Sabato 25 Gennaio 2020
   
Text Size

A 50 anni dal primo numero di “Turi Chiesa Madre – Nova et Vetera”

78827060_2877981255567461_3684328293466636288_n

Il racconto di Milko Iacovazzi sul periodico creato da don Vito Ingellis, patrimonio di turesità da tutelare

Se dovessimo scavare nella mente e nell’archivio storico di Milko Iacovazzi, ne verrebbe fuori un libro, tra i più romantici che la cittadinanza turese possa mai leggere: salvati nella sua memoria, psicologica e cartacea, ci sono infatti innumerevoli volti, luoghi, realtà e storie del passato della nostra città. Ogni tanto, a gamba tesa, queste immagini e questi racconti appaiono sui social network, offrendo ai più adulti struggenti note di malinconia che finiscono per invadere un presente troppo proiettato verso il futuro: eppure, forse, l’innovazione e lo spirito d’iniziativa turese non è da cercarsi nell’avvenire, ma nei tempi andati, quando nella nostra cittadina le idee, i progetti, il dialogo, la vita non mancavano affatto.

Don Vito Ingellis da giovane

Un esempio a tal proposito ci viene servito su un piatto d’argento da un recente post di Iacovazzi in cui si racconta la storia di “Turi Chiesa Madre – Nova et Vetera”, un periodico creato dal compianto don Vito Ingellis. Stando alle immagini offerte dal prof. Giovanni Palmisano sul sito www.turionline.it, infatti, nel 1970, don Vito manda in prima diffusione un periodico “formativo ed informativo” in cui si racchiudono “fede, storia, folklore ed…altro”, insomma “briciole di un po’ di tutto”.

Nonostante le prima battute dal tono ironico, la premessa fatta dal sacerdote turese nel primo numero è davvero interessante, oltre che ben scritta: «Miei cari, vi sarete chiesti, ricevendo questo ciclostilato, cosa sia e donde venga. Nella pletora di carta stampata, vuole essere un modesto contributo alla nostra cara terra, un periodico senza eccessive pretese, che porti notizie a chi è ancora innamorato del “natio borgo”, a chi ama il paese in cui trascorre ore serene, a chi preferisce l’aria di festa fatta di piccole gioie godute in semplicità. Servirà, speriamo, a richiamare l’attenzione, a ricordare, a far conoscere tante piccole cose, a vivere alcuni attimi in un clima distensivo che, al di là delle ansie quotidiane, fa respirare lo spirito e conduce a celesti cose. Il primo numero vuole essere un omaggio a Sant’Oronzo, del quale si dovrà rifare il carro. Questo ciclostilato quale periodicità avrà? È assolutamente prematuro dirlo. Dipenderà da molti fattori, non escluso quello economico. L’iniziativa si ripeterà, se riuscirà ad interessare, se ingranerà, se la critica demolitrice, che sa solo essere linguacciuta, non riuscirà a scoraggiare chi parte con entusiasmo. Insomma, speriamo in bene ed abbiamo fiducia nella Provvidenza. A tutti i turesi, ovunque essi siano, saluti e benedizioni».

GIORNALE 5

A quasi 50 anni di distanza, Iacovazzi, nella pletora moderna di Facebook, scrive ricordando questo periodico: «Come un torchio imprime su carta l’inchiostro indelebile, ciò che sa essere indissolubile nel tempo è solo ciò che è davvero impresso tra le pagine dei nostri ricordi. Era questo, più o meno, il periodo della consegna, ma tutto iniziava settimane prima, se non mesi, a comporre lettera dopo lettera, pezzo dopo pezzo, gli articoli che avrebbero occupato gli spazi del suo giornale annuale. Ci preparavamo anche noi, piccoli e grandi ad aiutarlo, Lui, arciprete del nostro paesello: Don Vito Ingellis. Accompagnati dall’odore dell’inchiostro e delle vecchie stampe, si entrava nel suo studio. Il crocifisso grande difronte, vecchie sedie intorno alla stanza, un lungo tavolo al centro, importantissimo per il lavoro di riordino dei fogli. Sulla sinistra una finestra che si affacciava nel giardino, più in là la porta che comunicava con la sua abitazione. Sulla destra la sua scrivania, antichissima, illuminata da un vecchio abat-jour con la sua luce fioca e calda. Sembrava ogni volta di entrare in un museo, il suo, spesso anche il nostro, noi che passavamo molte sere d’inverno in sacrestia. Il giornale era ormai diventato un classico appuntamento. Il profumo di inchiostro nella stanza della composizione e intorno alle macchine stampanti era meraviglioso. Era sempre in perfetto ordine, e tutto funzionava a meraviglia, la loro “musica” si mescolava a quella delle nostre voci. Iniziava il lavoro e si proseguiva senza fiato. Finito di ordinare il tutto, dopo le sue minuziose ricerche su storie, personaggi ed eventi che si susseguivano nel nostro paese, si passava al lavoro di stampa. Dopo aver celebrato la messa serale, e dopo aver cenato, ci si ritrovava tutti nel suo vecchio studio. Ognuno di noi aveva un compito ben preciso, a volte si faceva notte, ma il lavoro bisognava completarlo. Si lavorava davvero tanto, gli occhi spesso si chiudevano, ma la soddisfazione di essere lì e renderti utile era qualcosa di straordinario. Andavano via un po’ di notti prima che l’opera fosse finita del tutto. L’ultimo sforzo era di arrotolare tutti i giornali e chiuderli con una fascetta bianca, in modo che don Vito, potesse scrivere su ognuna di esse nome e indirizzo del destinatario, affinché suo nipote, Vito, dal giorno dopo iniziasse la distribuzione a bordo della sua bici (graziella), mettendo da parte alla fine della giornata, una lauta mancia. Oggi ci manca quel giornale, quel tempo, quella semplicità di fare le cose, quell’umiltà che si respirava nell’aria. Siamo presi da mille impegni e distrazioni, senza accorgerci, però, che sono le piccole cose che possono renderci sereni e felici. Come delle notti passate a stampare un giornale…».

