Mercoledì 24 Aprile 2019
   
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PER NON DIMENTICARE. MAI.


NON SERVIVA CHE CI UCCIDESSERO PER FARCI MORIRE 

La manifestazione si è tenuta nell’aula magna dell’ITC Sandro Pertini

Le sorelle bucci raccontano la loro storia di sopravvissute all’olocausto

TURI - “La loro è stata un’infanzia negata. Senza mamma, costrette a vivere quel dramma, quelle scene di morte”. Così il dirigente scolastico dell’Itc Sandro Pertini,  Erminio Deleonardis, introduce il racconto delle due speciali ospiti della giornata: le sorelle Andra e Tatiana Bucci, testimoni di una storia che non si  può dimenticare in quanto sopravvissute all’olocausto.

“Quanto è accaduto è un monito. Dimenticare è un crimine. È stato possibile che questo avvenisse ed è possibile che questo accada ancora”. Questa la frase, di K. Jaspers, scritta a caratteri cubitali sulla parete dell’Aula Magna dell’Istituto Tecnico Commerciale di Turi, per accogliere i presenti durante la giornata dedicata al Ricordo dell’Olocausto. La manifestazione, patrocinata dal Comune di Turi, dalla Provincia di Bari e dalla Regione Puglia, ha portato a compimento “Il viaggio della memoria”, progetto pomeridiano di Storia Contemporanea realizzato per le classi del triennio dal prof. Osvaldo Buonaccino d’Addiego, vicepreside dell’I.T.C.S.

Un folto gruppo di studenti addetti al servizio d’ordine ha accolto in sala le autorità invitate per l’occasione: il dott. Ruggiero Francavilla della Direzione Scolastica Regione Puglia, la dott.ssa Silvia Godellli, Assessore Regionale al Mediterraneo - Pace e Attività Culturali, il dott. Vincenzo Divella (assente nell’occasione ma ringraziato comunque perché sempre presente negli anni scorsi), Presidente della Provincia di Bari e il dott. Enzo Gigantelli, Sindaco di Turi. In prima fila presenti molti degli assessori di Giunta, Dirigenti scolastici di Turi e di alcuni Paesi limitrofi, forze dell’ordine e organi di stampa.

Ma le vere special guest della cerimonia sono state le sorelle Andra e Tatiana Bucci. Entrambe, benchè bambine, furono deportate nel lager di Auschwitz dove conobbero il male assoluto e il dottor Mengele, “l’angelo della morte”.

 

Andra. “Ringraziamo voi giovani così numerosi perché gli anni passano, e i testimoni saranno sempre meno, quindi sarete voi i nostri testimoni per raccontare quello che ci tramandiamo in queste occasioni.

Noi eravamo due bambine di 4-5 anni. I nostri ricordi sono diversi, meno nitidi, cronologicamente meno razionali, di chi ha vissuto da adolescente tali vicende. Abbiamo dei flash. Siamo figlie di un matrimonio misto che si concretizzò perché mamma e papà si sposarono nel 1935 quando non era proibito il legame tra persone di religioni diverse. Mamma era ebrea. Papa no. Provenivano dall’Ucraina, ex Russia, da famiglia numerosa, e dovettero lasciare il loro paese fino a fermarsi a Fiume, dove siamo nate noi, perchè così, diceva la nonna, “se ci fosse stato bisogno di scappare di nuovo la cosa sarebbe stata più facile via mare”. Ma cosi non è stato. Siamo arrivate noi e sono arrivate le leggi razziali. Mamma si convertì al cristianesimo, e convertì anche noi. Ma non bastò. I bambini ebrei non potevano frequentare la scuola, e nostro cugino dovette lasciare il liceo. Gli zii perdettero il lavoro e abbiamo a casa una fotocopia di documenti mandati dai comuni di Fiume dove con un timbro c’era scritto in tedesco che avevamo perso la nazionalità italiana. Fa impressione vedere questo documento. Nonostante tutto io ho frequentato l’asilo ma non ho fatto la prima elementare, nel ‘43. Poi sono saliti da Napoli mio cugino e mia zia per trovare la nonna, perchè non si sentivano bene accolti dalla famiglia di suo marito.

Vennero a prenderci un giorno, in una gran confusione, i soldati tedeschi. La mamma diceva che dovevamo andare. La signora che ci aveva denunciato era presente. In ginocchio la nonna implorava il soldato di non prendere noi bambine.

