Mercoledì 24 Aprile 2019
   
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ANCHE TURI HA LA SUA TRADIZIONE CARNEVALESCA

 

Da più di un decennio si sono perse le tracce del carnevale turese

A Turi non ci sono più tracce del carnevale. Eppure il paese ha alle spalle una tradizione molto importante.

In passato i festeggiamenti di Carnevale erano organizzati dall’Arciconfraternita cattolica del Purgatorio, la più antica di Turi. Nel ‘700 era normale che la chiesa prendesse a cuore l’organizzazione del Carnevale, e nel nostro paese questa usanza è rimasta fino agli anni trenta del secolo scorso. La causa di questa interruzione fu un grosso incidente in piazza durante i festeggiamenti: tra la folla, durante i giochi, fu uccisa una persona. Il Vescovo di Conversano, allora, decise di bloccare i festeggiamenti del carnevale nel 1931.

Tuttavia il popolo sentiva troppo forte la voglia di manifestare la festività delle maschere e, pur di festeggiarla, lasciò che i “Facchini” prendessero in mano la situazione e sobbarcassero sulle loro spalle, nel vero senso della parola, l’organizzazione dei riti ludici. Essi non erano considerati poco importanti, come l’accezione negativa dei giorni nostri farebbe pensare, ma uomini in gamba, capaci di metter su il carnevale da soli. I Facchini, uomini forzuti abili nei lavori pesanti e di manodopera, riuscirono a far continuare questa tradizione di teatro-spettacolo di piazza. Molti  ricordi sono ancora vivi nei cuori di qualche turese, infatti alcuni bambini vissuti in quegli anni, adesso non più giovincelli frequentanti l’università della terza età, ricordano quelle fasi goliardiche di festeggiamento quasi con devozione.

Il carnevale turese, sin dalla prima “versione” dell’Arciconfraternita del Purgatorio, si apriva con i festeggiamenti del giorno del 17 gennaio, ancor oggi apri pista al periodo di carnevale, proprio in concomitanza con la festa di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali. Ancora oggi, infatti, si effettua la benedizione degli animali domestici e non nella più importante piazza del paese: Largo Pozzi. I facchini, per l’occasione, accompagnavano il Sindaco dal Palazzo di Città al falò, tradizione ripresa circa una decina di anni fa con l’accensione di un piccolo fuoco nelle piazze più importanti turesi, spostandosi ogni anno. Il falò rappresentava il momento di degustazione dei “perckiedde”, biscotti somiglianti a dei porcellini ricoperti di vincotto, accompagnati dall’immancabile primitivo locale.

Le principali attrattive carnevalesche si tenevano il giorno prima delle “Ceneri”. Una di esse era il rito dell’ “albero della cuccagna”, che consisteva nell’issare un palo, cosparso di grasso animale, sul quale gli uomini tentavano di salire in cima per raggiungere il bottino. Un anno il premio messo in palio fu un porcellino vivo e una damigiana di vino. Il porco, infatti, è il simbolo del carnevale, e insieme al primitivo, costituiscono due dei più importanti simboli della civiltà contadina. I premi erano messi in palio dai più ricchi ai quali veniva richiesto un contributo in cambio della festa offerta. Con pochi soldi e poca fantasia ci si divertiva in maniera sbalorditiva. Il divertimento era collettivo perché ognuno contribuiva nel suo piccolo a donare od organizzare qualcosa. Il carnevale abbatteva le barriere tra ricchi e poveri: in quelle occasioni tutti diventavano di pari grado senza distinzione tra ricco e povero. Il carnevale, come voleva la tradizione, permetteva, almeno per una volta l’anno, la trasposizione dei ruoli.

In quegli anni, nei paesi, nelle frazioni, nelle città, nei nuclei di case di campagna, costituiva l’unico periodo in cui si presentavano occasioni ufficiali di gioco e divertimento.

In un locale di Via XX Settembre, di fronte all’attuale Palazzo di Città, gia nel 1910 adibito ad osteria sulla ex “via dei pozzi”, ci sono ancora oggi delle pitture raffiguranti le manifestazioni su citate.

