Domenica 16 Giugno 2019
   
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Franco Cistulli, stornelli di vita e “malavita” cantati ai detenuti

Franco Cistulli (2)

Un affascinante aneddoto sul rapporto tra il paese e il carcere negli anni ‘60

Socio fondatore dell’Accademia delle Corna e della Compagnia dei Commedianti, Franco Cistulli – detto “Sedici” – ha dedicato la sua vita all’arte della musica folkloristica, fino a diventare membro di spicco del Gruppo D’Elia, noto per le memorabili performance durante il Carnevale di Putignano.

Franco Cistulli (1)

Fin da bambino s’innamora delle percussioni; una passione che coltiva da autodidatta e che, nel tempo, lo porta a incontrare il “putipù”, conosciuto anche con i nomi di caccavella napoletana o “cupa cupa”. Si tratta di uno strumento, caratteristico della musica popolare meridionale, che è composto da un recipiente in terracotta a forma di anfora, coperto da una membrana tesa come un tamburo, al centro della quale viene posizionato una sottile canna di bamboo. Un “amore a prima vista” che spinge Cistulli ad imparare anche a produrre il “putipù” con le sue mani, tarandone toni e vibrazioni per ottenere il miglior risultato acustico.

Ed è proprio questa dedizione alla musica folkloristica che fa incrociare le strade di Franco Cistulli e Stefano de Carolis. Il Sottufficiale dei Carabinieri, salito agli onori delle cronache letterarie per il suo saggio “Con un piede nella fossa” (LB Edizioni), contatta Cistulli per eseguire un arrangiamento della “Canzone di Amelia la disgraziata”, il cui testo venne vergato dal capoclan Mauro Savino sul “pizzino” più antico che si conosca finora, ritrovato dallo stesso de Carolis durante le sue ricerche.

Una collaborazione quella con de Carolis quantomai prospera, che ha portato Cistulli a ricordare un aneddoto davvero interessante della sua infanzia, che rivela una pagina inedita del rapporto che ha connotato la vita del paese con quella del carcere, il convitato di pietra che si tende puntualmente a rimuovere dalla coscienza collettiva, come se quel microcosmo, che racchiude le “storie delle scelte sbagliate”, non esistesse.

«Siamo alla fine degli anni ’60 – racconta Cistulli – avevo poco più di nove anni e, abitando vicino alla casa di reclusione, andavo a giocare insieme ai miei coetanei davanti al Monumento ai Caduti. Qui capitava di essere avvicinati dai parenti dei detenuti, che ci chiedevano di recapitare un messaggio al proprio caro recluso. In cambio ci regalavano dalle 20 alle 100 lire, che erano un piccolo tesoro da investire in caramelle e dolci».

La prassi era tanto rocambolesca quanto ben rodata: Franco memorizzava il messaggio – volutamente criptato dai mittenti – e, mosso dalla genuina inclinazione per la poesia, lo trasformava in versi, creando originali “stornelli” in cui veniva inserito il soprannome del detenuto destinatario della “ambasciata”.

«Visto che in via Casamassima c’era una guardia che passeggiava lungo il muro di cinta, agivamo dall’altro lato, quello della Villa Comunale: mi arrampicavo su un albero o sulla “montagnetta”, all’epoca alta più di quattro metri, e iniziavo a cantare.

In generale mi chiedevano di rassicurare il detenuto che i suoi cari non lo avevano abbandonato e che erano in attesa di ottenere il lasciapassare per la visita. Infatti, in quegli anni, il sistema delle visite era molto più stringente: bisognava compilare una domanda e attendere che fosse accettata, il che poteva portare via anche qualche giorno».

A partire dagli anni ’70, con la riforma del sistema penitenziario, le visite familiari diventano una prassi più flessibile e le commissioni dei “messaggi cantati” non sono più necessarie.

Fabio D’Aprile

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