Martedì 26 Maggio 2020
   
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Giulio salvati: l’odisseica storia vera di un reduce turese

Giulio Salvati, ritratto

La battaglia di Sidi El Barrani (1940), la traversata nel deserto e poi in mare, la schiavitù a Johannesburg ed una surreale domenica di Pasqua del 1947

Con l’avvento del Covid-19, il mondo a cui siamo stati da sempre abituati ha assunto sembianze nuove, inesplorate: a volte, presi da un legittimo senso di terrore misto a panico, si è parlato addirittura in termini di “stato di guerra”. Difatti, nell’immaginario collettivo, e conseguentemente nel dibattito pubblico, si è pian piano insinuato il ricordo delle privazioni e dei patimenti a cui siamo stati – noi inteso come nazione – sottoposti nella prima metà del secolo scorso. Un’esperienza che adesso possiamo soltanto ricordare attraverso le immagini, i documentari, i libri, i volti e le voci di chi è sopravvissuto, di chi può raccontarlo; un’esperienza mediata, dunque, non vissuta in prima persona come invece il Coronavirus che, pur non essendo affatto una passeggiata, tende ad esserlo in confronto alla mostruosità della guerra vera e propria. Sia chiaro: ogni vita strappata è una perdita inestimabile ed il paragone tra “virus” e “guerra” è semplicemente motivato da una riflessione sull’uso lessicale che viene fatto di questo secondo termine, come se fosse sinonimo al primo. Potremmo anche sbagliarci con queste considerazioni, certamente lacunose per ragioni di spazio, ma siamo pronti a difendere la nostra presa di posizione anche grazie al racconto che stiamo per proporvi di seguito.

IL PROTAGONISTA

Il protagonista è Giulio Salvati, nato il 25 aprile del 1920 a Spiano, frazione in zona montuosa della città di Mercato San Severino (Sanzuvërinë), in provincia di Salerno. In realtà, come ci viene raccontato quest’oggi da suo nipote Giuliano Salvati, il neonato Giulio attese oltre una settimana per poter essere segnato in anagrafe: ma questa è un’altra storia.

La famiglia del nostro protagonista portava avanti un’impresa boschiva: «Dai boschi ricavavano legname per produrre pali in castagno o scale in legno per l’uso agricolo che poi vendevano in tutto il Sud Italia, in particolar modo in Puglia. Prima della guerra – prosegue Giuliano – aprirono una sede di vendita a Valenzano, gestita inizialmente dai fratelli più grandi di mio nonno, penultimo di sette figli. Alla morte del padre, ovvero del mio bisnonno, i fratelli divisero l’azienda e come dote spettarono loro 100 scale da montare. Col tempo anche mio nonno iniziò ad occuparsi della vendita e, durante i mercati a Turi, conobbe Stefano De Carolis che gli consigliò di trasferirsi qui. Nel 1953 aprì l’attività a Turi, mantenendo il sito di produzione a Mercato San Severino. È andato via il 23 Giugno 2000».

LA GUERRA E LA SCHIAVITÙ

Poc’anzi si è parlato non a caso di guerra, dal momento che Giulio Salvati avrebbe partecipato alla Seconda Guerra Mondiale: «Quando dormivamo tra lui e la nonna, a mo’ di favole, raccontava a noi nipoti le sue incredibili esperienze. Partì per il militare nel 1940 a 20 anni: dopo un breve addestramento, si imbarcò direttamente dal porto di Salerno, con destinazione Tobruch, in Libia. A distanza di 5 mesi dal suo arrivo, nella battaglia di Sidi El Barrani in Egitto (consultabile su Wikipedia) circa 44mila soldati italiani vennero catturati dagli inglesi e dagli australiani: mio nonno spesso ci raccontava che in questa battaglia il nostro esercito non riuscì a sparare neanche un colpo. Da prigionieri percorsero a piedi tutta la costa egiziana, seguiti intanto dalle truppe italo-tedesche che cercavano di liberarli. Durante questa marcia, lunga quasi 700 chilometri e terminata a Porto Said, mangiavano solo cipolle per lacrimare e non far seccare gli occhi dato il gran caldo. Ad un certo punto, gli inglesi ordinarono di abbandonare i feriti per non rallentare il loro passo: mio nonno si caricò sulle spalle un suo amico, ma purtroppo non riuscì a salvarlo, in quanto a Porto Said ci arrivò morto. Da qui partirono parecchie navi, metà in India e metà in Sud Africa, molte delle quali furono affondate da sottomarini italiani: nel Canale del Mozambico una tempesta con mare forza 9 ne affondò altre. Dopo 18 giorni di navigazione, arrivarono al porto di Durban, sulla costa est del Sudafrica; dopodiché furono trasferiti in un campo di prigionia a Johannesburg. La cosa che ricordava maggiormente della prigionia era la fame. Tuttavia si diede molto da fare: faceva tutti i mestieri e si fece tanto apprezzare che riuscì a diventare attendente di un tenente comandante del campo, che alla fine della guerra lo pregò di restare a lavorare con lui nella sua fabbrica di birra».

