Don Donato Totire, il “Cappellano degli ultimi”

Don Donato

Quest’anno si contano trent’anni dalla morte di don Donato Totire, sacerdote turese, avvenuta il 23 aprile 1991.

Ho avuto la fortuna e il privilegio di vivere accanto a questo grande prete, gomito a gomito, giorno dopo giorno, per ben 35 anni. Senza di lui oggi non sarei la stessa persona. Ha contribuito alla mia educazione sentimentale ed anche alla mia formazione politica, sebbene lui con la politica non avesse molta familiarità. Ha lasciato in me un segno profondo, quanto indelebile.

A 16 anni scoprii l’esistenzialismo, e cominciai a leggere con accanimento “La Nausea” di Jean Paul Sartre. “L’Essere e il Nulla” no, troppo difficile. E non avevo il coraggio di chiedere aiuto a chicchessia. Mi accontentavo di qualche cantautore francese, tipo Leo Ferrè, con la sua indimenticabile “Avec les temps”. Lui seguiva le mie letture di sottecchi, con discrezione e leggerezza. Era come se volesse lasciarmi libero di camminare da solo con le mie gambe. Ogni tanto qualche frase lasciata cadere quasi distrattamente. Mai un ‘redde rationem’.

Poi arrivò il fatidico ’68. Don Donato ne dava una lettura lucida: era una rivolta contro i padri, contro la società della disciplina. Leggeva don Milani, e lui che era stato Cappellano Militare sul fronte greco-albanese, durante la Seconda Guerra Mondiale, ne condivideva l’antimilitarismo, quando affermava che l’obbedienza non è più una virtù. Con don Milani aveva in comune il solido impianto di una cultura conservatrice aperta al cambiamento: il Katechon e l’Eschaton che anni dopo avrebbe trovato nell’Enrico Berlinguer, un leader peraltro molto amato dai cattolici, della celebre frase, “sono contemporaneamente conservatore e rivoluzionario”.

Aveva la cultura del cambiamento, cosa che è mancata all’Italia e ne ha fatto un Paese bloccato, alla deriva, fino all’epilogo del terrorismo. Del ’68 poi alcune cose non le capiva proprio. Davanti a degli slogan del tipo “la famiglia è una camera a gas”, “è vietato vietare”, “l’immaginazione al potere”, si chiedeva: ma cosa vorranno dire?

Erano i primi segni di una mutazione antropologica rispetto alla quale aveva paura di non sentirsi ben attrezzato per capirla.

La cultura di don Donato aveva come punto di riferimento costante l’America. Quella della libertà, anche religiosa, dell’accoglienza e dell’integrazione. Quella degli emigranti come suo padre e sua madre. Un melting pot, metà cattolico e metà calvinista e anche un po' ebraico. Ma l’America era diventata un grande apparato tecnico, diciamo pure un mercato, sorretto da un circuito produzione-consumo, dove dovevi produrre sempre di più, per consumare sempre di più, in un cortocircuito senza fine. A questo si era ridotto il “sogno americano”.

Don Donato avvertiva tutti i rischi di una vita tutta conclusa nella dimensione del consumo. Il tempo si accartoccia, si curva. Il tutto vive nello spazio tra il recente passato e l’immediato futuro. Il tempo escatologico, che è il tempo dei cristiani, collassa e non c’è più speranza, né redenzione. Tutto viene ridotto ad una condizione umana in cui non sai più ciò che è bello, ciò che è buono, ciò che è vero e ciò che è santo, ma riconosci solo ciò che è utile.

Don Donato era abbonato a “Selezione dal Reader Digest”, nella traduzione in lingua italiana. Mi ricordo quando, nei pomeriggi estivi, si metteva in veranda per leggerlo. Prima di iniziare la lettura, strappava con disgusto le pagine recanti inserzioni pubblicitarie. Considerava la pubblicità una malattia.

Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, si consuma il divorzio tra gli italiani e la politica. Davanti alla foto del cadavere di Aldo Moro nella Renault 4, gli italiani fanno l’equazione Politica=Conflitto=Terrorismo. Milioni di persone impegnate a fare politica, nella società civile, nei corpi intermedi, nelle associazioni, nel volontariato, si rifugiano nel “privato”. È quello che all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso, venne chiamato “riflusso” e consisteva in un disimpegno civile, contemporaneo ad una apoteosi del “qui ed ora”, un eterno presente senza ideali, senza mete da raggiungere, se non quelle della soddisfazione di bisogni sempre più individualistici e massificati. Qui il nesso tra nichilismo e consumismo è evidente.

Insomma, si era con le spalle al muro. Tutto sembrava perduto. Ma i cattolici quando sono con le spalle al muro, attingono ad un gande risorsa: l’Evangelo. Per ricominciare tutto daccapo.

Ed è con questa idea, cioè quella di evangelizzare, che don Donato accetta l’incarico di Cappellano al Carcere di Turi. Si riparte sempre dagli ultimi, in questo caso da quelli che in una società basata sulla efficienza e sulla produttività sono considerai scarti.

È l’ultimo grande affascinante impegno di don Donato nel sociale. E qui ci vorrebbe un altro articolo per raccontarlo in tutte le sue sfaccettature. Ma prometto al lettore di farlo in una prossima occasione. Per ora basta così. Mi sembra di aver messo già molta carne al fuoco.

Gianfranco Totire

Foto di apertura: Anni ’80 – Don Donato ad un convegno di Cappellani Militari