Giovedì 01 Ottobre 2020
   
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Pera auspica un ritorno alle crociate

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La scelta di invitare Marcello Pera, a conclusione della serie di incontri sulle costituzioni del Concilio Vaticano II, si è rivelata alquanto infelice. Non solo perché non poteva sostituire il filosofo Massimo Cacciari – sul quale era caduta la scelta iniziale quale interlocutore ed interprete del mondo laico, ma che per sopraggiunti impegni ha disdetto l’invito, – bensì soprattutto per la surreale «eterogenesi dei fini» che le sue provocazioni hanno determinato. Quello, infatti, Infatti quello che inizialmente era stato pensato come confronto fra cultura laica e cultura religiosa, si è trasformato in una paradossale inversione di ruoli, sicché Mons. Cacucci – da esponente della cultura religiosa – si è trovato a difendere, oltre la Chiesa, la stessa laicità dai fendenti di Pera che, invece, da laico, ha incarnato la parte più integralista del teo-conservatorismo, il quale – contro ogni forma di distinzione e autonomia  – considera la religione elemento imprescindibile di ogni salda identità politica.

Dalla critica alla costituzione Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo colpevole, secondo lui, di una forma eccessiva di concessione ai «tempi moderni» – Pera ha esposto la sua ormai nota tesi teo-cons: privilegiando al «rigore» l’atteggiamento di «misericordia» e «dialogo» con la Modernità, la Chiesa, piuttosto che fronteggiarla, l’avrebbe involontariamente ospitata al suo interno, finendo con l’erodere la sua identità e sminuire la profondità del messaggio cristiano, in definitiva col «mondanizzarsi». In particolare, il cedimento all’apparato concettuale moderno dei diritti, avrebbe innescato la pericolosa deriva dei diritti illimitati senza doveri, rendendo anacronistico il suo ancoraggio al paradigma della «legge eterna» di Dio e alla nozione di «dignità dell’uomo» quale imago Dei, i soli in grado di garantire il rispetto della vita dalle rivendicazioni incontrollate del diritto positivo (come ad es. le unioni omosessuali, le opzioni morali in materia di vita e di morte).

Di fronte alle «aggressioni» della modernità – ridotta da Pera a opinioni e sentimenti di tipo relativistico, distruttivi dei valori più profondi dell’Occidente – la Chiesa, piuttosto che ispirarsi al dialogo e – a suo dire – alle sue inevitabili compromissioni, avrebbe dovuto rispondere col rigore dottrinale, col massimo di coerenza e di fiducia nella propria identità ed eredità, difendendo con forza la sua purezza dalle contaminazione col mondo moderno. Poiché soltanto un rafforzamento religioso e ideologico dell’identità, delle radici, e quindi della conflittualità, può costituire l’alternativa all’egemonia laica e progressista della cultura moderna. Già nel volume scritto a quattro mani con l’allora cardinale Joseph Ratzinger, Pera sosteneva: «Perché quella stessa Chiesa che fece le crociate oggi si rifiuta o tarda a comprendere che è stata dichiarata proprio una “guerra contro ebrei e crociati”, come ci dicono ogni giorno i terroristi islamici? Hanno chiaro, questa Chiesa e questa Europa, che è la loro esistenza che è minacciata, la loro civiltà che è bersagliata, la loro cultura che è osteggiata? E perciò che sono chiamate a difendere la loro identità? Con la cultura, certo, l’educazione […], ma anche, quando fosse il caso, con la forza?» (Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam, Mondadori, Milano 2004, p. 84).

Pera ha così tracciato i lineamenti di una Chiesa pressoché autoreferenziale, arroccata in un fortino, dalle cui feritoie guarda al mondo, mentre  il Cristianesimo è ridotto al suo volto istituzionale, a «identità culturale» strumentalizzata a scopi politici e civici, al fine di salvaguardare i principi politici di libertà e democrazia occidentale che senza questo ancoraggio etico-religioso non riuscirebbero ad autorigenerarsi. Nelle parole di Pera manca ogni rifermento alla fede, ai valori spirituali, alla caritas. Da cosiddetto «ateo-devoto», promotore – insieme a Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara – del filone italiano dell’americana religione civile, egli non può che svuotare la religione di qualsiasi valore spirituale, riducendola a «identità culturale da difendere». E quando ciò accade, le istituzioni ecclesiastiche diventano strumenti di potere e dominio. Inoltre il suo radicalismo teo-cons gli fa perdere di vista il valore cristiano della laicità quale unità tra diversi nel rispetto delle differenze – fondato, come spiega la Gaudium et spes, sulla «legittima autonomia delle realtà temporali» – a favore di una pericolosa «religionizzazione della politica», dove il richiamo alla religione – senza fede – diventa un mero scudo identitario per combattere lo spirito relativistico della modernità e l’«invasione» dell’Islam. Ma la preoccupazione primaria del laico cristiano non è quella di «difendere un’identità», bensì «di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo» (Giuseppe Lazzati). E Cristo è stato un modello di laicità autentica, capace di distinguere i due ambiti, senza nessuna strumentalizzazione, e dialogare con tutti, anche con pubblicani e prostitute, senza ingaggiare battaglie  identitarie, esponendosi piuttosto alla prova del mondo e al rischio del disconoscimento.

Può la Chiesa accogliere le sfide di un mondo globale e multiculturale adottando la soluzione teo-conservatrice di Pera? Di un mondo, cioè, in cui il dialogo con la diversità attraversa le società, i gruppi, le famiglie e, spesso, anche le coscienze? Secondo Pera, sì. A patto, però, di neutralizzare il dialogo e tornare al conflitto, al Sillabo di Pio IX, alle crociate, alla guerra difensiva fra Noi e gli Altri, fra Bene e Male, fra Occidente e Islam. Peccato che Pera ignori come le sanguinose guerre di religione, esplose nell’Europa del Seicento,  siano state debellate attraverso la laicità dello Stato moderno, i diritti dell’uomo e la tolleranza, cioè proprio attraverso quella modernità da lui tanto vituperata.

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