Domenica 15 Dicembre 2019
   
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Aldo Moro: un sogno così non ritornerà più

gero grassi  (1)

La Costituzione, i diritti e i retroscena agghiaccianti della tragica fine di Aldo Moro

Nella serata di mercoledì 13 novembre, si è tenuto a Casa delle Idee il quinto appuntamento relativo al secondo ciclo di seminari sulla Costituzione organizzato da Alina Laruccia, presidente di “Didiario – Suggeritori di Libri”: l’ospite della serata è stato Gero Grassi.

gero grassi  (2)

Nel giornalismo non si dovrebbe lasciar spazio alle impressioni soggettive, ma in questo caso risulta davvero impossibile: mercoledì scorso l’On. Gero Grassi è stato davvero formidabile; ascoltarlo è stato come assistere ad un documentario proiettato da una qualche diavoleria elettronica. Difatti, anche a distanza di giorni, risulta ancora difficile credere che nella sua memoria umana possano essere conservati tutti i nomi, le date e gli eventi da lui riportati a menadito: eppure è così. Forse, per renderla più umana, bisognerebbe leggere la sua relazione alla luce di un’esperienza di ben 725 incontri sul “caso Moro” da lui presieduti in tutta Italia.

“Sono qui – esordisce ironicamente - anche grazie alla ‘coazione’ del mio amico Nico De Grisantis. Oggi proverò a darvi la massima informazione possibile su un’indagine sviluppata in 8 milioni di pagine, il cui studio mi è costato quattro decimi di vista. Le parole che sentirete sono quelle degli atti processuali. Stasera vi farò nomi e cognomi di tutti coloro che sono coinvolti nell’omicidio di Moro”.

LE DIFFICOLTÀ DEL CASO MORO
“La reductio ad unum pubblica è quella per cui si ritiene che Moro sia stato rapito e ucciso dalle BR: non è così e questo non implica ridurre la loro responsabilità. Per questo motivo abbiamo aperto la Seconda Commissione Moro. Negli anni – sostiene l’On. Grassi – ho seguito oltre 200 interrogatori e ho capito che nel caso Moro non c’è nessuno che ti aiuta a trovare la verità: magistrati, brigatisti, Forze dell’Ordine e vittime hanno ognuno la propria verità”. Una questione non semplice, nella quale, come specificato dallo stesso Grassi, “le dita della stessa mano mentono”, per cui “non bisogna mai parlare per sigle, ma per singoli”. Per fare un esempio: “Non la DC, ma Cossiga e Andreotti”. “Il tentativo di farmi tacere è stato finora pesantissimo e continua ad esserlo da parte di soggetti istituzionalmente pericolosi” – avvertirà più tardi.

MORO E L’ITALIA FASCISTA
“Moro si laurea nel ’38. All’epoca l’82% della popolazione non aveva servizi igienici e acqua potabili, l’80% delle strade era in polvere ed il 40% degli italiani era analfabeta. Il fascismo è all’apice del suo potere e, per quanto se ne dica oggi, il fascismo non era Mussolini, ma il suo popolo. In quegli anni lui ordinava di “spegnere i cervelli” di coloro la cui colpa consisteva nell’avere un pensiero opposto a quello del regime, compresi Gramsci e Pertini, entrambi incarcerati”. Sul dramma della guerra Grassi non si risparmia, raccontando degli aerei – “bare da morto” pilotati dagli italiani o dello struggimento delle madri che di settimana in settimana si recavano al Comune sperando di non trovare il nome del proprio figlio sull’elenco del bollettino di guerra. Proseguendo nei suoi racconti Grassi aggiunge: “Il dramma della guerra è tutto nel pensiero di Moro che difatti ha parlato tantissimo di Pace: nella Fiera del Levante del ’75 esortò tutti affinché il Mediterraneo non si sporcasse più di sangue; affinché il luogo della Fiera, dove durante il fascismo si facevano parate militari, diventasse sempre più sede d’incontro tra popoli diversi”. Tornando al periodo fascista, dirà: “Il 3 Novembre del ’41 Moro tiene la sua prima lezione all’Università di Bari e afferma “la persona prima di tutto”; per questa frase i fascisti vogliono arrestarlo, ma Moro si salva grazie all’intervento della Chiesa”.

GLI ACCORDI DI YALTA E LA COSTITUENTE
A parere dell’On. Grassi il seme dal quale si svilupperà la tragica fine di Aldo Moro è da vedersi negli accordi di Yalta del 1945: “Gli accordi furono firmati dai vincitori della Seconda Guerra Mondiale, ovvero Inghilterra, USA e Russia, che difatti si divisero il mondo. In base a questi documenti si stabiliva che nessuno dei tre vincitori avrebbe potuto mettere becco negli affari altrui. In tutto ciò c’era un codicillo privato: l’Italia diventava un protettorato inglese, per cui agli inglesi spettava dare il placet assoluto alle vicende economico-politiche italiane”.