La prima pagina del primo numero

Tanti i turesi che, pungolati nell’anima dalle parole di Iacovazzi, hanno ricordato il ciclostile (un sistema di stampa meccanico del secolo scorso) di don Vito, la morbidezza di quei fogli, tutti gelosamente conservati da qualche parte in casa. Tra di loro spicca Egidio Buccino che racconta: «Don Vito, suo malgrado, fu costretto a "chiudere" il suo periodico proprio perché non aveva collaboratori che con lui, autore di quasi tutti i pezzi pubblicati, avrebbero condiviso il lavoro di dattiloscrittura delle matrici, il lavoro di stampa, ecc. Io, Mario Maselli, Donato Giuliani, Pino Canoci, Michele Zagaria (tanto per citarne alcuni) collaborammo con don Vito, finché abbiamo potuto, nel senso che poi, ognuno di noi, cominciò la vita lavorativa, mise su famiglia e queste cose impongono - obtorto collo - non solo delle scelte prioritarie, ma anche obblighi che assorbono tempo ed energie. Purtroppo, per tutti noi, non ci fu chi raccolse il nostro testimone, nonostante gli accorati appelli di don Vito, per cui egli, dopo vent'anni di lavoro certosino e appassionato, con comprensibile dispiacere, fu costretto a scrivere la parola FINE. Resta un'opera grandiosa, un'opera "omnia" per Turi, che deve essere grata al Padre, al Pastore, allo Storico, al Poeta, al Narratore, per aver fatto conoscere tante pagine di Storia di Turi, di aver inculcato in noi, che abbiamo dattiloscritto, stampato, ecc., l'amore per questo nostro "paesello", a cui Lui dedicò il "Carme secolare" Turi, declamato in piazza S. Orlandi dall'attore Alberto Lupo. Alcune manifestazioni del Giubileo Oronziano si sono potute porre in essere anche grazie alle ricerche documentali e storiche di don Vito. Certo, se in quegli anni ormai lontani, avessimo avuto a disposizione gli strumenti di oggi, l'esito di "Turi- Chiesa Madre" sarebbe stato diverso. Probabilmente. Resta comunque, come lo stesso don Vito diceva "una fiaccola accesa" per trasmettere alle prossime generazioni "il fuoco sacro degli ideali più belli". E quella fiaccola è tuttora accesa. Spetta a noi alimentarne la luce».

Questo articolo, come tanti altri su queste pagine, vuole essere un modo per alimentare quella luce cui fa riferimento il sig. Buccino che però, forse, meriterebbe anche una certa protezione per evitare che i venti implacabili del tempo possano spegnerla definitivamente: fuor di metafora, le parole di Iacovazzi e queste colonne alimentano la memoria, mentre i ricordi veri e propri sono le copie originali di quel periodico che forse, dopo tanti anni, hanno bisogno di essere ristampati, riletti e conservati in una vetrina ben visibile a tutti. L’archivio in biblioteca, forse, non è più sufficiente. Altra “cosa” importante ed altrettanto ignota alle giovani generazioni è il premio Turi, assegnato nella sua prima edizione proprio a don Vito Ingellis. Ma questa è un’altra storia… che rischia di essere dimenticata.

LEONARDO FLORIO

FOTO DELL'ARCHIVIO STORICO DI MILKO IACOVAZZI

Commenti  

 
Mino Miale
#1 Mino Miale 2019-12-29 22:20
Accòm 's dìsc niente si perde... alla FACC di chi ci vuole ... ;-)
Citazione
 

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI

LA VOCE DEL PAESE Un Network di Idee.

l ACQUAVIVA DELLE FONTI l CASAMASSIMA l CASSANO DELLE MURGE l GIOIA DEL COLLE l NOICATTARO l POLIGNANO A MARE l PUTIGNANO l SANTERAMO IN COLLE l TURI l

Porta la Voce nel tuo paese

Copyright 2008-2017 © LA VOCE DEL PAESE. È vietata la riproduzione anche parziale. Tutti i diritti sono riservati.