe apparso ancora una volta nel 1727 a fra Tommaso da Carbonara, raccomandando al popolo di visitare la grotta. Il luogo divenne centro di culto per i numerosi fedeli e grazie alle loro offerte, nel 1727, fu fatto costruire sulla grotta “il Cappellone di sant’Oronzo”».

La reliquia, contro ogni equivoco

«Ho voluto dedicare un capitolo a parte alla reliquia di sant’Oronzo. Lo scrittore e parroco di Lecce Luigi Protopapa ha formulato tre ipotesi circa la sorte della reliquia del santo che la vedrebbero probabilmente distrutta durante le invasioni, oppure nascosta in un luogo sicuro, con il tempo tuttavia dimenticato o, ancora, in un luogo lontano da Lecce. Protopapa, venendo a conoscenza di una cassetta d’argento fatta costruire nel 1091 dal giudice di Zara per riporre il capo di sant’Oronzo martire, partì per la Croazia e qui si convinse che l’indicazione sulla cassetta si riferisse alla reliquia del capo di sant’Oronzo leccese. In occasione dell’anno giubilare oronziano del 2018, l’arciprete di Turi don Giovanni Amodio chiese all’arcivescovo di Zara l’autorizzazione per la traslazione provvisoria della reliquia a Turi di cui parlava anni prima lo storico Protopapa. Nel giugno del 2018, partita per la Croazia, la cordata turese guidata da don Giovanni scoprì, attraverso un breviario del 1833, che il capo di sant’Oronzo cui faceva riferimento Protopapa sarebbe in realtà appartenuto ad un santo martirizzato in Gallia l’11 febbraio e che, invece, un’altra reliquia custodita a Nin (Croazia) sarebbe appartenuta al sant’Oronzo di Lecce. Infine, parlando con l’arciprete di Turi don Giovanni Amodio ho appreso il desiderio di voler approfondire le indagini con ulteriori ricerche per poter datare con sicurezza la reliquia al fine di una attribuzione più certa al santo leccese. Dopo un duro lavoro di ricerca, ho potuto analizzare le varie fonti letterarie e agiografiche del culto del santo in varie città della Puglia ed attestarne la sua presenza nell’anno del bimillenario della sua nascita».

Progetti per il futuro

«Per il futuro vorrei iscrivermi ad un Master Universitario di Marketing e Digital Innovation per l’arte e la cultura per approfondire i miei studi e immettermi nel mondo del lavoro cercando di unire passione e professione».

LEONARDO FLORIO