Giovedì 24 Settembre 2020
   
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“Orontius, un’opera consegnata alla Storia”

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Nella miscellanea, Stefano de Carolis racconta il culto, l’arte e la devozione di Sant’Oronzo a Turi

Mercoledì 26 agosto, mentre Turi festeggiava il suo Patrono, nella Cattedrale di Ostuni veniva presentato il libro “Orontius. La statua d’argento del Patrono di Ostuni e la devozione oronziana”, patrocinato dal Comune di Ostuni, dalla Diocesi Brindisi-Ostuni e dal Museo di Civiltà Preclassica della Murgia Meridionale.

La miscellanea, nata per celebrare il restauro della statua settecentesca, raccoglie anche il contributo del nostro concittadino Stefano De Carolis, appassionato di ricerca storica, cui è stato chiesto di curare un capitolo incentrato sulla storia, l’arte e la devozione di Sant’Oronzo nella città di Turi.

Riprendendo le parole del sindaco di Ostuni, si tratta di un lavoro, cui hanno collaborato professionisti con instancabile passione e competenza, che «viene consegnato alla Storia», «ricchissimo di notizie che apprendiamo dai racconti delle altre città che venerano Sant'Oronzo». Insomma, c’è materiale sufficiente a smuovere la sana curiosità di scoprire qualcosa in più su quest’opera e intervistare de Carolis.

Prima di rispondere alle nostre domande, de Carolis tiene a precisare l’obiettivo della sua attività, svolta con preparazione, perizia e in modo del tutto disinteressato: «Cerco sempre di trovare qualcosa di inedito non per ottenere un futile primato temporale ma perché lo spirito della ricerca è proprio quello di trovare strade non ancora percorse che consentano di aggiungere un pezzo in più all’enorme puzzle della ricostruzione della memoria. Sono dell’idea che ognuno possa e debba dare il proprio contributo – sempre sulla base di documenti, fonti attendibili e fatti comprovati – sforzandosi di creare serie collaborazioni con altri studiosi e di attivare le università e le competenti Soprintendenze».

Superare il campanilismo sterile e non arrogarsi il diritto di prelazione sulla “verità storica” o, peggio, quello di giudici saccenti, pronti ad alzare i toni se viene narrato qualcosa che non abbia il loro imprimatur. Con buona pace del confronto, che deve essere sì schietto ma al tempo stesso rispettoso. Questi sono i parametri che Stefano de Carolis tiene sempre a mente quando si approccia al mondo della ricerca storica.

Come nasce la collaborazione per questa ‘miscellanea oronziana’?

«Tutto nasce con il convegno internazionale sulla “questione oronziana” organizzato a Turi nell’agosto del 2019. Tra i relatori invitai il professore Dino Ciccarese, studioso e fine conoscitore del culto di Sant’Oronzo ad Ostuni. Verso maggio, lo stesso Ciccarese mi ha contattato illustrandomi il progetto di dare vita a una pubblicazione in occasione del restauro della statua argentea di Sant’Oronzo, custodita nella Cattedrale di Ostuni. In quell’occasione, mi ha chiesto un contributo sulla devozione, le tradizioni e il culto turese del nostro Patrono».

Su cosa è centrato il suo contributo?

«Premetto che il lavoro di ricerca sulla devozione di Sant’Oronzo in passato è stato molto frammento, per questo, come ho scritto a chiare lettere, bisogna ringraziare alcuni studiosi che se ne sono occupati per primi, lasciandoci importanti testimonianze: il compianto arciprete don Vito Ingellis e il prof. Osvaldo Bonaccino D’Addiego che, anche con il contributo dell’archeologo Donato Labbate, si occupa da anni con grande competenza della “questione oronziana” e ha dato alle stampe due saggi.