Nell’anno successivo, invece, iniziava a lavorare l’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana: “Quando parte la Costituente, Moro ha 30 anni ed esordisce dicendo che la Repubblica avrebbe dovuto riconoscere i diritti alla persona e non al cittadino, poiché la persona è un cittadino che ancora non è nato. I diritti sono dunque naturali e nessuno li può revocare. Per questa ragione la nostra Costituzione è la migliore del mondo in quanto tutto ruota intorno alla persona”.

IL DIRITTO ALLO STUDIO
Uno dei fiori all’occhiello dell’intera attività politica morotea è senza dubbio la scuola: “All’epoca, in base alla legge Coppino, fino all’età di 11 anni si era obbligati ad andare a scuola. Se non ci si andava, non accadeva in realtà nulla ed i ragazzi abbandonavano per andare a lavorare: l’evasione scolastica era dunque un mezzo illecito in mano agli imprenditori. Moro studia la condizione della scuola italiana e si rende conto che è impossibile creare l’Italia se al Sud il 40% della popolazione è analfabeta: per questo motivo decide di promuovere la scuola media obbligatoria, con tanto di Carabinieri incaricati di controllare l’abbandono scolastico. Tutto ciò si realizza soltanto nel ’63, a causa dell’opposizione degli imprenditori che non volevano perdere i propri interessi. Moro però è più furbo e nel ’57 crea un capolavoro, ovvero il programma TV “Non è mai troppo tardi”: il diritto allo studio andava portato direttamente nelle case degli italiani”. A tal proposito Grassi racconta l’aneddoto relativo al docente scelto per condurre la trasmissione che, nonostante comunista, viene comunque accettato da Moro perché “in democrazia le diversità non sono un difetto, ma un valore”. Tornando all’alfabetizzazione e al programma TV, Grassi dirà: “Nell’Italia del ’57, il problema sono le vocali. A Turi le TV sono meno di dieci, ma quelli che vogliono imparare a leggere e scrivere sono migliaia: tutti si recavano nei bar, nei locali pubblici dove c’era una TV, dando dunque inizio al cosiddetto fenomeno della “mobilità delle sedie”. Dopo alcuni aneddoti curiosi e divertenti sull’ignoranza dilagante dell’epoca, l’atmosfera a Casa delle Idee diviene improvvisamente cupa: “I guai di Moro iniziano con Yalta e si rafforzano con la scuola: aumentando l’età obbligatoria allo studio, aumentano gli studenti, le strutture, i docenti ecc. Gli imprenditori dal canto proprio volevano un popolo di ignoranti che producessero solo ricchezza. Nella scuola – dirà più tardi citando Moro - la spesa non è un costo, ma un investimento”.

IL TRAGICO EPILOGO
Riassumere il terzo tempo della relazione di Grassi è qui impossibile, per cui rimandiamo i lettori al volume “Aldo Moro: la verità negata” scritto dallo stesso Grassi. Possiamo dirvi però che si è parlato del Piano Solo, un tentativo di dittatura militare ordito da Carabinieri e facilitato da Antonio Segni, all’epoca Presidente della Repubblica; si è poi parlato di Gladio e delle stragi di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia, dell’Italicus e della strage di Bologna: “Sapere queste cose ci rende responsabili del futuro” – aggiunge Grassi. Hanno poi trovato spazio alcuni aneddoti relativi alle minacce rivolte a Moro da parte di Kissinger, a causa del folle sogno moroteo della “democrazia compiuta” e dell’Europa dei popoli (non degli Stati) per cui era necessario e follemente romantico bypassare gli accordi di Yalta. E poi ancora Grassi ha raccontato del capo brigatista Senzani, della sua vicinanza al camorrista Cutolo, dei generali delle forze armate sorpresi a casa di Licio Gelli, del brigatista Franceschini, di Andreotti e del presentimento di Moro, certo della sua morte nonostante in TV si desse scontata la sua elezione a Presidente della Repubblica. Si arriva dunque all’eccidio di Via Fani, al Bar Olivetti e alla ricostruzione di Grassi per la quale quel giorno non c’erano solo brigatisti. Di uguale interesse inoltre le riflessioni relative al memoriale Morucci-Faranda, scritto secondo Grassi niente poco di meno che da Cossiga, Pecchioni, Imposimato e i Servizi Segreti per dare una versione dei fatti favorevolmente distorta. Devastanti, infine, l’ipotesi di una collusione tra Loggia P2 e Carlo Alberto Dalla Chiesa, nonché i racconti dell’autopsia di Moro, scuoiato per dimostrare che in vita avesse assunto stupefacenti. “Moro - concluderà Grassi - non è morto: è stato ucciso violentemente. Egli però vive ancora oggi nel cuore degli italiani che credono nella democrazia. Moro è un martire laico della libertà e della democrazia”. Ciò che fa più male, tuttavia, è la consapevolezza di una pagina luminosa della storia italiana negata, strappata via: abbiamo perso uno statista in grado di prevedere la caduta del muro di Berlino “per il vento della libertà”, in grado di guardare con lungimiranza alla questione palestinese, in grado di costruire l’Italia sui diritti, sulla democrazia e sulla cultura. Dispiace dirlo, ma guardando oggi l’Italia è probabile che “un sogno così non ritorni mai più”.

LEONARDO FLORIO

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