“L’uomo non ha diritti originari.” Poi a sorpresa attacca Prodi sul laicismo

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Il tema appare interessante e sempre attuale: l’enciclica “Gaudim et Spes”, promulgata da Papa Paolo VI nel 1965, ovvero la consegna al mondo del messaggio del Concilio Vaticano II appena concluso. L’uditorio è quello variegato delle grandi occasioni, di quando la religione si fonde con la filosofia. C’è anche la location giusta: la pietra degli interni del Palazzo Marchesale. È una domenica sera, alla vigilia di un nuovo Conclave. Occasione imperdibile per una serata da trascorrere tra fede e ragione, tra gioia… e speranza. Gli ospiti sono d’eccezione:  l’arcivescovo di Bari mons. Franco Cacucci e il filosofo Marcello Pera non hanno bisogno di presentazioni. Modera Giuseppe De Tomaso, il quale sottolinea subito come l’aver  fissato una serata come questa il 10 marzo sia stato in qualche modo profetico da parte del nostro arciprete don Giovanni Amodio: quelle che sarebbero potute essere tranquille serate del tempo quaresimale si sono rivelate giornate caldissime per la Chiesa Cattolica.

Don Giovanni presenta l’enciclica, chiarendone il carattere pastorale, e il suo voler affrontare il tema del rapporto della Chiesa con il “mondo contemporaneo”. E proprio sul termine “mondo” si sofferma il primo intervento dell’arcivescovo:  “Come considerare questa parola? Il mondo è complesso di iniquità, secondo la visione dell’evangelista Giovanni, o comunità degli uomini e teatro della storia, secondo l’accezione cara a Giovanni XXIII?” La serata entra nel vivo quando Marcello Pera prende la  parola. Presidente del Senato  dal 2001 al 2006,  il filosofo ringrazia subito don Giovanni per l’invito: “Non è mia abitudine rispondere al telefono, ma un giorno l’ho fatto e questo abilissimo prete con la sua arte molto sottile mi ha convinto ad essere presente qui oggi.”  Sottolinea come sulla enciclica, e anche sul Concilio, sia aperta una controversia: non è ancora chiaro come la Chiesa debba porsi nei confronti del mondo. Sospesa nell’interrogativo se far prevalere la misericordia o il rigore, “la Chiesa ha mostrato maggiormente un atteggiamento di misericordia. Così facendo, la modernità è entrata nella Chiesa, e questo è un rischio, soprattutto quando la modernità parla un linguaggio che la Chiesa non conosce e invece finisce per  ascoltare  e a sua volta utilizzare.” Ha poi sottolineato come la “Gaudium et Spes”, presentando come inalienabili una serie di diritti, abbia mostrato tutta la timidezza della Chiesa nei confronti della “virulenza del laicismo”. Un sasso lanciato sapientemente nello stagno, argomento troppo interessante per non avere un contraccolpo nelle parole dell’arcivescovo, che si è subito sentito chiamare in causa, e ha glissato la successiva domanda di De Tomaso, per rispondere a Pera. “È vero, la chiesa ha da sempre la tentazione della mondanizzazione, ma non dobbiamo dimenticare il suo essere santa e peccatrice, sempre riformanda. L’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio. Non possiamo pensare che conservi almeno qualche raggio di dignità e di diritti?” Pera ha rincarato la dose, sottolineando come il passo dell’enciclica “Occorre che sia reso accessibile all'uomo tutto ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana, come il vitto, il vestito, l'abitazione, il diritto a scegliersi liberamente lo stato di vita e a fondare una famiglia, il diritto all'educazione, al lavoro, alla reputazione, […]”   nasconda un vero e proprio pericolo. “Come si giustificano tutti questi diritti?- ha continuato –mi sale l’ansia nel sapere che questi diritti, che storicamente trovano giustificazione nel pensiero dei socialisti democratici, rientrino nella dottrina della chiesa. L’uomo non nasce con diritti, ma con doveri.” Il rischio paventato dal filosofo sarebbe quindi che l’uomo scambi ogni proprio bisogno per diritto. A suo modo di vedere, ciò genererebbe irresponsabilità, e una serie di falsi e opinabili diritti sempre nuovi.

Apparsa inizialmente come una provocazione, l’uditorio ha immaginato si trattasse di una maniera per accendere il dibattito. De Tomaso ha tentato di “spegnere il fuoco”, riconducendo Pera al motivo per cui è ammirato nel mondo cattolico, e cioè al libro “Senza radici”, scritto a quattro mani assieme all’allora cardinale Ratzinger. Tuttavia le domande di De Tomaso sulla figura del Pontefice, se si possa dire che Benedetto XVI abbia lasciato perché in qualche modo si sia ritrovato isolato, non hanno ricevuto risposta. Mons. Cacucci è tornato sul tema dei diritti, ormai reale protagonista della serata, sottolineando come effettivamente la vita stessa non sia un diritto, ma un dono, e che i diritti delle persone si manifestino nell’esercizio di tutto quel che concerne alla vita. Il dibattito si è poi spostato sul rapporto tra “laici” e cristiani, e Pera ha preso alla sprovvista l’uditorio scoccando la sua freccia contro lo storico nemico di Forza Italia, Romano Prodi, il cui agire politico, secondo il filosofo, ha incarnato un deplorevole “tentativo tutto italiano di  voler dividere la religione dalla politica.”

La domanda di De Tomaso sul Conclave e sulle imminenti scelte per il futuro della Chiesa ha riportato la discussione su altri e più alti argomenti. Pera ha sottolineato come il giornalista non sarebbe riuscito a “scucirgli” il nome del suo candidato preferito, così come l’arcivescovo è stato ben attento a non far trapelare eventuali preferenze. Mons. Cacucci ha sottolineato di non gradire il cattivo uso che vien fatto del silenzio, e il sempre più frequente raccontare ai giornalisti anche particolari che dovrebbero restare segreti. “Non ho condiviso la scelta del Papa di iscriversi a Twitter. I social network hanno un loro linguaggio, e, se qualcuno pubblicasse su Facebook quello che noi stiamo dicendo stasera, senza subbio risulterebbe deformato”. Alla domanda se la presenza di un Papa emerito possa in qualche modo condizionare il Conclave, l’arcivescovo ha zittito tutti, sottolineando come Benedetto XVI abbia realmente portato a compimento il Concilio, e come il suo esempio sia stato edificante per la Chiesa: “Come spesso accade nella storia, i conservatori si rivelano innovatori. Chi ha compiuto un’azione del genere, non può che continuare ad agire dando esempio di umiltà”.

A fine serata, due ore  di serrato dibattito che non ha lasciato spazio ad eventuali domande o contributi, don Giovanni ha ringraziato gli ospiti per il “grande momento culturale, teologico e ideologico” che Turi ha vissuto.