Giovedì 17 Ottobre 2019
   
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Cinzia Rossi e il suo “mondo inquadrato”

cinzia rossi (1)

Una finestra alla ricerca dell’essenza più intima dell’essere umano

Quest’anno le festività dedicate a Sant’Oronzo e la Festa del Borgo Antico si sono arricchite di uno sguardo sul mondo grazie all’esposizione ospitata nelle sale di Palazzo Aceto “Il mio mondo inquadrato”, prima personale della compaesana Cinzia Rossi, che grazie al suo lavoro ha avuto la possibilità, non così comune, di visitare e conoscere persone e paesi molto lontani e diversi tra loro e da noi. Quali sono i meriti e i pericoli di questa diversità? Quale importanza dobbiamo dedicarle? Non ci resta che chiederlo all’autrice.

 

L’arte nasce come bisogno

cinzia rossi (2)

«Avevo 19 anni ed avevo da poco iniziato gli studi di lingue e letterature straniere. Volevo diventare interprete ma, come spesso accade nella vita, quasi nulla va come previsto. Un giorno una mia amica mi chiese di accompagnarla a Bari per compilare una domanda di lavoro per l’Alitalia, visto che c’ero la compilai anch’io e fu così che d’un tratto passai da una vita trascorsa a Turi, a trovarmi sola nel mondo, costretta a relazionarmi con gente dall’esperienza di vita così diversa dalla mia.

All’inizio non fu affatto facile: avere un impatto con tutto ciò che è molto diverso può destabilizzare, ma per fortuna ho sempre avuto un carattere coraggioso. Ogni volta che visitavo un nuovo luogo ero colta da un grande stupore che mi portava a guardare quello mi circondava con rinnovata curiosità. Ho cominciato a fare foto per portare con me un pezzo di mondo.

Mentre cammino per le strade, tra le mille immagini che scorrono davanti ai miei occhi, ritrovo qualcosa che ho già visto nel mondo o nella mia mente: spesso si tratta di composizione artistiche e quadri che ho osservato nelle mostre che visito ogni volta che ne ho l’occasione. Per quanto riguarda l’arte pittorica apprezzo l’impressionismo e il realismo americano, in particolare i ritratti della solitudine di Edward Hopper, mentre tra i fotografi Henri Cartier-Bresson e Florence Henri che, per via dei suoi autoritratti realizzati mediante degli specchi, può essere definita l’antesignana dei selfie».

 

Il passo breve, ma non scontato, verso l’esposizione

«Non ho mai guardato alla fotografia come una professione, ma col tempo, grazie anche al sostegno e all’incitamento della piccola cerchia di persone che mi segue sui social e apprezza quel che faccio, ho maturato la volontà di provare a comunicare, attraverso le mie fotografie, quelli che sono i miei ideali e le mie riflessioni sul mondo. Questa volontà si è infine concretizzata lo scorso anno con la mia prima personale a Bari, una città a cui sono molto legata.

Fin dall’inizio ho avuto intenzione di esporre, ma non come prima volta, a Turi, il paese dove ho trascorso la mia infanzia e adolescenza, il paese di mio padre; questa mostra è anche per onorare la sua memoria. Devo ammettere, con forte rammarico, che ho trovato il mio paese d’origine molto peggiorato; pochi eventi, poca gente e sono venuti meno tutti quei punti di ritrovo culturale che c’erano quand’ero piccola. Come non pensare al cinema.

Nel corso della selezione delle foto, alla ricerca delle più significative tra le centinaia scattate negli ultimi 15 anni, mi sono accorta di come il mio sguardo sul mondo e i miei interessi siano cambiati nel tempo. Da quando sono tornata in Puglia, fotografo più spesso le persone anziane che meglio esprimono il legame con questo territorio.

Le mie fotografie raccontano molto della mia vita personale, e siccome la mia vita personale è passata attraverso il mondo, ho pensato di portare alla gente l’esperienza più vera e viva dei luoghi e dei popoli del mondo.

