Il riscaldamento globale, tra verità e menzogne

Gerardo Greco

Il giornalista RAI e conduttore televisivo Gerardo Greco a Casa delle Idee per parlare della Guerra Calda

Al termine delle festività natalizie, Alina Laruccia, presidente di Didiario, ha rilanciato la sua proposta culturale, aprendo il terzo ciclo di seminari dedicato alla nostra Carta Costituzionale con l’intervento di Vincenzo Camporini, Generale ed ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare e della Difesa; dopo di lui sono approdati a Turi il prof. Nicola Colaianni, affiancato dall’ex Assessore Tommaso Fiore, mentre, cinque giorni più tardi, sarebbe stata la volta della scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti e della prof.ssa Rosi Paparella.

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Il 31 gennaio, invece, i più attenti si saranno accorti che tra le strade del nostro borgo antico si aggirava Gerardo Greco, storico inviato di Rai 2 e noto conduttore televisivo: «Questo paese sembra un quadro. Pulitissimo, ma in alcuni punti abbandonato. Stamattina siamo andati all’Istituto Pertini: c’erano 400 ragazzi, tutti molto pimpanti sul tema dell’ambiente» – ha esordito Greco nella fase introduttiva del suo intervento, durante il quale ha presentato il suo libro “Guerra calda”. Un conflitto, quello di cui racconta il giornalista, che da tempo si protrae, seppur senza l’impiego di alcuna arma: «Il mio libro nasce da una storia lontana dalla Puglia, da due ricercatori dell’Università di Ekaterinburg che, coi soldi della Comunità Europea, vanno a cercare tronchi di larice in Siberia, nella penisola di Jamal. Larici che hanno una particolarità: vivono anche mille anni e quando finiscono il loro ciclo vitale vengono tombati dal permafrost, mineralizzandosi e permettendo così di stabilire le condizioni ecologiche degli anni in cui è vissuto il larice».

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Tutto questo, come spiega Greco, ha permesso la nascita di una scienza inaugurata da Leonardo da Vinci, ovvero la dendrocronologia, in poche parole l’archeologia fatta dalla botanica. «Questo libro – racconta Greco – è una storia vera, una cronaca di fatti costruiti in un’inchiesta giornalistica, raccontata parallelamente ad una storia d’amore. I ricercatori protagonisti tornano con alcune migliaia di campioni di fossili, li catalogano e li rendono fruibili per tutti i climatologi del mondo. Questa raccolta ottenuta a Jamal diventa una pietra miliare su cui si costruiscono quegli studi di climatologia che hanno recentemente provato a capire quanto il nostro pianeta si sia riscaldato e raffreddato nel corso dei millenni».

Ed ecco il focus del libro di Gerardo Greco: il riscaldamento globale esiste? Se sì, è un fenomeno normale o straordinario? Per provare a rispondere a questa domanda, bisogna seguire l’andamento delle temperature degli ultimi 2000 anni, tracciato dallo stesso Greco a Casa delle Idee, che ad un certo punto spiega: «Dal 1850 il pianeta torna a riscaldarsi, proprio quando inizia la seconda rivoluzione industriale, basata anche su emissioni di gas inquinanti e anidride carbonica: si cominciano a lavorare metalli pesanti, a costruire città che sono particolarmente d’impatto e la popolazione aumenta fino al miliardo toccato ad inizio ‘900».

