Lunedì 10 Agosto 2020
   
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Mino Miale, “un pesce fuor d’acqua”

Un pesce fuor d'acqua

Lo scenografo turese protagonista del “Festival della Pace attraverso la Cultura”

Tra gli artisti presenti della nona edizione del “Festival della Pace attraverso la Cultura”, figura anche Mino Miale, referente turese del Club Unesco di Bisceglie. La kermesse filosofico-culturale, ospitata presso il salone del Terminal crociere del Porto di Bari, è organizzata dall’Associazione “Stargate Universal Service” sotto l’egida dell’Unesco e vanta una madrina d’eccellenza: Irina Hale, artista anglo-russa che vive in Puglia da oltre cinquant’anni.

Una breve biografica

L'intervento di Mino MialeScenografo in pensione, Mino Miale inizia i suoi studi artistici al Liceo Artistico di Bari, approda all'Accademia delle Belle Arti, dove frequenta la Scuola di Scenografia, per poi formarsi presso la Facoltà di Sociologia del Teatro dell’Università “Carlo Bo” di Urbino. Nel tempo, si appassiona all'archeologia e coltiva la pittura e la perizia grafica d’ufficio.

Avanguardista del “decentramento della cultura”, che teorizza il progressivo spostamento del sapere verso le periferie, Miale sperimenta la militanza nel Teatro Universitario Europeo, curando vari progetti tra cui le scenografie dello spettacolo shakespeariano “Cimbelino”, ritenuto dalla critica precursore, per molti versi, dell’idea di un’Europa unita sotto il comune denominatore della cultura.

“Un pesce fuor d’acqua”

Ritornando al “Festival della Pace”, Miale ha presentato un immaginario “pesce fuor d’acqua”. L’opera è il frutto dell’assemblaggio di pezzi di legno, raccolti tra gli scogli di Polignano e lungo la costa che porta a Bisceglie. Inquadrato nella corrente “NeoPop”, lo scenografo turese segue, dunque, la lezione di Pino Pascali: avvalendosi di materiali di recupero, cuce una nuova forma per gli “scarti della realtà” instaurando un rapporto dialettico con lo spazio e la natura. Non a caso, in alcuni pezzi di legno sono visibili i segni del catrame, documento dell’azione “corrosiva” delle petroliere che solcano il “mare nostrum”.

«Il colore – ci fa notare Miale – è quello del legno naturale, delle lumachine e, appunto, del catrame». Una voluta “sofisticazione” dei connotati della comune percezione, che apre alla caleidoscopica trasfigurazione sul piano concettuale. E così quel pesce può rimandare tanto alla classica iconografia religiosa quanto a un’assordante denuncia del malessere della terra, in un gioco che vuole dissolvere gli stereotipi in favore di quello che il filologo Gianpiero Rosati definiva “spettacolo mutante delle apparenze”.

La Grotta di Sant’Oronzo

Insieme all'artista Assunta Fino

Il prossimo appuntamento che vedrà Turi nuovamente al centro dell’attenzione di cultori e appassionati è fissato per giovedì 23 luglio, quando verrà presentato il documentario realizzato a partire dal libro “Misteri dell'antichità. Culti delle Acque e Mito del Sole” (Mario Adda Editore), scritto da Pina Catino, presidente del Club Unesco di Bisceglie.

«Il volume – racconta Miale – è il risultato di un’avvincente e profonda ricerca storico-artistica. È un viaggio alla scoperta degli elementi sacri che hanno caratterizzato il culto delle acque nelle grotte e il mito del sole nella storia delle religioni. Ampio spazio in questo percorso mistico, che racconta ciò che le pietre nascondono, è dedicato alla trattazione della Grotta di Sant’Oronzo, soffermandosi su una inedita lettura iconografica del pavimento in maiolica, costituito da 238 formelle custodite nel santuario oronziano. Ciascuna mattonella, databile al 1726 e di provenienza laertina, rappresenta un simbolo che rimanda proprio alla “mitologia ecumenica” delle forze primordiali della natura. Il libro è stato tradotto in quattro lingue e mi piace ricordare che la traduzione in inglese è stata curata dall’amico Vito Lotito, insignito del “Premio Turi”».

FD

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