Lunedì 22 Ottobre 2018
   
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Arrestati quattro 'caporali'

Il pullmino utilizzato dai caporali, attualmente sotto sequestro

I Carabinieri della Compagnia di Francavilla Fontana hanno portato a termine un'operazione di contrasto al fenomeno del "caporalato" che ha permesso di stringere le manette attorno ai polsi di quattro persone, interrompendo l'ennesimo giro di sfruttamento ai danni di un gruppo di almeno quindici donne, impiegate come braccianti  per un'azienda agricola di Turi.

Gli arresti, eseguiti all'alba dello scorso 19 luglio, sono avvenuti a seguito di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Brindisi, dr. Maurizio Sasso, il quale ha ritenuto più che attendibili le testimonianze e le prove presentate dalla Procura. I reati contestati sono concorso in intermediazione illecita (il cosiddetto caporalato) e sfruttamento del lavoro pluriaggravati, oltre che quello di truffa ai danni dell'Inps.

Un atto di coraggio fa partire l'indagine

L'indagine, coordinata dal sostituto procuratore Raffaele Casto, è partita grazie alla denuncia di una delle donne sfruttate. Stanca della situazione, nell'ottobre 2015, la bracciante ha avuto il coraggio di raccontare le condizioni disumane in cui era obbligata a lavorare, spinta dalla personale situazione di indigenza. Sottoposta a continue minacce ed intimidazioni, la donna è stata anche oggetto di un pestaggio selvaggio, verificatosi quando, lamentandosi per la paga ingiusta, avrebbe chiesto ai 'caporali' la regolarizzazione del suo contratto.

Alle dichiarazioni rese alla Procura di Brindisi dalla prima bracciante, si è poi aggiunta la testimonianza di una seconda lavoratrice, anche lei costretta a sottostare alla legge dei 'caporali' per necessità economica.

Una volta individuati i sospettati, gli inquirenti hanno iniziato i pedinamenti, avvalendosi anche di intercettazioni ambientali e di videoriprese sia lungo gli itinerari che presso l'azienda agricola con sede a Turi, dove veniva impiegata la manodopera.

Le disumane condizioni di lavoro

“Minacce, violenze, offese. Il copione dei caporali non muta, i lavoratori non sono persone ma corpi da sfruttare e se necessario anche punire, come se fossimo ai tempi dello schiavismo. Lucrano sul bisogno delle famiglie ad avere un reddito benché minimo, in cambio di una fatica dura. Ovviamente con la consuetudine del sottosalario e vere e proprie forme estorsive, somme di denaro sproporzionate trattenute sulla paga giornaliera dai caporali”. Così riassume il quadro di questa operazione il segretario generale della CGIL Pino Gesmundo.

Ed infatti, in base a quanto accertato dall'attività investigativa, un gruppo di almeno quindici donne, di cui dodici italiane e tre straniere (due rumene e una ecuadoregna), tutte in forte stato di bisogno, veniva prelevato da comuni del Brindisino e del Tarantino per essere condotto a Turi. Qui avrebbero lavorato alla raccolta delle ciliegie con turni disumani: più di otto ore al giorno, a fronte delle sei ore e mezza previste dal contratto, senza che fossero riconosciuti riposi settimanali, festività o straordinari. Erano costantemente sorvegliate e dovevano anche chiedere il permesso per andare in bagno.

La retribuzione era di appena 38 euro a fronte dei 55 euro giornalieri; per di più i 'caporali' trattenevano dalla paga delle braccianti 8 euro per il trasporto. Trasporto che avveniva o a bordo di un vecchio autobus da 25 posti, intestato alla azienda turese, o per mezzo di una Ford Galaxy da sette posti dove le donne venivano "stipate come bestiame".

In alcuni casi, inoltre, il "pedaggio" per essere accompagnate nei campi veniva preteso anticipatamente, sotto la minaccia di non ricevere la magra retribuzione a conclusione della giornata lavorativa.

Tutti elementi che, come ha dichiarato il Comandante dei Carabinieri di Brindisi, colonnello Nicola Conforti, hanno rivelato "un chiaro stato di assoggettamento psicologico"; le donne "erano completamente alla mercé dei caporali, che non esitavano a lasciarle a casa o ad applicare la cosiddetta punizione, che corrispondeva a giornate di lavoro che venivano fatte saltare".

Maria Rosa PutzuMichelangelo VeccariValentina FilomenoGrazia Ricci

Tra gli arresti anche una donna residente a Turi

A termine dell'operazione anticaporalato sono scattate le manette per Michelangelo Veccari (46 anni) e sua  moglie Valentina Filomeno (41 anni), Grazia Ricci (61 anni, residente a Palagiano) e Maria Rosa Putzu (42 anni, residente a Turi). Al vaglio la posizione del titolare dell'azienda agricola con sede a Turi.

Secondo quanto emerso dall'inchiesta, il giro era gestito dalla coppia Veccari-Filomeno; la donna di Palagiano, Grazia Ricci, avrebbe avuto il compito di procacciare la manodopera, mentre la turese Maria Rosa Putzu, dipendente dell'azienda committente, avrebbe collaborato nella riscossione degli otto euro giornalieri pretesi dai caporali per il trasporto, consegnando a Veccari gli assegni delle paghe, oppure trattenendoli finché le braccianti non avessero versato la quota spettante ai caporali. Indagini sono tutt'ora in corso per verificare se vi siano responsabilità da parte di altro personale dell'azienda committente.


Le intercettazioni: "Alle femmine pizza e mazzate ci vogliono"

 

Determinanti per incastrare i 'caporali' sono state anche le intercettazioni ambientali raccolte dai Carabinieri di Francavilla Fontana.

In particolare, una delle conversazioni captate dai militari dimostra come Veccari riesca abilmente a persuadere una bracciante sulla convenienza di "scaricare" le agenzie interinali e lavorare con lui. “Non so, ditemi voi. Devo scendere con l’agenzia o devo scendere con voi”, domanda la bracciante che contatta Veccari informandolo di avere la possibilità di un ingaggio tramite un'agenzia interinale. Il 'caporale' risponde sicuro: “Con l’agenzia lavori un mese, con noi lavori sei mesi, otto mesi. Quindi dipende da cosa vuoi fare! Se vuoi lavorare un mese… altrimenti ti conviene venire con noi! Secondo me ti conviene, perché con noi alla fine lavori, se sa comunque il lavoro, no? Con loro lavori un bum, sino a fine mese, fino a giugno”. La donna, evidentemente nella necessità di lavorare per un numero maggiore di mesi, accetta rassegnata: “Ok, allora vado all’agenzia e tolgo il contratto”.

In altre intercettazioni, viene fuori non solo la concezione agghiacciante e distorta che i 'caporali' hanno delle donne, ma soprattutto il regime di intimidazioni che erano pronti a mettere in atto per quelle braccianti che non "imparavano" le loro leggi. "Alle femmine pizza e mazzate ci vogliono, altrimenti non imparano". Ed ancora: "Femmine, mule e capre tutte con la stessa testa".

Commenti  

 
Mino Miale
#2 Mino Miale 2017-06-29 10:36
Per la prima volta ci si accorge che anche a Turi non tutto FILAVA LISCIO anche nel Lavoro primario, l' AGRICOLTURA. ;-)
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alba
#1 alba 2017-06-28 20:22
ma secondo voi la dipendente della ditta committente se faceva qualcosa di illecito, lo faceva di sua iniziativa o perché il suo titolare impartiva le direttive. sicuramente lei eseguiva ciò che le veniva detto di fare.
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