Il pubblico presente (2)

Scienza, informazione e social

Ebbene, a partire da questa parentesi storica, Greco approfondisce quella che è la curva delle temperature, la quale subisce un’impennata incredibile nel primo dopoguerra: impennata che porta i climatologi a parlare della cosiddetta “teoria della mazza da hockey”, volendo metaforicamente intendere con la parte del manico di questo strumento sportivo un andamento delle temperature proiettato inesorabilmente verso l’alto. «Nel 2009 si tiene a Copenaghen una conferenza delle Nazioni Unite sulle questioni ambientali, con l’obiettivo di imporre dei tetti alle emissioni di CO2 e contenere così l’innalzamento delle temperature. Succede però che alcuni hacker, un mese prima della conferenza, rapiscono dal server dell’università di Norwich alcune mail che vengono pubblicate soltanto in alcuni passaggi: trattasi delle mail dei climatologi del mondo che comunicano tra di loro per condividere dubbi e riflessioni. Queste però vengono epurate dal contesto e messe sui social per delegittimare la climatologia. Scoppia un linciaggio a danno dei climatologi. La climatologia ufficiale ne esce a pezzi: il riscaldamento globale è vero o no? E, ad esempio, gli USA dicono “no”, “sono bufale”. La conferenza di Copenaghen, dunque, fallisce e l’esperienza internazionale verrà ripetuta soltanto nel 2015 a Parigi. Quello che cerco di raccontare è come la manipolazione dell’informazione possa influenzare il dibattito sulla veridicità della scienza»

A cavalcare l’onda, anzi la confusione, arriva Trump: «La scalata di Donald Trump comincia proprio col 2009. All’epoca era solo un palazzinaro di successo, un personaggio pop, che firma un manifesto in cui chiede a Obama di andare all’ONU per dire che questa storia del cambiamento climatico è un disastro: Trump inizialmente è un ambientalista convinto, salvo poi ripensarci. In quel momento in cui la scienza non riesce a contrastare la forza del dibattito sui social, delle verità parziali e offuscate, Trump ottiene dalla rete una risposta impressionante e i suoi trumpologi gli suggeriscono di concorrere alle presidenziali»

L’inquinamento come lotta di classe

Ma è possibile uscire dalla guerra calda? Greco appare pessimista in tal senso: «La guerra calda è, a differenza della guerra fredda, a più bassa intensità: non ce ne siamo accorti e tutto sommato è una guerra che abbiamo perduto; non si trova la leva per fermare la macchina di emissione della CO2».

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Effettivamente, come racconta Greco, alcune nazioni, quelle del “Secondo Mondo” soprattutto, non hanno intenzione di fermare la propria macchina inquinante, perché per decenni altri Stati, del cosiddetto “Primo Mondo”, hanno fatto il bello e il cattivo tempo, traendo enormi vantaggi economici e causando conseguenze con cui tutti oggi facciamo i conti: l’inquinamento è dunque una forma ennesima di lotta di classe, in questo caso internazionale. Lo scenario è tuttavia preoccupante: «La CO2 emessa negli ultimi 10 anni è aumentata del doppio rispetto alle emissioni dell’uomo dall’inizio della rivoluzione industriale fino agli anni ’60. Esiste una soluzione di buon senso? Bisogna essere ottimisti, sedersi al tavolo e cambiare modelli di vita. Se guardo la mia infanzia e quella di oggi, devo dire che c’è una differenza di metodo fondamentale: nella Svizzera degli anni ’70 si faceva già la raccolta differenziata; oggi siamo più bravi noi italiani a farla. Ci sono modelli di vita che cambiano e se dobbiamo cambiare un paradigma industriale questa può essere la grande occasione per trovare altre strade e fondare nuove attività imprenditoriali. Per fermare il cambiamento climatico – concluderà più tardi – dobbiamo cominciare a cambiare innanzitutto noi».

La base però è sempre la sensibilità: ognuno di noi deve vedere in questo pianeta una casa condivisa da altri miliardi di simili; casa la cui esistenza è ormai da tempo appesa a un filo. In buona sostanza una visione catastrofista è certamente allarmante, ma è forse l’unica che permetterebbe di superare lotte di classe internazionali e abitudini di vita malsane dure a morire, diversamente dalla Terra che, invece, non è eterna. D’altronde l’art. 9 della Costituzione fissa la necessità di tutelare, come si fa con un bene artistico, il nostro paesaggio.

LEONARDO FLORIO