Sabato 26 Settembre 2020
   
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Giovanni Maria Sabino, una scoperta necessaria

Paolo Valerio illustra la sua ricerca

Musica, fede e storia di Turi nell’incontro di martedì sera tenuto dal maestro Paolo Valerio

Nella serata di martedì, protetti dal traffico grazie alle transenne, un buon numero di turesi si è incontrato in piazza Silvio Orlandi per assistere ad una conferenza tenuta da Paolo Valerio, ricercatore e direttore dell’ensemble barocco “Giovanni Maria Sabino”. Non c’è stata, purtroppo, un’adesione di massa all’evento, comunque gestito nel pieno rispetto delle norme anti-Covid, e questo è un gran peccato, dal momento che durante la dissertazione si è parlato diffusamente di Turi e dei suoi cittadini.

Il pubblico presente

Uno su tutti, ovviamente, Giovanni Maria Sabino, genio indiscusso della musica barocca nato nella nostra città nel 1588; un mese fa, ovvero il 30 giugno, ricorreva il 432° anniversario del suo battesimo, celebrato all’interno dell’attuale Chiesa Madre a distanza di pochissimi giorni dalla sua nascita: come riportato su queste colonne in quell’occasione, all’epoca era abitudine consolidata battezzare i neonati appena venuti alla luce, poiché, a causa dell’elevatissimo tasso di mortalità infantile, si temeva che questi morissero prima che Dio potesse riconoscerli attraverso l’acqua del fonte battesimale. In tal caso il loro destino sarebbe stato il limbo, una dimensione, poi abiurata dalla Chiesa in tempi assai recenti, totalmente avulsa da quel concetto di aldilà tripartito in paradiso, purgatorio e inferno.

Questa e tantissime altre informazioni sono state fornite ai presenti accomodati in piazza Silvio Orlandi, proprio dove quattro secoli fa passeggiava un giovanissimo Sabino, ignaro che ben presto sarebbe andato via da Turi per conquistare l’Italia e l’Europa con la sua incredibile musica. Ce lo ha raccontato e documentato lo stesso Paolo Valerio che, per scoprire la vita e gli spartiti dell’illustre musicista turese, ha dovuto consacrare 15 anni della propria vita, addentrandosi in biblioteche impolverate, talvolta situate ben al di là dei confini nazionali.

LA GENEALOGIA

L’incontro si è aperto con una rapida panoramica sull’albero genealogico dei Sabino, o meglio dei “de’ Sabinis”, ricostruito grazie ai registri dei battesimi conservati in Chiesa Madre, nell’Archivio della Diocesi di Conversano e poi comprovato in seguito al ritrovamento di alcuni atti notarili presenti nell’Archivio di Stato a Bari. Tutto ciò, inoltre, è stato utile per poter sfatare quel falso mito per cui i Sabino turesi, presenti a Turi già dal 1485, sarebbero parenti ai Sabino lancianesi, famiglia a cui appartengono altri musicisti di livello.

IL CENTRO STORICO E SAN GIACOMO

La statua di San Giacomo custodita in Chiesa Madre

Nell’ambito di questa parentesi genealogica, il maestro Valerio racconta che sull’architrave di un edificio presente nei pressi di via Forno Comunale è ancora oggi visibile il nome di don Antonio De Blancolla alias “Gazalino”, ovvero il sacerdote fondatore del beneficio di San Giacomo apostolo di cui lo stesso Sabino fu titolare in vita, assumendo il titolo di abate: «Le pietre che ci circondano possono raccontarci molto» – rimarca poeticamente Valerio.

A proposito di San Giacomo apostolo, come alcuni già sapranno, tutt’oggi all’interno della Chiesa Madre lo ritroviamo raffigurato in una statua dal valore inestimabile, commissionata all’epoca proprio da Giovanni Maria Sabino allo scultore Aniello Stellato: «Questo lavoro, assieme agli spartiti, è un altro pezzo, un altro ricordo che ha lasciato ai posteri. Fino a due anni fa nessuno sapeva che fosse stato lui a commissionare la statua».

SABINO E LA FEDE NELLA TURI DEL ‘600

Ad ogni modo, il 6 Settembre 1602, Sabino riceveva la prima tonsura, avviandosi così al sacerdozio, appena 14enne. Nel documento che lo dimostra, trovato nell’archivio della diocesi di Conversano, è presente la sua firma: «La sua firma è stata scritta con mano sicura, a differenza di altre, molto stentate, apposte da ragazzi che invece non avevano studiato» – spiega il maestro Valerio.

Un’altra carta, rinvenuta invece nell’archivio della Chiesa Madre, documenta invece che nel 1612, all’età canonica di 24/25 anni, Sabino diventa prete, acquisendo il “don” ecclesiastico. Sempre grazie al lavoro di ricerca del maestro Valerio, scopriamo un fatto a dir poco curioso relativo alla Turi seicentesca: «Nel 1642, il capitolo di Turi, di cui era membro anche Sabino, vantava la presenza di oltre settanta preti: problemi di vocazione, insomma, non ve n’erano» – racconta Valerio, precisando che ciò era dovuto anche per ragioni socioeconomiche relative a quel tempo e adesso talmente distanti da risultare pressoché incomprensibili; «tra questi ritroviamo alcuni cognomi tutt’oggi presenti a Turi come Orlando, De Grisantis ecc.» – aggiunge.