Nel mio contributo, ho ripercorso tutte le fasi del Giubileo Oronziano, dal viaggio esplorativo in Croazia fino alla cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria all’Arcivescovo di Zara, Mons. Želimir Puljić. Ho ricordato l’ultima pubblicazione, “Sant’Oronzo proteggi questa città”, scritta a quattro mani dal benemerito don Giovanni Amodio e dal dott. Egidio Buccino, devoto e grande conoscitore del culto del nostro Patrono.

Un'altra porzione del saggio è dedicata all’importante lavoro di ricerca scientifica, eseguito dal prof. Eugenio Scandale e dal dott. Gioacchino Tempesta, sulla Grotta di Sant’Oronzo: nel 2013, grazie all’interessamento dell’allora sindaco prof. Onofrio Resta, fu pubblicato un volume che oltre a raccogliere le osservazioni sulla Grotta presentava un interessante analisi e ricerche archeometriche sul tappeto maiolicato con un contributo dell’archeologo Donato Labate. Sulla stessa linea, ho sollecitato il futuro coinvolgimento della Soprintendenza Archeologica per effettuare un approfondimento sul perimetro dell’antico altare della Grotta.

Mi sono poi soffermato sul documento ritrovato dal Maestro Paolo Valerio a seguito dei suoi studi su Giovanni Maria Sabino. Nel documento viene indicato il toponimo riconducibile a Sant’Oronzo attestato già dal 1485, il che testimonia la persistenza del culto a Turi in tempi antecedenti al 1656. Infine, ho riportato alcune mie ipotesi che mettono in correlazione il culto di Sant’Oronzo con le varie epidemie di peste».

A proposito della relazione tra Sant’Oronzo e la peste, ci sono novità che in questi mesi ha portato alla luce.

«Sono riuscito a mettere in connessione, per la prima volta, la “peste di Conversano” (1690-92) con la devozione oronziana nella nostra città. Il “Raguaglio historico” di Filippo de Arrieta, che ho avuto modo di studiare, testimonia che a Turi non si registrò nessun contagio: una circostanza straordinaria che fece gridare al miracolo di Sant’Oronzo, così come avvenne a Ostuni, a Lecce e in tutta la Terra d’Otranto, anch’esse rimaste immuni dall’epidemia.

Altra novità riguarda il mezzo busto d’argento di Sant’Oronzo, custodito nel Museo della Cattedrale di Lecce, realizzato da Domenico Gigante, orafo leccese trasferitosi a Napoli, come ex voto per lo scampato pericolo della peste del 1691. Il dono arrivò in pompa magna a Lecce il primo giugno 1691, proprio quando nella Terra di Bari imperversava l’epidemia. Questa novità l’ho condivisa con don Luigi Manca, Vicario Generale della Diocesi di Lecce e Direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Metropolitano “Don Tonino Bello”, il quale era all’oscuro di tale connessione, confermandomi che da sempre si era convinti che l’opera fosse collegata al terremoto leccese del 1743. Don Luigi si è fatto portavoce di questa “scoperta” con Mons. Seccia, Arcivescovo della Diocesi di Lecce, e nel periodo pasquale, dopo decenni, la statua è stata portata fuori dalla Cattedrale, esposta alla venerazione dei fedeli, per invocare la protezione di Sant’Oronzo di fronte al tragico momento che si stava vivendo a causa del Coronavirus.

In ultimo, mi sono soffermato sull’ex voto custodito presso l’Ufficio del Sindaco. A tal proposito, come abbiamo avuto modo di riportare su queste colonne, avanzai un’ipotesi storica analizzando l’iconografia del quadro. Il malato mostra ai due astanti, verosimilmente due medici-cerusici, la propria gamba con una ferita guarita dal bubbone della peste. È un dettaglio che potrebbe far riferimento ad altre pesti scoppiate nel Regno delle due Sicilie. Mi riferisco alla “peste di Conversano”, alla “peste di Messina”, scoppiata in tutto il Regno nel 1743, e all’epidemia del 1708, molto più circoscritta, di cui si trovano tracce in un testo scientifico opportunamente indicato nel volume “Orontius”».

Fabio D’Aprile

Foto P. Caiati

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