Sabato 28 Novembre 2020
   
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Chissà cosa resterà… della “villètte”

La panchina vandalizzata

La “villètte” di Largo Marchesale necessita di urgente manutenzione: vandalizzata una panchina e marciapiedi impraticabili

La parola “degrado” definisce in sé il graduale passaggio da una condizione migliore a una peggiore: in sintesi una situazione di deterioramento, decadimento, rovina. Esistono varie forme di degrado e tra queste anche quello urbano, il quale, a sua volta, assume vari volti come la sporcizia sulle strade, la decadenza architettonica, la povertà, la delinquenza, la corruzione, l’occupazione indebita di porzioni di territorio. Questi, in sociologia urbana, sono definiti agenti o fattori del degrado. Gli studi a riguardo non mancano e sarebbe interessante provare a studiare la nostra città sotto questo aspetto; in certi spazi si ha la percezione di non essere in una nazione sviluppata, a riprova del fatto che il calendario che tutti quanti noi seguiamo è una – seppur utile – convenzione. Il tempo non trascorre uguale in tutto il mondo ed anzi possono emergere differenze in tal senso persino tra comunità distanti pochi chilometri, una manciata di minuti. Tale fenomeno è maggiormente marcato nelle nazioni in cui le disuguaglianze sociali sono legate a doppio filo con l’esistenza stessa dell’ordine socioeconomico presente; spesso sono proprio le metropoli, le città cardine di queste nazioni a rappresentare di quest’ultime il meglio ed il peggio, il sogno e l’incubo.

Adesso, Turi sicuramente non è una metropoli e questo può essere un vantaggio dal punto di vista gestionale ed amministrativo, quindi il degrado dovrebbe essere più facilmente contenibile. Tuttavia, sempre a proposito di questioni legate al tempo e a come esso viene percepito, la nostra città è da alcuni anni in difficoltà; certamente non da oggi. Ragion per cui, è opportuno che l’Amministrazione non lasci trascorrere altro tempo e dia un segnale forte di cambiamento; molto si è fatto, è vero, se non fosse che gli effetti del degrado sono cumulativi e quindi la strada da percorrere è ancora lunga. Come spesso abbiamo detto a proposito dell’abbandono illecito di rifiuti, i cittadini devono fare la loro parte, cercando di non cadere nella trappola spiegata dalla famosa “teoria delle finestre rotte”, ovvero quella di aggiungere squallore allo squallore già presente, magari per inerzia, magari per incoscienza, magari per frustrazione.

Questo, d’altronde, è quello che ci auguriamo per la “villètte” di Largo Marchesale, recentemente vittima di un incomprensibile attacco; a pagarne le maggiori conseguenze una delle panchine in pietra lì presenti, parzialmente danneggiata. Incomprensibile, a dire il vero, resta la dinamica con cui è stato possibile fare un “capolavoro” del genere. Ad ogni modo, il primo a segnalare l’accaduto è stato Silvano D’Angela, dapprima il 30 ottobre, per poi ribadirlo il 2 novembre, chiedendo che la panchina venisse messa in sicurezza. La Polizia Locale, accolta la segnalazione, è intervenuta il 9 novembre mettendo i nastri attorno alla panchina.

CHISSA COSA RESTERÀ...

Discorso leggermente diverso, invece, quello del marciapiede che perimetra la “villètte”: le condizioni in cui versa nel complessivo sono sotto la soglia di tollerabilità; in alcuni tratti è impresentabile, quindi impraticabile e in aggiunta non poco pericoloso. Nello specifico, il versante del marciapiede che si affaccia su Palazzo Marchesale è vistosamente sconnesso e da una parte invaso dalla vegetazione delle aiuole e dall’altra dagli specchietti delle automobili parcheggiate; occorre dunque avere una certa silhouette e una certa agilità per poterci camminare, indi per cui sono esclusi diversamente abili e normodotati con piccoli problemi di linea.

Foto Pagina Facebook 'Turi com'era'

Eppure, c’era un tempo in cui la villètte era più accessibile (come dimostra lo foto pubblicata dalla Pagina Facebook "Turi com'era"); anzi rappresentava un altro punto molto importante di aggregazione sociale. Basterebbe avere una macchina del tempo e tornare indietro, nei magici anni ’80: «È qui – racconta Milko Iacovazzi – che abbiamo iniziato con le prime partitelle tra amici; è qui che abbiamo iniziato a capire cosa realmente fosse una partita di calcio; è qui che abbiamo iniziato ad "assaporare" cosa potesse significare subire dai vigili (allora in bici) lo “scippo” di un pallone. Ci bastava uno spazio qualsiasi; adesso invece sono scomparsi tutti gli spazi disponibili. Giocavamo nella villètte nonostante l'intralcio dell'albero, posizionato al centro (per chi ricorda); due sassi che sostituivano i pali delle porte, e la partita, giocata “con il sangue agli occhi” (così dicevamo), poteva iniziare. Bei tempi ormai andati, chissà "cosa resterà di quegli anni '80».

LEONARDO FLORIO

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