Sempre rimanendo in questo ambito, Valerio pronuncia il nome di don Elia De Vittore, fondatore con suo fratello Vittore De Vittore dell’attuale Chiesa di Santa Chiara, alla metà del Settecento detentrice di un patrimonio immobiliare addirittura superiore a quello dei baroni Moles: un fatto, questo, ascrivibile alla decisione di tantissimi turesi intenzionati a monacare le figlie, le quali, a tal fine, dovevano disporre di una dote cospicua, talvolta non liquida, ma rappresentata da possedimenti terrieri; una dote pari a 200 ducati, assimilabili quest’oggi a qualche decina di migliaia di euro.

… I “SAVINO” COI “SABINO”

Più che un monito, quella del “non confondiamo i Savino coi Sabino” è una specie di espressione idiomatica, identitaria del popolo turese. Ebbene, alla base di questa magica formula c’è una verità storica, spiegata dal nostro Paolo Valerio. Difatti, com’è stato possibile evincere da alcuni documenti relativi a diverse fasi della vita di don Giovanni Maria, spesso all’epoca “Sabino” veniva pronunciato come “Savino”, fino ad essere addirittura trascritto in questo modo: qualcuno ha mantenuto questa mutazione nel proprio cognome ed è ipotizzabile che questi ultimi siano in realtà dei “Sabino”. Curiosi e simpatici i tentativi dell’epoca di salvare la “b” trascrivendo “Sabbino”, come per rimarcare, in maniera scorretta, la forma corretta che, altrimenti, sarebbe stata certamente vittima di deformazioni.

DA TURI ALL’EUROPA

La 'Ghirlanda Sacra'

Sull’aspetto squisitamente musicale è impossibile per noi soffermarci in questa sede; la carriera di don Giovanni Maria Sabino è stata costellata da grandi riconoscimenti, ottenuti grazie a componimenti apprezzati in tutta Italia e anche in Europa: «Heinrich Schütz, fondatore del barocco tedesco e precursore di quella scuola musicale che avrebbe formato geni indiscussi come Bach, menziona Giovanni Maria Sabino nell’elenco dei musicisti più virtuosi presenti a Napoli nella prima metà del ‘600». – racconta Valerio, il quale ritiene, dopo lo studio approfondito di un trattato di Scipione Cerreto, che l’insegnante di Sabino sia stato Prospero Testa, anch’egli un’eccellenza della città partenopea dove il nostro illustre concittadino aveva studiato grazie al sostegno economico dei Moles. Forse senza di loro non avrebbe mai lasciato la terra natìa e la sua musica non sarebbe mai nata o quantomeno mai conosciuta a tal punto da permettere a Sabino di essere insignito, alcuni anni più tardi, del titolo onorifico di “cavaliere”. E ancora, a tal punto da spingere un genio assoluto come Claudio Monteverdi ad un gesto a dir poco eloquente: all’interno della “Ghirlanda Sacra”, una raccolta di opere scritte nel 1625 per Leonardo Simonetti, cantore evirato dell’epoca, spicca il nome di Sabino. Un fatto, questo, straordinario, poiché nella “Ghirlanda Sacra” compaiono esclusivamente i musicisti padano-veneti: «Questa fu una raccolta autocelebrativa per la città di Venezia che, così, metteva in mostra i suoi gioielli musicali più preziosi, su tutti Monteverdi. È interessante notare che Sabino fu l’unico “napoletano” ad essere coinvolto in questo progetto, nel quale rientrò con 4 mottetti, occupando lo stesso spazio di Monteverdi, in un certo senso capofila dell’intero lavoro. Sabino non poteva farne parte, ma Monteverdi glielo permise».

Alcuni lavori dell'Ensamble diretta da Valerio

Questo prezioso rapporto con Monteverdi ha avuto ulteriori risvolti per Sabino, poiché dal primo attinse il nuovo stile musicale, quello barocco, che poi avrebbe importato a Napoli, portando ai massimi livelli la Scuola Musicale Napoletana, già instancabile fucina di talenti grazie alla presenza dei conservatori, oggi conosciuti come scuole di musica ma che, all’epoca, erano dei veri e propri orfanatrofi dove, ad un certo punto, si pensò bene di insegnare l’arte delle note.

LA GROTTA DI SANT’ORONZO

Come anticipato, sulla produzione musicale di Sabino e sui diversi ruoli ricoperti nei diversi conservatori partenopei non è nostra intenzione soffermarci in questa sede: per chi volesse saperne di più, resta disponibile la pagina Facebook “Ensemble barocco Giovanni Maria Sabino”, sin da subito apprezzatissima da tanti appassionati di musica barocca italiani come anche stranieri.

Ci preme tuttavia concludere con quanto riferito da Paolo Valerio a proposito della Grotta di Sant’Oronzo: «Mi sono recato alla Diocesi di Conversano per trovare notizie su Sabino, ma mi è capitato di imbattermi in tutt’altro; ad esempio c’è un documento del 1485 che testimonia la presenza del culto oronziano a Turi già in quegli anni. L’area della grotta, comunque, era di proprietà del beneficio di San Giacomo apostolo e dunque, per alcuni anni, è “appartenuta” a Giovanni Maria Sabino. Soltanto nel 1723 – dirà più tardi – l’area venne finalmente interessata dai primi lavori di edificazione della chiesa lì attualmente presente».

Invitando i nostri lettori ad interessarsi maggiormente alla figura di Giovanni Maria Sabino, vogliamo a loro lasciare un concetto, quello della “serendipità”, ovvero la fortuna di fare felici scoperte per puro caso, il trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne stava cercando un'altra: questo d’altronde è ciò che è accaduto, in alcuni casi, al nostro ricercatore Paolo Valerio e a tutti coloro che, come lui, desiderano aumentare la propria conoscenza. “Fatti non foste per viver come bruti…” – direbbe qualcuno.

LEONARDO FLORIO

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