Sabato 29 Febbraio 2020
   
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Giustizia per Palmina, arsa viva perché non voleva prostituirsi

palmina

Il 12 febbraio a Casa delle Idee per ripercorrere con Mario Gianfrate la storia di Palmina Martinelli, fasanese bruciata viva a 14 anni

«Ricordo nitidamente quest’episodio dell’81: colpì moltissimo l’attenzione dell’opinione pubblica e se ne parlò ovunque, anche nelle famiglie. Poteva essere nostra figlia, sorella, nipote. Una ragazza di 14 anni ha il diritto di giocare, studiare, vivere»”. Con queste parole di Alina Laruccia, presidente di Didiario, vogliamo introdurvi ad una breve ricostruzione dell’orribile vicenda che ha visto protagonista Palmina Martinelli.

È l’11 novembre del 1981, siamo a Fasano: Antonio, fratello maggiore di Palmina, rientrando a casa avverte uno strano odore di bruciato e dei flebili lamenti; è sua sorella, ancora in preda alle fiamme, che chiede aiuto dopo aver provato a spegnere il fuoco sotto la doccia che però non funzionava. Suo fratello allora la carica in auto e la trasporta in ospedale dove il 2 dicembre, dopo 22 giorni di atroce sofferenza, chiuderà gli occhi per sempre. Prima della sua morte, un magistrato, munito di registratore, la interroga, cercando di capire chi abbia provato a darle fuoco e con quale mezzo. La ragazza è lucida e risponde dicendo i nomi dei due ventenni che avevano adoperato su di lei “alcool e fiammifero”. A rendere ancor più agghiacciante la vicenda c’è un fattore raccapricciante: uno dei due sarebbe stato il ragazzo di cui era innamorata, mentre dell’altro Palmina ricorda soltanto il nome.

Perché tutto questo? Bullismo? Relazioni amorose patologiche? Raptus di follia? Una specie di gioco sadico e perverso? Niente di tutto questo: i due volevano costringerla a prostituirsi e lei si era fermamente ribellata e opposta. «Entrano Giovanni ed Enrico e mi fanno scrivere che mi ero litigata con mia cognata. Poi mi chiudono nel bagno, mi tappano gli occhi, mi mettono lo spirito e mi infiammano» - questa la ricostruzione dei fatti fornita dalla giovane vittima di quel brutale omicidio.

Ebbene, penserete adesso, nonostante la morte della povera vittima, giustizia è stata fatta: ma non è così. In seguito a varie udienze processuali, i due aguzzini furono entrambi scagionati per insufficienza di prove. E forse questo è accettabile, se non fosse che in aula venne anche fatto ascoltare il nastro registrato: alla conclusione del processo, si chiuse il caso come suicidio dovuto alla disperazione. Alla fine del 2012 la famiglia ha chiesto alla procura di Brindisi la riapertura del processo. Al di là di quelle che sono le vergogne e le nuove luci che si intravedono nell’iter giudiziario, vogliamo raccontarvi il contesto familiare in cui è cresciuta Palmina, il quale, come forse si sarebbe dovuto pensare già all’epoca dei fatti, è cruciale per la comprensione dell’accaduto. Palmina aveva rifiutato di seguire la strada a cui volevano costringerla i parenti, quella della prostituzione. Poco più che bambina aveva progettato la fuga da quella casa dove erano cresciuti i suoi 10 fratelli e dove era infelice, tra il padre alcolista e il cognato violento, perché picchiata e indotta a diventare una baby-prostituta. Aveva avuto il coraggio di decidere di andare via, pur di non vendere il suo corpo.

L’11 novembre 1981, dopo aver già tentato la fuga ed essere stata ricondotta a casa a suon di schiaffi dal padre e dal cognato Cesare Ciaccia, marito della sorella maggiore Tommasina, aveva scritto una lettera per dire addio alla sua mamma. Quel giorno, però, vennero a prenderla in casa il cognato Enrico, compagno della sorella Franca, e il fratellastro di questi, Giovanni, 20 anni, quello di cui la piccola Palmina era innamorata. Volevano trascinarla via con loro, sulla strada, ma Palmina si oppose. La cosparsero di alcol e le diedero fuoco con un cerino. La ragazzina corse in bagno per spegnere le fiamme sotto la doccia, ma il destino volle che l’acqua quel pomeriggio mancasse. E proprio sul piatto della doccia la soccorse suo fratello. Enrico Bernardo era il compagno di Franca, una delle sorelle di Palmina, marchiata a sangue con il nome del compagno su una coscia, come a identificare una proprietà e gettata sulla strada a prostituirsi con la minaccia di uccidere la loro figlioletta appena nata.

In quel clima, Palmina, che a quattordici anni era fresca, bella e vergine, era un boccone più che appetibile per il “business di famiglia”. La piccola si era invaghita di Giovanni Costantini, quello che poi avrebbe denunciato come suo aguzzino, all’epoca militare in servizio a Mestre, al quale scriveva ingenue lettere d’amore, sognando il matrimonio. Ben presto, però, aveva capito quale sorte avesse in mente per lei. A novembre, Palmina smise di andare a scuola e quando le compagne di classe le chiesero il motivo, rispose che in famiglia volevano farle fare “la vita”.

Il processo ebbe inizio due anni dopo i fatti, nel 1983. Fondamentale fu l’esame della lettera che la piccola lasciò a sua madre, che però fu letta come quella di una suicida. Quel “addio per sempre” scritto in maiuscolo alla fine del foglio venne interpretato come il saluto definitivo, almeno fino a quando non ci si rese conto che la sola “P” era stata tracciata, a guisa di firma, da Palmina. Le altre lettere erano state aggiunte con un’altra calligrafia, in un secondo momento, per simulare il suicidio, da una mano che viene ritenuta compatibile con quella del Costantini. Quello che resta di Palmina, oggi, a Fasano è “Largo Palmina Martinelli (1967 – 1981) giovane vittima di crudele violenza”.

Il 12 febbraio, alle 18.30, si parlerà di tutto questo a Casa delle Idee con Mario Gianfrate, direttore della rivista on-line IlSudEst, collaboratore negli anni ’80 dell’Avanti!, ricercatore presso la Fondazione Di Vagno e autore di diversi saggi e libri di narrativa. Tra le sue ultime fatiche c’è “Palmina, una storia sbagliata”, con cui lo stesso Gianfrate ha provato a ricostruire i fatti di quel novembre dell’81, cercando di dare giustizia alla giovane fasanese. Mercoledì 12, assieme a lui, interverranno Giulia Sannolla, referente Area Antiviolenza della Regione Puglia, e Lello di Bari, ex sindaco di Fasano e medico presente al Pronto Soccorso nei giorni della triste vicenda che ha causato la morte di Palmina Martinelli.

Al di là della verità processuale, perché è importante ricordare questa storia? «Perché è il segno di una povertà culturale che dobbiamo combattere. E io non mi stancherò mai di farlo: questa è una mia missione. Qualcuno sta ancora oggi cercando di far riaprire il processo per dare giustizia a questa ragazza. Sono passati quasi 40 anni: qualcuno crede che la verità verrà fuori e con l’incontro del 12 cerchiamo di contribuire anche noi a tutto ciò». Intanto, invitiamo i lettori a cercare su internet l’audio originale in cui Palmina, con un filo di voce, nomina i suoi aguzzini: forse soltanto un documento del genere è in grado di rendere questo orribile episodio emotivamente vicino alle nostre coscienze, che non possono e non devono mai dimenticare il nome di Palmina e la giustizia che, anche a distanza di anni, merita di ricevere.

LEONARDO FLORIO

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