Sabato 26 Novembre 2022
   
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Una nuova varietà di uva

Il ceppo di vite presente in C.da San Donato

I ricercatori del CREA hanno determinato il profilo molecolare dell’antico tralcio di vite, individuato da Stefano de Carolis in C.da San Donato, attestando che “siamo in presenza di una varietà mai descritta in precedenza”

«A settembre, mi sono recato in un terreno in Contrada San Donato, a poca distanza dal centro abitato di Turi, per osservare un antico tralcio che, per le sue peculiari caratteristiche, aveva attirato l’attenzione di alcuni concittadini, che hanno pensato bene di segnalarmi l’insolito esemplare di vite». A parlare è Stefano de Carolis, giornalista e cultore di storia locale, che grazie alla sua disinteressata passione per il territorio, ha concretizzato un altro importante ritrovamento: «In un muretto di cemento – prosegue – ho potuto ammirare un’antica pianta di vite autoctona, costellata da meravigliosi grappoli dal colore dorato, il cui tralcio principale si sviluppa orizzontalmente, formando un cordone lungo ben 32 metri».

Attratto da questa “mirabilia” naturale, de Carolis si è interfacciato con il proprietario: «L’agricoltore – afferma – mi ha raccontato che, tanti anni fa, suo nonno paterno rinvenne la pianta proprio all’interno dell’antico muro di pietra, posto a confine del podere, e decise di non innestarla. Se ne prese cura amorevolmente ed il tralcio, cresciuto senza mai essere innaffiato né sottoposto a trattamenti antiparassitari, dopo qualche anno dette i primi frutti. Tuttavia, lo scopo di tanta perizia e pazienza non fu di certo “commerciale”: l’intento, fin dall’inizio, fu quello di consegnare al proprio figlio un “pezzo unico”, un “capolavoro della natura” capace di resistere alle ingiurie del tempo. Il prezioso lascito è stato raccolto: la vite di famiglia ha continuato ad essere coltivata con tutti gli accorgimenti necessari, diventando un gioiello destinato a tramandarsi di generazione in generazione».

Alla curiosità storiografica è subentrato poi l’interesse scientifico: «Non avendo notizie certe sulla varietà dell’antica vite di San Donato – spiega de Carolis – ho contattato il dott. Angelo Raffaele Caputo, Responsabile della sede di Turi del Centro di ricerca “CREA Viticoltura ed Enologia”. Dopo una prima valutazione, il dott. Caputo ha ritenuto interessante approfondire il ritrovamento, e con la collaborazione del dott. Carlo Bergamini, ricercatore ed esperto di analisi molecolare, si è proceduto al prelevamento di campioni utili a ricostruire la sequenza genetica della pianta ed accertare se si trattasse di una nuova varietà».

Il dott. Carlo Berganimi, ricercatore del CREA Turi, esegue il prelievo dei campioni da analizzare

Registrata la testimonianza di Stefano de Carolis, abbiamo deciso di seguire gli sviluppi della vicenda, ascoltando il dott. Caputo, ampelografo di comprovata esperienza, che ha accettato di rispondere alle nostre domande, guidandoci con la giusta dose di chiarezza nel labirintico universo della viticoltura.

Quali esami avete eseguito per identificare la varietà della vite?

«Ci siamo concentrati sull’analisi molecolare dei campioni di foglie prelevati dal tralcio, utilizzando 9 marcatori (definiti microsatelliti) che costituiscono una sorta di impronta digitale univoca della pianta. Successivamente, abbiamo confrontato il profilo molecolare ottenuto con quelli delle varietà archiviate nel database del “CREA Viticoltura ed Enologia”, nel “Registro nazionale delle varietà di vite” (che contiene circa 800 cultivar ed è vigilato dal Ministero delle Politiche Agricole), nell’Italian Vitis Database (gestito dall’Università di Pisa) e nel catalogo europeo VIVC (Vitis International Variety Catalogue). Per completezza, abbiamo ulteriormente approfondito la ricerca, estrapolando dalla letteratura scientifica nazionale e internazionale altri profili molecolari di varietà conosciute ma non ancora inserite in questi quattro database. Alla fine del confronto incrociato, si è potuto verificare che siamo in presenza di una varietà mai descritta in precedenza, il cui profilo molecolare non è sovrapponibile a nessun’altro noto».

Le prospettive di questa nuova varietà?

