A Turi è stata venerata la fibula di Sant'Oronzo

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A rivelarlo Mons. Želimir Puljić, Arcivescovo di Zara, che archivia il 'malinteso' dei due reliquiari

Nella mattinata di sabato 25 agosto, Mons. Želimir Puljić, Arcivescovo di Zara, ha fatto visita alla Grotta di Sant'Oronzo, accompagnato dal Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Zara Mons. Josip Lenkić, e dai giornalisti Stefano de Carolis e Giovanni Lerede.

Ad accogliergli la sezione turese dell'Associazione Nazionale dei Bersaglieri, guidata dal presidente Alberto Lenato, che ha illustrato minuziosamente l'affascinante storia della Grotta, ripercorrendo tra l'altro le notazioni artistiche dei due altari votivi e del pavimento in maiolica.

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Dopo un intenso momento di raccoglimento e preghiera, Mons. Puljić ha voluto lasciare un suo messaggio sul libro delle presenze: «In data 25 agosto 2018 mi sono fatto pellegrino nella Grotta di Santo Ronzio in cui santa reliquia si trova nella mia Arcidiocesi di Zara in un luogo che si chiama Nin (Nona), dove una volta risiedevano i re del Regno di Croazia. Grazie a Dio e a Santo Ronzio di aver potuto visitare il posto dove il Santo Protettore ha iniziato l'evangelizzazione di Puglia».

L'occasione, infine, ha permesso anche di fugare ogni dubbio in merito ai due reliquiari (quello di Zara e quello di Nona). L'Arcivescovo ha difatti confermato che le "vere ed uniche reliquie" di Sant'Oronzo Protovescovo di Lecce, Martire e Protettore di Turi, sono quelle custodite nel museo di Nona; viceversa il cranio contenuto nella cassettina di Zara è riconducibile ad un altro Oronzo, martirizzato in Gallia circa duecento anni dopo.

Ad attestarlo, oltre all'autorevole voce dello scienziato croato prof. Nicola Jaksic, anche un "verbale di ricognizione", redatto l'8 settembre del 1980 in cui, alla presenza di sette esperti e testimoni non solo del mondo cristiano, si è registrato che «il reliquario detto di San Giacomo e Sant'Oronzo contiene la fibula del nostro Protettore».

Il "malinteso" - come lo ha definito lo stesso Mons. Puljić - è stato chiarito grazie alle sollecitazioni di Stefano de Carolis che, subito dopo la visita in Croazia, ha spinto l'Arcidiocesi di Zara, sempre solerte e cortese, ad approfondire la vicenda, recuperando tutti i documenti utili per accertare la paternità dei due preziosi scrigni; tra questi proprio il "verbale di ricognizione" citato dall'Arcivescovo.

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