Tatiana. “C’era grande confusione in quel momento a casa. Gli adulti non credo erano in grado di capire dove ci avrebbero portato. Ricordo quando siamo saliti nella macchina  blindata, e siamo andati in riviera. Siamo state in una cella che era molto piccola perchè nella celletta stava la nostra famiglia, mamma, la zia, Sergio, la nonna e uno zio. L’altra parte della famiglia erano nascosti in un paese in provincia di Vicenza. La mamma parlò molto poco della sua prigionia e non chiese negli anni niente a noi due. Sappiamo pochissimo della mamma. Alla riviera fu interrogata, noi no. C’era molta confusione. Del viaggio non ricordo niente ma so che eravamo in tantissimi e la mamma scrisse un biglietto e lo fece cadere dalla grata del vagone per avvertire la famiglia dalla parte di mio padre che eravamo stati arrestati. Il biglietto fu raccolto da un carabiniere e fu recapitato alla famiglia. La mia memoria si apre nel momento in cui noi arrivammo nel luogo dove iniziava la selezione degli ebrei. Si aprirono le porte dei treni e la gente scendeva con un gran salto. Tante urla per la gente che incomincia a chiamarsi perchè le famiglie non erano riuscite a salire tutte sullo stesso vagone. C’era un via vai enorme di militari, cani e camion. La selezione cominciò e mamma ci teneva insieme. A noi ci misero nella parte sinistra e mia nonna con la zia andò a destra. Loro salirono sul camion e partirono mentre noi ci avviammo verso un’altra destinazione a piedi. A noi parve lunghissimo il percorso. Faceva freddo. Arrivammo in una casa, in un fabbricato dove ci spogliarono e ci fecero la doccia; ci misero in fila e ci fecero il tatuaggio del numero. La mamma ci disse che noi tre avevamo i numeri consecutivi. Ricordo il tavolino dove c’era un soldato e donna che col pennino intinto di inchiostro ci marchiavano col numero fatto da tanti puntini. Non piangemmo. Ci diedero qualcosa per vestirci, e ci separarono dalla mamma: noi nella baracca dei bimbi e lei nella baracca delle donne. Cosi incomincia la nostra nuova vita. (momento di commozione seguito da un applauso sentito del pubblico accorso).

 

Andra. Maschi e femmine fino a 10 anni stavamo insieme. Gli adolescenti separati. Addirittura nostro cugino di 13 anni lavorava con gli uomini. La nostra vita era piuttosto normale. Giravamo per il campo che era vuoto nel giorno perchè gli altr i lavoravano chissà dove. Facevamo quello che volevamo. Si giocava anche quando c’era la neve. I bambini sanno giocare con qualsiasi cosa adattandosi alle situazioni. Quando poteva, mamma veniva a trovarci. Ci ripeteva sempre che ci chiamavamo Liliana (il primo nome di Andra) e Tatiana Bucci, e non eravamo dei numeri come volevano farci credere. Non ricordiamo quante volte sia venuta. Quando non l’abbiamo più vista noi abbiamo pensato subito che era morta. Non abbiamo versato una lacrima e per noi la vita è continuata come prima. Ed è terribile che due bambine non piangessero per la mamma. Quelle immagini del video (mostrato nei minuti iniziali della manifestazione) noi le vedevamo sempre. Per noi era normale che mamma fosse finita in quel cumulo di cadaveri. Pensare che quella era la nostra vita: la morte ci circondava. La vita era anche la morte. Un giorno una responsabile dl blocco delle donne che ci aveva preso in simpatia ci diede qualche vestito preso dalla camera delle valigie. Ci disse che avrebbero riunito i bambini che volevano raggiungere la loro mamma. Noi non dovevamo accettare. Senza darci spiegazioni se ne andò via. Lo dicemmo anche a Sergio però lui non volle ascoltarci e insieme ad 19 bambini fece questo passo avanti, furono imbarcati su un altro vagone merci e mandati ad Amburgo. L’ultimo ricordo di Sergio è che ci saluta sorridente facendo ciao con la manina. Tutti partivano sereni perchè erano convinti di trovare le mamme ma cosi non è stato.