UN ANEDDOTO

«Nelle farm sudafricane si usava consegnare il latte a domicilio e quindi gli abitanti lasciavano fuori dall’uscio di casa la bottiglia di vetro vuota e i soldi per pagare il latte. All’arrivo degli italiani, questi soldi puntualmente sparivano, così che gli autoctoni furono costretti a cambiare le loro abitudini e ad andare a prendere il latte di persona».

UN RITORNO A CASA AL LIMITE DEL SURREALE

«Quaresima del 1947. La madre del nonno Giulio era solita ospitare i frati che in quel periodo si spostavano dai conventi e andavano a predicare nelle chiese. Ad uno di questi raccontò che non aveva notizie del figlio da ben 7 anni. Il giorno della festa patronale di Spiano, dedicata alla Madonna Addolorata e celebrata il venerdì antecedente alla Domenica delle Palme, quel frate, dinanzi all’immagine della Madonna adornata di fiori, disse che nonno Giulio sarebbe tornato da lei prima che quei fiori fossero appassiti. Lei rispose al frate che le bastava rivedere il figlio e che sarebbe potuta anche morire l'anno successivo A Pasqua, esattamente 10 giorni più tardi, il nonno tornò a Spiano e a Pasqua del 1948 sua madre morì. Da quell'anno, nonno Giulio e i suoi fratelli, come voto, hanno sempre preparato la composizione di fiori da porre davanti all'immagine della Madonna Addolorata nella ricorrenza della festa».

LA NOSTRA GUERRA

Giuliano Salvati, voce narrante della storia di nonno Giulio

Nell’impossibilità di riportare a parole la pelle d’oca suscitata da questo racconto, vogliamo ugualmente provare a chiudere il cerchio, tornando alle considerazioni fatte in fase introduttiva. Della storia di Giulio Salvati siamo venuti a conoscenza grazie ai social e più nello specifico grazie ad un post del nostro intervistato e concittadino Giuliano che così scriveva: «Nel rovistare tra alcuni scatoloni mi sono imbattuto in un contenitore cilindrico di latta, di quelli militari usati per contenere munizioni o altro, non lo vedevo da almeno 15 anni ma l’ho subito riconosciuto. Sapevo cosa ci avrei trovato dentro, e preso dalla nostalgia l’ho aperto. Sono stato colto da una strana sensazione di malinconia mista a commozione, ma ero comunque felice di rivederti, nonno, in quel ritratto che ti volle fare un tuo commilitone, prigioniero come te, in un campo di concentramento inglese a Johannesburg in Sud Africa.

[…] Sai caro nonno negli ultimi mesi siamo entrati anche noi in guerra, ma non nel senso classico del termine, come quella combattuta dalla Vostra Generazione, bensì una guerra contro un virus, comparso sulla terra dal nulla, ma che nel giro di pochi mesi ha fatto migliaia di vittime ed ha cambiato la nostra vita per sempre. Anche noi senza sparare un colpo siamo stati catturati, siamo prigionieri nelle nostre case: non possiamo uscire, lavorare, andare a trovare i nostri cari, fare una passeggiata, vedere il mare. Siamo stati preda di un’offensiva a sorpresa che ci ha fatto “prigionieri” poco a poco, un decreto alla volta. Ecco che finalmente mi si sono aperti gli occhi su ciò che volevi dirmi sulla guerra, sulla prigionia, di quanto siano difficili le privazioni. Ho capito che avevi ragione quando mi dicevi che la libertà è il bene più prezioso che possediamo, ma che ce ne accorgiamo solo quando l'abbiamo persa.

[…] Sono certo che da questa situazione ne usciremo più forti di prima anche se ci vorrà tempo, proprio come sostenervi sempre tu “diceva o’ sòrc a la noce: damm’ temb, cà t sprtòs” (diceva il topo alla noce: dammi tempo che ti apro)».

LEONARDO FLORIO

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