“Le gabbie salariali? Una ricorrente tentazione, una sirena”

Giorgio Benvenuto

Giorgio Benvenuto inaugura a Casa delle Idee il nuovo ciclo di seminari sulla Costituzione

Alle 18.30 di venerdì scorso, la sala conferenze di Casa delle Idee ha riaperto le sue porte per il rinnovato ciclo di seminari dedicati alla celebrazione e alla conoscenza della Costituzione italiana che, quest’anno, spegne 71 candeline.

La prima nota positiva si registra nella buona cornice di pubblico presente, accorsa, anche dai paesi limitrofi, per ascoltare l’ospite del primo incontro: stiamo parlando di Giorgio Benvenuto, giornalista, sindacalista ed ex Senatore, invitato per approfondire i legami che intercorrono tra Costituzione e mondo del lavoro. Nelle sue dissertazioni, come vedremo, hanno trovato centralità i sindacati ed i temi occupazionali, con specifico riferimento alla disuguaglianza sociale e alle gabbie salariali tanto decisive nella nefasta possibilità di incrementare il divario socioeconomico tra Nord e Sud.

Le danze sono state aperte dalle parole di Alina Laruccia, presidente di Didiario ed organizzatrice di questo ciclo di seminari: “Sono contenta di poter ripetere anche quest’anno questo progetto. Abbiamo creato un percorso, iniziando dal tema del lavoro”. Poco più tardi, la Laruccia concluderà gli onori di casa, riferendosi ad uno stralcio estratto dal discorso tenuto da Giuseppe Di Vittorio nel ’53: “La cultura è uno strumento per permettere il progresso della nostra società”. A proposito di questioni culturali, male non avrebbe fatto il pensiero del nostro Assessore alla Cultura, atteso da tutti i presenti e non più pervenuto: fortunatamente questo vuoto è stato poi colmato dall’avvincente monologo di Giorgio Benvenuto il quale ha individuato nello Statuto Albertino l’incipit della propria riflessione.

“Prima del ’48 e del periodo fascista – spiegava al microfono – in Italia vigeva lo Statuto Albertino. Questo stabiliva dei princìpi che erano stati concessi dalla monarchia, quindi, possiamo dire che lo Statuto era risultato di una concessione”. “Dal ‘43 in poi – dirà più avanti – si sono susseguite una serie di battaglie contro il fascismo, confluite nel ’44 con la liberazione di Roma: a quei giorni risale anche la firma del “Patto di Roma” che sanciva la ricostituzione del Sindaco Unitario. Prima del Sindacato Unitario, esisteva la Confederazione Generale del Lavoro, composta da CGIL, CIL ed altri sindacati: il segnale forte di questo importante passo verso l’unificazione riflette la presa di coscienza, da parte dei sindacati, per cui la divisione non può portare alcun beneficio ai lavoratori”. E qui Benvenuto fa riferimento ai Promessi Sposi, sentenziando: “Evitiamo di comportarci come i capponi dei Promessi Sposi che, prima di finire in pentola, si beccano tra di loro”.

Successivamente l’ospite inizia a scavare nei propri ricordi d’infanzia, legati al secondo dopoguerra: “L’Italia usciva a pezzi dalla guerra mondiale: la popolazione civile era in uno stato di miseria, tante le fabbriche belliche da riconvertire e le infrastrutture da ricostruire. Per questo motivo – riferendosi ad un comizio tenutosi nel foggiano al quale, poco più che decenne, assistette personalmente, tra la folla scalza – il problema del Sindacato consisteva nella soddisfazione di due bisogni primari, chiesti a gran voce e coi cartelli dalla popolazione dell’epoca: pane e lavoro”.

Costituzione 1

Al termine di questo amarcord, Benvenuto entra nel merito delle gabbie salariali: “Prima del Sindacato Unitario, esistevano i salari differenziati, chiamati dai lavoratori “gabbie salariali”. Questi erano motivati da un principio di proporzionalità che poneva in relazione il costo della vita e lo stesso salario percepito. Apparentemente può sembrare giusto questo principio ed il connesso ragionamento per il quale si tende a credere che laddove i salari sono più bassi, ci saranno più investitori interessati ad avvicinare la propria imprenditoria. Tuttavia, non vanno dimenticati alcuni aspetti. L’Italia – spiega – ha conosciuto una crescita esponenziale fino agli anni ’50, con indici di sviluppo del PIL fino al 6-7%. Un miracolo economico, questo, che coinvolse pochi e che, inoltre, rappresentò un dramma per la moltitudine: a fronte di un esiguo numero di beneficiari, i lavoratori dovettero addossarsi enormi sacrifici per permettere questa crescita. Difatti, come se non bastasse, l’economia iniziò a spostarsi verso Nord, a dimostrazione di quanto le gabbie salariali allora esistenti potessero essere dannose. Per questo, negli anni ’60, i sindacati hanno posto il problema per cui i principi della Costituzione di pari eguaglianza e dignità dovevano essere rimessi in discussione, evitando dunque le pratiche, come le gabbie salariali, che invece favorivano disuguaglianza sociale: le prime battaglie vennero condotte nelle fabbriche, per contrastare la discriminazione delle paghe, più basse al Sud e più alte al Nord; stesso discorso avvenne per le discriminazioni salariali tra uomo e donna”.