Tatiana. Durante la prigionia sono stata ricoverata per i postumi della varicella. Ho visto partorire una signora. In quel momento non capivo che stava nascendo un bambino. So che ero distesa a pancia in giù, guardavo la signora distesa sul lettino, del sangue, e passò un uomo alto magro col camice bianco che mi mise la testa giù per non farmi guardare. Io lo feci passare e poi rialzai la testa per guardare tra le due fessure della testiera del letto a castello. Cosa fecero del bambino e della donna non lo so. Il bambino non pianse e la donna la portarono via. La nostra vita andava avanti serenamente perchè avevamo piena libertà di movimento. Si girava nel campo, si giocava in mezzo ai cumuli di cadaveri. Faceva freddissimo. Ogni sopravvissuto ricorda il freddo. Mai l’estate. Siamo arrivate i primi di aprile e siamo state lì una primavera ed un’estate. Eppure non c’era caldo. Solo freddo, neve, pioggia, terreno pesante. Le scarpe erano più grandi dei nostri piedi, senza lacci, senza calze. La scarpa sprofondava nel fango e nella neve. Tenevo tutto rattrappito il piede per non perdere le scarpe. Non ci ricordiamo di aver mai usato i gabinetti o di esserci lavate. Ricordo quando ci si metteva in fila per il momento del pranzo e c’era la distribuzione della minestra. Facevo andare il cucchiaio dentro il pentolino ed era acqua senza niente dentro. Sono rimasta molto difficile nel mangiare. Non so come ho fatto a sopravvivere perchè ricordo di aver mangiato quasi niente. Siamo state forse fortunate visto che questa signora ci aveva preso in simpatia e qualcosa da mangiare ce la dava ogni tanto. Non ci faceva stare con le donne messe in punizione, in ginocchio sulla ghiaia. Sulle mani avevano guantoni e dovevano stare ferme per ore. Noi bambini giravamo intorno a queste donne che ci guardavano e la signora ci diceva che dovevamo stare lontane da loro perchè erano state cattive e avevano i pidocchi.

Poi improvvisamente cambiò la liberta di girovagare. Non vedevamo prigionieri. Solo militari. Uscivamo quando tutto era tranquillo e rientravamo prima che tutti rientrassero dopo i lavori forzati. Era una baracca come quella del filmato. Uno affianco all’altro. Ma i “letti” dei bambini erano singoli, un pochino meglio. I militari improvvisamente non avevano più la stessa divisa. Sorridenti. Si sentiva la gioia. Passavano e ti sorridevano. Erano i russi che il 27 gennaio ci liberarono. Ricordo un militare sul cofano della Jeep che taglia del salame e lo distribuisce ai bambini. Dal campo andammo a Praga in un centro di raccolta dove c’erano bambini, non solo ebrei, ma orfani di guerra e con altri problemi, e li incomincia una nostra seconda vita. Era passato un anno. Dopo ci portano in una scuola pubblica e andavamo ogni giorno e incominciammo ad apprendere il Ceco. Arrivati a Praga eravamo le uniche italiane, gli altri tutti stranieri. Non si parlava più l’italiano. Nel campo sapevamo il tedesco che imparammo lì e a Praga parlavamo ceco. Siam rimasti a Praga dal giorno della liberazione fino all’aprile del ‘46 quando qualche giorno prima della partenza ci chiesero chi era ebreo e chi no. Noi dicemmo che lo eravamo e ci imbarcarono su un aereo militare per protarci in Inghilterra, in un paese dove comincia la nostra terza vita.