Negli anni ‘60/’70, la festa passo dalle mani dei lavoratori a quella degli intellettuali, le Matricole, giovani studenti che avrebbero rappresentato l’alta società del paese negli anni futuri. Con l’avvento di questa generazione cambiò il modo di festeggiare il carnevale: scomparve il teatro, e al suo posto nacque si sviluppò la tradizione dei carri allegorici in cartapesta, sotto l’influenza della tradizione putignanese, nata negli anni ‘40 . Tale spostamento delle tradizioni fu permesso in quegli anni dalla “rivoluzione automobilistica”, con l’avvento delle “500” che permisero una velocizzazione degli scambi culturali tra paesi limitrofi.

 

I carri, come avviene tutt’ora, erano ideati basandosi sulle problematiche nazionali e locali. All’epoca, le uniche notizie nazionali riguardavano i cantanti di Sanremo e le poche notizie che si cominciavano ad apprezzare dalle prime televisioni. I carri venivano realizzati dagli artigiani, maestri nel manipolare la carta pesta, in due grandi capannoni: quello della ex cantina sociale di Via Rutigliano e quello dell’attuale cooperativa cerasicola in Via Sammichele. Il rito prevedeva la sfilata dei carri allegorici seguendo un itinerario molto semplice: partenza da Largo Pozzi, poi su verso il “Comune”, a sinistra verso il campanile della chiesa di San Giovanni, per chiudere di nuovo verso Largo Pozzi passando dal Carcere, adiacente a Piazza Aldo Moro. Quello si che era un carnevale molto seguito. Era molto diffuso il rito degli sfottò tra classi di lavoratori diversi.

Ad esempio si organizzavano, come gli attuali gruppi mascherati che corrono a piedi tra un carro e l’altro, finti funerali su “personaggi” di Turi. Giacomo Miale, ci racconta che un anziano turese ricordava che tra la classe degli spazzini avvenne proprio questo tipo di scherzo ai danni di “Muss Turt”. Un altro spazzino, Patrizio Florio, il giullare della situazione, durante le sfilate dei carri si divertiva e faceva divertire la gente facendo le piroette, salti con l’ombrello e camminando in modo buffo, proprio come avviene con gli attuali sbandieratori delle feste di piazza. Era un modo per godere al massimo di quegli istanti, per sentirsi al centro dell’attenzione.

Un altro gruppo mascherato rimasto nella storia era quello degli studenti di medicina che chiedevano la fine della costruzione dell’ospedale per lavorare a Turi. Quindi il carnevale, sotto lo scudo della satira, già veniva sfruttato come strumento di critica e richiesta, politiche e sociali.

Le matricole, come i loro predecessori, allestivano in piazza Silvio Orlandi un palco su cui si scolgeva il rito del battesimo della matricola: ultimo rimasuglio della tradizione teatrale dei facchini ormai nel dimenticatoio.

Anche per le matricole venne il momento di lasciare spazio a una nuova tradizione: quella dei veglioni, un modo per festeggiare il carnevale e per far soldi allo stesso tempo. Con questa nuova usanza si perse l’abitudine di festeggiare nei giorni di apertura e chiusura del Carnevale, ma si sfruttavano pià giorni possibili per guadagnare grazie a questi cenoni. Col passare del tempo, infatti, si capi che il carnevale poteva essere sfruttato a scopo di lucro, proprio come ai giorni nostri. Tutto questo a discapito del puro spirito di divertimento che caratterizzava la festa nella prima metà del secolo.

A cavallo degli anni ‘80/’90 prese piede il carnevale dei bambini, che con le scuole portavano nelle strade i festeggiamenti.

Purtroppo, col passare del tempo tempo, la tradizione iniziale si è andata affievolendo sempre più, fino a scomparire del tutto.

Seppur negli ultimi anni c’è stato un bieco accenno di voglia di ricominciare e di sfruttare qualche tradizione forestiera, non si è più nel nostro paese a riportare la voglia di festeggiare il carnevale. Si preferisce uscire fuori paese per trovare a pochi chilometri festini, carri o sfilate.

Turi non ha nemmeno una maschera caratteristica passata alla storia, come la ha Putignano (Farinella, da cui il nome della Sala Bingo) e non ha una tradizione specifica come quella dei festini di Sammichele.

Un sentito ringraziamento va alla persona di Giacomo Miale, coreografo turese, che ci ha aiutato nella ricostruzione storica degli eventi descritti.

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