A questo proposito, com’era prevedibile, Benvenuto si addentra nell’analisi della nostra Costituzione: “La Costituzione non è elenco di buoni propositi. Anzi essa prevede un articolo che invidiano molti altri Paesi, ovvero l’articolo 3, per il quale devono essere rimossi ostacoli che favoriscono disuguaglianza sociale. In linea con questo principio, troviamo la riforma del ’62 per la quale si passò alla scuola media unificata, con obbligo fino al terzo anno; altro evento in continuità è rappresentato dai reiterati scioperi indetti nel ‘69 dai lavoratori del Nord affinché fossero eliminate in tutta Italia le gabbie salariali”.

Dopo questo prezioso excursus storico, Benvenuto riaffonda il proprio pensiero nella politica odierna: “L’idea delle gabbie salariali è una ricorrente tentazione, una sirena. Ma è sbagliata perché il lavoro è il lavoro e bisogna essere pagati per la propria competenza e prestazione professionale, non in base al costo della vita. D’altronde, come detto in precedenza, aver tenuto bassi i salari al Sud, ha allontanato e allontana tutt’ora le persone dalla propria terra. Dunque, perché favorire l’occupazione facendo guadagnare di meno i lavoratori? Perché devono essere solo i lavoratori a sacrificarsi? Tutti i sindacati, per questo motivo, si oppongono tutt’oggi alle gabbie salariali. Vorrei ricordare la manovra di Beniamino Franklin, il quale, per risolvere i problemi del Tennesse, agì sulla leva fiscale con una serie di investimenti. Attualmente, invece, in Europa prevale l’opinione per la quale bisogna tenere in considerazione il mercato, la finanza e la globalizzazione, ma non è certamente possibile intendere la persona al servizio dell’economia: piuttosto il contrario. Bisogna fare dunque una politica che abbia degli obiettivi precisi, con gradualità e continuità, piuttosto che slogan. Come se non bastasse, adesso in Italia prevale la politica dell’austerità: ma è necessario solo stringere la cinghia o anche rimboccarsi le maniche? Per risolvere il nostro deficit, dobbiamo fare investimenti: se non aggiorniamo ad esempio la nostra tecnologia, come possiamo offrire occasioni ai giovani che hanno studiato? E’ necessaria una politica di investimenti e di riequilibrio del territorio non solo nazionale: in Europa c’è un fisco diverso, ci sono paradisi ed inferni fiscali, come anche il dumping sociale, per cui in alcuni paesi i lavoratori possono avere più o meno diritti rispetto ai colleghi di altre nazioni; da ciò si evince la necessità di unione tra sindacati, non solo nazionali, ma anche europei”.

Tornando ai giovani, Benvenuto successivamente dirà: “L’Italia dovrebbe investire sull’estro dei giovani. Lo dice Banca d’Italia: perdiamo ogni anno l’1.5% del nostro PIL a causa dei giovani che vanno via perché stanchi di dover sostenere il lavoro precario, dilagante perché nel tempo abbiamo pensato che questo fosse migliore o meno peggio rispetto alla totale disoccupazione”. Ma la storia e l’unione tornano prepotentemente nelle parole di Benvenuto che ricorda: “Furono i giovani meridionali nel 1970 a far approvare lo Statuto dei Lavoratori; nel ’72, invece, si strappò la conquista per la quale ogni 150 ore di studio si veniva retribuiti: 800mila metalmeccanici presero la licenza media”. Poco più tardi, Benvenuto concluderà affermando: “Il sindacalista evita il disinteresse e l’individualismo, arricchendo la democrazia”.

Al termine, alcuni presenti in sala, come il consigliere di minoranza Sergio Spinelli, il prof. Mimmo Leogrande e l’ex sindaco De Grisantis, hanno rivolto alcune questioni: l’ex primo cittadino ha ritenuto doveroso domandare se mai, all’epoca, fosse stata sollevata l’incostituzionalità delle gabbie salariali, le quali, de facto, non rispetterebbero l’art. 36 della nostra Costituzione. “In quegli anni – dirà Benvenuto – i sindacati preferivano fare battaglie, piuttosto che ricorsi alla Corte Costituzionale”. Non è tuttavia chiaro perché, nonostante la certa incostituzionalità, certe sirene tornino a cantare.

LEONARDO FLORIO