Tatiana. Ho dimenticato di citarvi un gesto di un militare tedesco. Un gesto di umanità: mi dette i biscotti in una scatola di latta. E mi sono sempre chiesta il perché di questo gesto umano. Forse perchè gli ricordavamo la sua famiglia i suoi bambini. Chissà. Forse non era d’accordo su quello che succedeva e di cui facevano parte. Comunque questo episodio ci è rimasto impresso. Mi fa piacere perchè non tutti lì erano parte della bruttura che stavano vivendo. In Inghilterra vivemmo il periodo più bello della nostra vita. Incominciammo a vivere come due bambine. Ce n’erano altri e in questo posto ci fecero vedere per prima cosa una sala giochi. E rimanemmo esterrefatte perchè c’era di tutto in quella sala: case per le bambole, un cavallo ad altezza naturale (forse in proporzione a noi). Avevamo una bella camera. Eravamo in sei con un tavolo, una sedia, un letto e un armadietto ciascuno. Finalmente vivevamo come persone normali e come devono starei tutti bambini del mondo. Da subito fummo circondate da tanto amore che nel campo e a Praga non avevamo avuto e sentito. Praga non è un ricordo bello per noi. Ma stare in Inghilterra fu una cosa stupenda. Abbiamo fatto amicizia con molte persone. Lì Andra si è sentita abbandonata da me perchè io le ho fatto da mamma per tutti quegli anni, senza lasciarla un secondo. Arrivate in Inghilterra l’ho, in un certo senso, abbandonata e l’ho fatto perchè c’erano altre persone che si occupavano di lei, facendo le veci della nostra mamma. Quindi io mi sono ripresa la mia infanzia non facendole più da mamma. Imparammo anche l’inglese. Sapevamo il tedesco, l’inglese e il ceco. Un giorno la direttrice della scuola mi chiama e mi mostra una foto chiedendomi se conoscevo la persona della foto. “Sono mamma e papà” risposi. E lei confermò. Questo è la premonizione della mamma. Quando eravamo a Fiume papà navigava nella marina mercantile e quando scoppiò la guerra nel ‘39 aveva lasciato Andra che aveva nove mesi, quindi lei non l’aveva mai visto. Furono fatti prigionieri dagli inglesi. Quindi lui stette in Sud Africa per sei anni come prigioniero. Essendo assente da casa mamma la sera prima di andare a letto ci portava sempre davanti alla foto della camera che era in camera da letto, per dare il bacino della buonanotte a papà. È una cosa molto vivida nella nostra memoria questa. Quando vedemmo al foto il ricordo fu immediato. Erano loro. Mamma e papà e la zia ci cercavano. Ci cercavano a Praga, ma forse stavamo in un’altra zona. E da quel momento ci scrivevamo con i nostri genitori perchè l’italiano l’avevamo dimenticato. Poi ci sono state tutte le pratiche amministrative per tornare in Italia dai nostri genitori. Tutti i bambini erano pieni di gioia che avessimo ritrovato la mamma. Un giorno abbiamo lasciato Londra accompagnati da un assistente so ciale. Con un lunghissimo viaggio che ricordiamo con gioia, con vagoni letto di prima classe arrivammo a Roma dove mamma ci aspettava. Ricordo che all’arrivo del treno c’era una macchina, forse una Balilla, e che la mamma non era sola. C’era con lei un’ amica sua che è venuta a mancare qualche anno. E questi ci aspettavano con pazienza munite di fotografie per riconoscerci, nomi e cognomi. Per noi è stata una cosa difficilissima, digerita tempo dopo perchè non parlavamo più l’italiano. Sembravamo pesci fuor d’acqua. La mamma la volevamo sola per noi. Invece la nostra assistente sociale disse a mamma di andarsene. Piangemmo tantissimo senza fare le feste che avremmo dovuto fare alla mamma perchè anche avendola riconosciuta non la sentivamo più come la nostra mamma. Era diventata quasi un’estranea. La vita poi ricominciò un pò alla volta e il primo impatto con la mamma non fu felice. La mamma dopo qualche giorno di permanenza a Roma andammo a Napoli. Anche la zia era tornata rincontrando suo marito e per fortuna era nato un bambino dell’agosto del ‘46 che tuttora vive a Napoli. Qui lo conoscemmo nel Dicembre, qualche giorno dopo il 5. Con la mamma andammo a Trieste dove si erano stabiliti con papà che lavorava con gli inglesi come cuoco, come faceva a bordo delle navi. Abbiamo rivisto papà, ma lo vedevo per la prima volta praticamente visto che ero troppo piccola per ricordarlo. Facemmo l’espatrio dopo l’occupazione della Jugoslavia. Da Fiume a Trieste, e ci trasferimmo definitivamente lì. Da quel momento abbiamo avuto una vita normalissima. Abbiamo ripreso i contatti con i genitori un po’ alla volta normalmente. Con mamma parlavamo tedesco. Con papà inglese. Tra noi in ceco e non ci capiva nessuno. Era un gran divertimento. Imparammo l’italiano e in pochi mesi perdemmo la conoscenza delle altre lingue. Unica cosa positiva che poteva succederci in quegli anni. La vita era normale come voi ragazzi, ma molto più rigida. Se si sgarrava venivamo punite per una settimana. Siamo diventate mamme, ci siamo sposate, abbiamo figli e un brutto giorno abbiamo saputo come è morto Sergio. La zia fu invitata ad andare ad Amburgo e l’accompagnò la figlia grande di Andra, che si chiama Tatiana come me. Volevano fare una cerimonia per i bambini ma poi avevano bisogno della zia perchè potesse testimoniare per processare qualcuno per la morte dei bambini. Questo l’aveva fatto un giornalista tedesco che vive ancora ad Amburgo. Egli, da sempre antinazista, giovane, ha scoperto la storia dei bambini. Cominciò a fare le ricerche e portò alla luce questa storia. I bambini da Auschwitz non andavano a trovare la mamma, ma ad Amburgo perchè un medico voleva fare esperimenti. Portati nelle cantine della scuole, venivano storditi e uccisi da “macellai”. Qualche bambino non serviva nemmeno che lo uccidessero per morire. Morivano per la paura. Serviva quindi la testimonianza per processare i colpevoli. Ma questo lei non lo volle accettare e non volle pensare a suo figlio morto. “Meglio non sapere”, come s’intitola appunto il nostro libro. La zia non voleva sapere se era morto o no. Non ci siamo mai chiesti che fina abbia fatto. Ma forse avrebbero trovato lui come hanno trovato noi. Nelle nostre testimonianze ci soffermiamo spesso su nostro cugino”.

 

foto Claudio Spada 

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