Spesso infatti rischiamo di etichettare luoghi e razze diverse dalle nostre per quello che abbiamo sentito dire, piuttosto che per quello che sono; in questo modo si perdono tutte quelle sfumature che soltanto il contatto diretto può trasmettere, ma solo in determinate condizioni. A differenza del classico documentario di National Geographic, con tanto di set e bambini pagati con regali come penne o monete, io riporto la mia diretta esperienza.

L’esperienza turistica non è garanzia di verità, in quanto tutto dipende dal tipo di viaggio e di viaggiatore. Volendo generalizzare, i nord europei sono molto aperti a ciò che è diverso, mentre noi italiani, in buona compagnia di molti altri popoli occidentali come gli americani, non rinunciamo facilmente alle nostre abitudini e comodità, motivo per cui alcuni luoghi sono alterati, spesso persino snaturati per andare incontro alle nostre richieste. A Cuba, del clima rivoluzionario che lo ha contraddistinto e che lo contraddistingue nell’immaginario comune, rimangono soltanto foto di Che Guevara ovunque. Ma c’è ancora molto di vero, in particolare la condizione di vita».

 

“La bellezza della diversità”

«Le aziende sono sempre alla ricerca di nuovi mercati emergenti in cui vendere i loro prodotti, siano essi fisici come le auto e gli elettrodomestici o immateriali come i servizi legati ad Internet. D’altra parte, anche le popolazioni africane o asiatiche guardano con ammirazione all’occidente e alle comodità derivanti dal consumismo o vogliono adattarsi ai modelli occidentali. Città come Shanghai e Seul sono delle New York orientali.

Il progresso è necessario e non va demonizzato, purché si preservi e si valorizzi cultura delle proprie origini per mantenere, in un mondo globalizzato, la propria unicità e identità. Quel che spero arrivi attraverso la mia mostra è che, nonostante tutte le differenze, di fondo siamo tutti uguali, proviamo tutti gli stessi sentimenti, amiamo tutti allo stesso modo. Naturalmente la nostra uguaglianza sostanziale si esprime in maniera diversa in base alla cultura, alla religione e alle norme sociali.

Quando mi trovo da sola in luoghi “forti” come le periferie delle grandi metropoli o le favelas di Rio de Janeiro, mi comporto con spontaneità come se fossi a casa, e la popolazione locale reagisce di conseguenza. In questa mia tranquillità, e forse incoscienza, si cela il mio sogno utopico di poter vivere e relazionarci tra di noi in maniera semplice e riuscire a comunicare anche se siamo diversi. Cosa ci blocca? La paura e il pregiudizio. È quest’utopia il valore che voglio condividere attraverso questo mio progetto sulla bellezza della diversità, pur consapevole che un’utopia, per sua stessa definizione, non può trovare riscontro nella realtà, ma si caratterizza come un ideale positivo a cui tendere.

Non è mia intenzione banalizzare un tema così delicato e attuale, né scatenare un dibattito politico; voglio solamente porre l’attenzione sulla normalità della diversità. Quando entro in una lavanderia gestita da un signore del Bangladesh non mi comporto in maniera diversa, perché è una persona come le altre che sta facendo il suo lavoro, che sta conducendo la sua vita».

 

Ogni fotografo ha il proprio stile

«I primi tempi, alle domande sulla tecnica rispondevo che non c’è tecnica, ma non è del tutto vero. Certo, non posso dire di conoscere la tecnica fotografica propria degli strumenti professionali, ma pur da autodidatta ho in qualche modo creato il mio stile. Una tecnica c’è, ma diversa. Per prima cosa realizzo tutti i miei scatti con la fotocamera del cellulare. Perché non scatto con una macchina? Voglio che questo progetto mantenga la sua immediatezza, e il mezzo è parte. È anche possibile fare una riflessione sul valore di un uso più mirato e consapevole del cellulare, diverso dallo scattare solamente selfie e postarli in rete.

