Venerdì 21 Settembre 2018
   
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IL CROCIFISSO ANTI SICCITA' DAL '600

ciliegi
Giusto vent’anni fa, l’ultima settimana di marzo del 1990, ricominciò a piovere dopo che era trascorso tutto un inverno senza neanche una pioggerellina. Si parlò dell’inverno del ’90, come del più siccitoso del secolo. Non fu però una gran sorpresa, dato che venivamo da ben cinque anni nei quali i millimetri di acqua piovana si erano quasi dimezzati. Vivevamo con una ormai cronica mancanza d’acqua sia per uso irriguo sia per uso potabile, dato che le riserve disponibili in Basilicata, da sempre serbatoio della Puglia sitibonda, erano lì lì per esaurirsi.

Siamo in possesso di un dato impressionante che ci fa capire bene la drammaticità di quel periodo: l’invaso del Pertusillo raccoglieva, a fine marzo 1990, 27 milioni di metri cubi di acqua contro i 58 dell’anno precedente. L’invaso del Sinni che, nell’anno ’89, conteneva 78 milioni di metri cubi, ne aveva a marzo del ’90 solo 18 milioni, con ripercussioni negative sulle attività agricole, sia in termini di produzione e sia di aumento dei costi di produzione. Naturalmente fu chiesto un immediato intervento da parte della Regione Puglia e del governo nazionale per far fronte all’emergenza, per sostenere la produzione agricola e soprattutto le aziende zootecniche in ginocchio. Con la Coldiretti di Turi e con quella di Bari che avanzarono concrete proposte per affrontare la situazione. Chiedevano tra l’altro l’attivazione, con destinazione agricola, dei pozzi artesiani pubblici trivellati da anni ma non portati a termine.

Della messa in funzione degli impianti irrigui, ne parleremo a parte prossimamente. Abbiamo sentito sulla siccità del ’90 il parere del presidente della Coldiretti, Vincenzo Petruzzi: “Ricordo che l’ultima acqua l’avemmo a novembre ’89 e poi a marzo del ’90. Scoprimmo la drammaticità della siccità, con i terreni asciutti come fosse piena estate. Ci attrezzammo in tutti i modi possibili per mantenere in vita i ciliegi. Usammo le botti per irrigare gli alberi, preparammo impianti di irrigazione di fortuna, improvvisati. Ci fu comunque una moria di alberi di ciliegie senza precedenti e poi niente foraggio, niente grano, dato che il terreno era un carbone.”

Per tentare di scongiurare la drammatica siccità di quell'anno fu tentato di tutto per dare una mano al destino e, fra le tante idee, fu presa in considerazione quella di una processione. E così, il 29 marzo, mentre il sole scompariva dietro nuvoloni neri provenienti dall’orizzonte, fu portato in processione un Crocifisso che si trovava nella chiesa di San Giovanni, opera del ‘600 di Angelo da Pietrafitta, scultore oltre che frate. Il Crocifisso colpisce per essere pieno di ferite sul corpo. All’uscita dalla chiesa lo portarono a spalla i sacerdoti, a seguire gli agricoltori e le loro mogli. Dopo il percorso tradizionale, si giunse in piazza Silvio Orlandi dove fu detta una preghiera. Quindi si ritornò nella chiesa di San Giovanni percorrendo via Maggiore Orlandi. E accadde ciò che la gente si aspettava da quella processione: piovve per 2-3 giorni.

Ma perché fu portato in processione proprio quel crocifisso? Si racconta che, e qui dalla storia passiamo alla leggenda, quel crocifisso proveniente da Rutigliano lo stessero portando in un paese della Calabria. Un violento temporale fece prendere la decisione di ‘appoggiarlo’ nella chiesa di san Giovanni in attesa che smettesse di piovere e di riprendere quindi il cammino. Secondo la leggenda, ogni volta che il crocifisso si decideva di portarlo via, ricominciava con la pioggia a catinelle. Sembrava che quel crocifisso volesse rimanere in quella chiesa. Il tutto fu riferito al Vescovo che dette il permesso affinché il crocifisso fosse posizionato per sempre nella chiesa di san Giovanni. Da allora i turesi non temono più la siccità. Sanno che se avranno bisogno, faranno uscire in processione quel Crocifisso.”

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