Domenica 17 Novembre 2019
   
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Fecazzèdde di mùrte, recòtte ascquànde e chiacùne

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Cos’è l’àneme di mùrte? La tradizione tra l’1 ed il 2 Novembre nel dialetto e nei racconti di Lina Savino

Alcune settimane fa, pubblicavamo su queste pagine l’utile procedimento da seguire per poter produrre, in casa, la salsa ed i cosiddetti “pomodori a pezzetti”. Seppur fuori periodo, questo approfondimento riuscì a suscitare un certo clamore, merito anche delle accurate indicazioni fornite dalla nostra relatrice d’eccezione, ovvero Lina Savino, 81enne turese: in un vortice di espressioni linguistiche e vocaboli totalmente alieni rispetto al dialetto parlato quest’oggi, vi raccontavamo, scandendola passo dopo passo, una tradizione, quella della salsa, in grado di rinnovarsi senza alcun problema anche nei tempi recenti.

Tre settimane più tardi, sempre grazie al know how della nostra Lina, i lettori hanno avuto modo di annotare la prassi necessaria per ottenere formaggio e ricotta fatti in casa. Questa seconda tecnica, con tutto il bagaglio di termini dialettali che include in sè, risulta essere senza dubbio a maggiore rischio d’estinzione rispetto a quella della salsa: per questo motivo consigliavamo ai lettori di strappare delicatamente la pagina del numero in questione e conservarla gelosamente.

Oggi verificheremo se questo consiglio sia stato recepito, preso seriamente, perché parleremo anche della ricotta forte, o meglio la “recòtte ascquànde”. Prima di procedere oltre, guardiamo un attimo al presente: Halloween è alle porte ed alcuni italiani, specie i più adulti, continuano a combattere la propria crociata contro questa festività di origine anglosassone. Forse bisognerebbe dar loro una certa ragione, poiché le tradizioni italiane, specie quelle meridionali, legate alla commemorazione dei defunti non mancano e non sono da meno. Prima di scatenare inutili battaglie socioculturali, sarebbe appetibile un giorno vedere coesistere, a pari merito e a pieno titolo, entrambe le tradizioni, sia quella straniera che quella nostrana, magari mescolandosi nei punti di contatto che potrebbero esserci, se solo volessimo vederli.

“L’atto di devozione” ed il caso di 50 anni fa

“In passato, nella notte tra l’1 ed il 2 novembre, era usanza fare un atto di devozione alle anime dei morti: per loro le rispettive famiglie imbandivano la tavola come fosse mezzogiorno; non mancavano i bicchieri per bere acqua e vino né le posate ed i piatti per consumare un pasto completo di primo, secondo, frutta e dolce. I dolci solitamente preparati per questa ricorrenza erano i “chiacùne”, ovvero dei fichi secchi lavorati, come da tradizione, in un modo particolare”. Prima di andare avanti con le sue preziose indicazioni, Lina racconta: “Nella notte tra l’1 ed il 2 novembre di circa 50 anni fa, non preparai la tavola per le anime dei defunti. Nei giorni precedenti mi ero ripromessa di rispettare questa tradizione ma mio marito mi spinse verso la direzione opposta dicendomi: “Camìne, chìdde sò mùerte”. Fatto sta che nel cuore della notte sentii qualcosa come dieci mani battere con forza sul tavolo per qualche minuto. Non poteva essere mio figlio perché all’epoca troppo piccolo”.

‘L’àneme di mùrte’: fichi secchi e ‘chiacùne’

I ‘chiacùne’

In Sicilia sono noti come “li trizzi di ficu” (le trecce di fico) ed in Calabria alcune composizioni create sempre con i fichi secchi sono da galleria d’arte. Ad ogni modo ciò che conta chiarire sin da subito è che i chiacùne sono fichi secchi mandorlati, ma ovviamente non è tutto. Diamo la parola a Lina Savino, che spiega: “Si inizia ovviamente recandosi in campagna, alla ricerca di fichi: durante la raccolta bisogna stare attenti a porli con delicatezza nel secchio per evitare indesiderate rotture del frutto. Tornati a casa, li disponiamo “sòbbe a nù spùrte” in legno per farli essiccare al Sole: a seconda del grado di maturazione del frutto, questa fase necessita dai 15 ai 20 giorni. Dopodichè, quando appaiono ben essiccati, prendiamo i nostri fichi e li laviamo in acqua calda con “nù ‘mmìsse” di sale”. Adesso capire a cosa equivalga “nù ‘mmìsse” non è affare semplice: possiamo dirvi che la quantità indicata è molto approssimativa e la sua unità di misura è in termini di dita della mano. “Dopo averli lavati, li mettiamo su un panno posizionato “sòbbe a nù spùrte” di legno. Dopo 3, 4 giorni dedicati a questa seconda fase di essicazione, i fichi saranno perfettamente secchi.” – conclude la nostra relatrice.