Non edito pesantemente le foto, raramente aggiusto i colori tramite qualche filtro, mentre dedico tutta la mia attenzione al ritaglio della foto, necessario per mettere in risalto il soggetto ed eliminare gli elementi di distrazione. Scatto senza programmare, per cogliere l’espressione o il gesto naturale di un attimo; pratico Street photography da prima di conoscerne il termine.

Solitamente preferisco fare foto in maniera riservata, senza farmi notare, per evitare di attirare l’attenzione e perdere l’attimo. Ultimamente ho cominciato, una volta scattata la foto, ad avvicinarmi per chiedere il permesso; molte donne africane si arrabbiano perché pretendono di essere pagate in quanto ritratte nelle foto, che in questi casi, per correttezza, non utilizzo.

Tutte le foto esposte hanno un formato quadrato, che apprezzo molto; anche per i quadri sono incuriosita dai formati regolari. Non mi piacciono le foto perfette da un punto di vista tecnico, al contrario spesso sono attratta dalle foto in cu in cui c’è movimento delle mani o dei visi. L’importante è che sia una bella foto, cioè che trasmetta qualcosa a chi la guarda. Mi interessa che arrivi il luogo, il momento, le condizioni di vita diverse dalle nostre. A giudicare dai feedback di più persone, penso di essere riuscita nell’intento».

 

Un lungo viaggio alla ricerca della spontaneità

«L’India è il massimo della spontaneità: è piena di sollecitazioni e stimoli, di odori, movimento, suoni, smog, macchine, tuk tuk, biciclette, clacson; lo sguardo è abbagliato dai colori accesi delle stoffe dei sari delle donne, delle spezie, delle tende, dei tessuti in vendita. L’India è dove ti arriva la vita vera, che traspare dalla profondità di quello sguardo penetrante caratteristico dei signori indiani, come nella mia foto “La vita nello sguardo degli altri”. Il signore ritratto è un senzatetto, lo guardo e non nascondo di aver pensato: “Poverino”; mentre lui avrà pensato: “Ma questa che vuole, perché mi fotografa?”.

Un altro esempio di immediatezza e naturalezza si ha nella foto che raffigura un bambino indiano che esce dal vicolo, che mi guarda e mi sorride, senza alcun motivo; del sorriso me ne sono accorta solo quando sono andata a ritagliare l’immagine.

L’infanzia è di per sé sinonimo di spontaneità, ma non in tutti i casi. Una delle foto ritrae una bimba di sei anni, bambina geisha, tutti le chiedono delle foto e lei sorride, affabile e imperturbabile. Sembra che viva in una condizione migliore rispetto ad un qualunque altro bambino africano, ma sarà davvero felice sotto tutto questo trucco?

Un’altra foto ritrae proprio dei bambini africani; il taxi su cui viaggiavo si era fermato a causa di un’avaria ai margini della tangenziale e presto dalla campagna cominciarono a comparire tanti visetti sorridenti e curiosi. Sorridevano al diverso. Solitamente siamo portati a pensare che, per via delle condizioni in cui vivono, tutti i bambini africani siano infelici. Ma lo sono davvero?

Un’altra foto ha per soggetto delle bimbe iraniane. Poco dopo ridevano mentre ci scattavamo dei selfie; nel mentre mi cade il velo, che in Iran è obbligatorio per le donne, e subito una di loro mi dice: “Presto rimettilo, altrimenti che cosa dirà la gente”.

Una frase che sento ripetere spesso anche qui, nella cultura del sud, in particolare dei piccoli paesini. Noi donne in Italia non portiamo il velo e per questo abbiamo la presunzione di essere migliori degli altri, ma subiamo lo stesso condizionamento. Apprezzo il popolo iraniano per il suo coraggio; i giovani iraniani non hanno esitato a protestare e a mettere a rischio la propria vita, l’ultima volta in occasione dell’Onda Verde del 2009. Noi italiani, che critichiamo gli iraniani per i loro costumi, cosa facciamo?».

Damiano Barbieri

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