«Al momento può essere interessante per arricchire la nostra collezione di germoplasma viticolo, indispensabile nell’ottica del recupero della biodiversità. Non a caso, ho inserito questo ritrovamento nel programma “RGV” (Risorse Genetiche Vegetali) sovrinteso dalla FAO: si tratta di un progetto cui aderiamo da 17 anni e che si sostanzia nell’attività di ricerca volta, per l’appunto, alla raccolta, conservazione e valorizzazione dell’agro-biodiversità».

Qual è, invece, l’iter per un’ipotetica commercializzazione?

La nuova varietà si presterebbe sia alla trasformazione in vno che alla destinazione ad uva da tavola

«Affinché una varietà possa essere riconosciuta dal punto di vista tecnico-giuridico, ossia sfruttata commercialmente, ci sono alcuni passaggi obbligatori che variano a seconda della destinazione finale della cultivar.
Nel caso dell’uva da tavola, occorre che la varietà venga iscritta nel registro nazionale, seguendo rigorosi protocolli: si devono coltivare in due campi differenti almeno 24 piante, messe a confronto con un’altra varietà simile già nota; in parallelo, si eseguono tre anni di osservazioni e studi che confluiscono nel cosiddetto “fascicolo tecnico”, trasmesso al Ministero cui spettano le valutazioni conclusive.
Nel caso dell’uva da vino, oltre alla procedura finora descritta, si aggiunge l’inserimento nella classificazione regionale, che prevede la coltivazione e lo studio in campo di un numero di piante sufficiente a produrre almeno 300 litri di vino».

In base ai dati parziali finora raccolti, quale potrebbe essere la destinazione dell’uva di Contrada San Donato?

«Stando alle caratteristiche morfologiche del grappolo, che si caratterizza per una certa spargolicità (ovvero gli acini non sono pressati, condizione che faciliterebbe i trattamenti fitosanitari antiparassitari), quest’uva si presterebbe ad essere trasformata in vino. Non escluderei, tuttavia, anche la destinazione ad uva da tavola, poiché abbiamo rilevato un buon tenore zuccherino, una bassa acidità, un ph moderato e una dimensione del grappolo notevole. Difatti, il peso medio dei grappoli prelevati è di circa 800 grammi, mentre il peso medio della bacca (acino) è di quasi 4 grammi. Ad ogni modo, attualmente abbiamo solo svolto analisi sui metaboliti principali; per avere un quadro accurato sugli altri metaboliti (come, ad esempio, le componenti aromatiche) della varietà, occorreranno accertamenti più approfonditi».

Come avviene la scelta del nome della “nuova uva”?

«In primis, viene intervistato il proprietario di quello che, nel nostro caso, è un ceppo storico, dal momento che dovrebbe avere più di 50 anni e che è presumibilmente germogliato da un vinacciolo. In particolare, si indaga se il viticoltore abbia già attribuito un nome o se qualcuno ne abbia tramandato una particolare denominazione. In assenza di un nome “tradizionale” (cosiddetto “in vernacolo”), si procede con una ricerca bibliografica, consultando i vari bollettini ampelografici e altri testi storici di settore, per capire quali varietà si coltivavano a Turi 50-60 anni fa e quali denominazioni si utilizzavano. Infine, se gli esiti delle prime due opzioni non sono soddisfacenti, si può procedere per una terza via: definire l’origine e le relazioni parentali di questa pianta (prassi complessa che comporta lo studio su almeno 50 marcatori molecolari) e, qualora si scopra che è frutto di un incrocio, attribuire un nome di fantasia».


COS’È IL CREA

Il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria (CREA) è un ente nazionale di ricerca con sede a Roma, vigilato dal Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. È stato istituito nel 2015 dall'unione del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (CRA) e dell'Istituto nazionale di economia agraria (INEA).

Il CREA si compone di 12 Centri di Ricerca: 6 trasversali e 6 di filiera. I Centri di ricerca trasversali studiano le discipline che intersecano l’agricoltura e si integrano con i nuovi scenari della bioeconomia delle aree rurali: il settore agroalimentare e agroindustriale, l’alimentazione e la nutrizione, le politiche agricole europee e nazionali. Ai Centri di filiera sono attribuite le mission specifiche per la valorizzazione delle produzioni tipiche di qualità del ‘made in Italy’. In questa seconda categoria si iscrive il centro di ricerca turese, che si occupa di viticoltura con riferimento all'uva da tavola e da vino, inclusa la trasformazione enologica.

[Fonte: crea.gov.it]

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