Ed invece i chiacùne? “Il simbolo dell’àneme di mùerte sono sia i fichi secchi che i chiacùne. Questi ultimi però sono diversi rispetto ai primi. Per prepararli dobbiamo partire comunque dal fico secco che andremo ad aprire, a partire dalla parte inferiore, nelle sue due metà: la congiunzione superiore a punta non va completamente spezzata. All’interno di queste due metà andremo ad inserire gli “amènele” (mandorle) tostate precedentemente in forno ed un po’ di buccia di limone per aromatizzare. Le due metà vanno poi chiuse con altre due di un altro fico; in pratica bisogna unire due fichi aperti in uno, in un unico “chiacòne”. Tutti i nostri “chiacùne” vanno poi messi in forno finché non si è ottenuta una buona doratura. Terminata questa cottura, si vanno a conservare in un vasetto di vetro, sul cui fondo vengono disposte un paio di foglie d’alloro e un po’ di cannella”. Man mano che i chiacùne riempiono il vasetto formando dei “piani”, Lina suggerisce di inserire delle foglie d’alloro di volta in volta, di “piano” in “piano”: importante dunque schiacciare per bene i chiacùne perché “avònne a’ ‘ndesè”. Su Internet qualcuno suggerisce di arricchire il cuore dei chiacùne, non solo con la mandorla, ma anche con la cioccolata. È una scelta consigliabile? “Fèsce u’ vèrme jìnde”, la sua risposta sentenziosamente negativa, se non proprio proibitiva.

La fecazzèdde di mùrte e la recòtte ascquànde

La focaccia dei morti

“Sulla fecazzèdde non c’è molto da raccontare. Per tradizione sono focacce molto semplici, insaporite da qualche granello di sale”. Ed invece la ricotta forte? “Quando non si riusciva a vendere totalmente la ricotta fatta in casa, capitava spesso di utilizzarla per farla diventare “recòtte ascquànde”. Bisognava mettere la ricotta in un vasetto con un cucchiaio di legno, possibilmente al fresco ed in penombra. Ogni due ore, ogni giorno per 40 giorni, bisognava girare il cucchiaio nella ricotta affinché venisse fuori il serio che, con questo procedimento, iniziava ad inacidirsi, rendendo “forte” la ricotta. Avere un po’ di recòtte ascquànde all’epoca non era certamente cosa da poco”.

Ricotta-forte

Non osiamo immaginare quanti odori e sapori al giorno d’oggi sono ormai sulla via del tramonto: per riuscire a stimolare una fantasia utile per un improbabile viaggio indietro nel tempo, dovremmo forse pensare al forno comunale del nostro centro storico ormai da tempo inattivo e, salvo alcune occasioni, nemmeno più di tanto accessibile ed onorato come si dovrebbe a ciò che, in questi giorni, era sicuramente il cuore dell’intera popolazione cittadina.

Tralasciando i toni seppia della malinconia, la speranza è che i lettori abbiano salvato nella propria memoria o nel proprio cassetto il precedente articolo sulla preparazione di formaggio e ricotta: con questo numero il loro “scibile caseario” risulterebbe considerevolmente implementato. Per concludere in bellezza questo terzo approfondimento dedicato alle tradizioni turesi e al nostro dialetto, Lina Savino ci ricorda che il fiore simbolo nella commemorazione dei defunti è il crisantemo. Che nessuno però lo dica ad un giapponese abituato a festeggiare il “Kiku no sekku” ovvero la festa dei crisantemi: celebrata il nono giorno del nono mese (9 settembre), essa coincideva con l'inizio della stagione fredda e concludeva il periodo attivo e creativo dell'annata; poiché nella corolla del crisantemo è sempre stata ravvisata l'immagine del disco solare circondato dalla sua corona di raggi, la celebrazione aveva lo scopo d'impedire il decadimento della luce solare e il calo dell'energia vitale degli uomini, garantendo il benessere della comunità. Insomma. tra i due usi del crisantemo c’è davvero un mondo, tra l’altro ricco di sorprese come quello del passato che possiamo provare a rivivere nelle parole di Lina Savino.

LEONARDO FLORIO

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