Sabato 10 Aprile 2021
   
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Vincenzo Susca a Cingoli contro il virus

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Il 31enne turese, Ufficiale medico e Sottotenente di Vascello in Marina Militare, racconta il suo mese infernale in una RSA in grave stato d’emergenza

Poco più di un mese fa, su queste colonne, abbiamo voluto raccontarvi l’emergenza Covid-19 dalla prospettiva di Donato Carenza, infermiere turese impegnato in prima linea al Sant’Orsola di Bologna: qualora il suo impegno fosse per qualcuno riducibile ad un semplice adempimento al dovere, è anche vero che il nostro concittadino ha scelto volontariamente di prolungare la sua permanenza lontano dai propri cari, festeggiando il suo compleanno in corsia.

I media tendono spesso a richiamare la dimensione del sovrannaturale o dell’epica, facendo riferimento agli angeli o agli eroi: in verità di sovrannaturale c’è poco, poiché lo spirito altruistico è reale e, nonostante tutto, esiste ancora; come fortunatamente esiste ancora la presenza dello Stato con le sue forze armate, a disposizione di un’Italia che in questa fase storica ha estremamente bisogno di sostegno, coordinazione e supervisione.

Con questa premessa vogliamo introdurvi all’intervista rivolta al dott. Vincenzo Susca, ufficiale medico e Sottotenente di Vascello in Marina Militare, impegnato fino alla scorsa settimana a Cingoli, nelle Marche, per l’emergenza COVID-19. Prima di entrare nel merito dell’attualità, conosciamolo meglio.

Dott. Susca, quali sono state le ragioni che l’hanno spinta ad entrare in Marina dopo aver conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia?

«Premetto dicendo che da ormai 10 anni non vivo più la realtà di Turi: inizialmente a causa dell’Università e, successivamente, per questioni lavorative, ho preferito rimanere in Molise. Venendo tuttavia da una terra come la Puglia, ho sempre portato con me l'amore per il mare e la serenità di quei paesaggi; inoltre è sempre stata mia convinzione che nelle Forze Armate, e nella Marina Militare in particolare, vi siano tutti quei valori che per me sono importanti e ancor oggi mi rendo conto di quanto la mia scelta sia stata pienamente soddisfatta».

Quali sono state sino ad ora le sue esperienze in Marina Militare?

«Fin dall'inizio la Marina Militare ha rappresentato per me un'occasione importante in quanto in grado di garantirmi prospettive di esperienza forti e allo stesso tempo uniche. Sono entrato in Marina il 20 Ottobre del 2019, primo giorno di corso in Accademia Navale di Livorno. Qui ho trascorso 3 mesi e mezzo, in un contesto impegnativo sia dal punto di vista fisico che intellettuale, in quanto dovevo garantire sia l’acquisizione di adeguata preparazione militare che sviluppare quelle caratteristiche mentali e morali che contraddistinguono lo status di Ufficiale. Queste caratteristiche sono i valori alla base di ciascun cittadino: lealtà, umiltà e rispetto. Dal primo momento in cui ho indossato i gradi da Ufficiale, ho provato una forte sensazione d'orgoglio, ma allo stesso tempo ero consapevole di quanto sarebbero aumentati i doveri verso me stesso, il Paese e gli italiani. Finito il corso, sono andato a ricoprire l’incarico di Ufficiale Medico nel Centro di Selezione della Marina Militare con sede ad Ancona. Il mio ruolo ordinario è di collaborare, assieme ai colleghi, medici e infermieri, all’effettuazione delle visite psico-fisiche durante l‘iter concorsuale che ogni candidato deve necessariamente superare per proseguire il suo percorso ed entrare nella Forza Armata. Al momento, a causa della situazione di emergenza, tutte le attività concorsuali e di visite sanitarie sono sospese».

EMERGENZA COVID-19

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È durata un mese pieno, ovvero dal 21 marzo al 23 aprile, l’esperienza a Cingoli del dott. Susca che, di seguito, racconta: «L'emergenza Covid-19 ha rappresentato per me un importante banco di prova. Il 23 marzo ultimo scorso sono partito alla volta di Cingoli, piccolo comune di quasi 10.000 abitanti in provincia di Macerata, per gestire, assieme al team con cui ho collaborato, l’emergenza sanitaria che ha visto l'immediato intervento delle Forze Armate messe a disposizione dal Ministro della Difesa, onorevole Lorenzo Guerini. Appena arrivato mi sono immediatamente reso conto che la situazione che mi si presentava risultava essere critica in quanto la struttura RSA in cui avrei dovuto intervenire aveva al suo interno 38 ospiti, di cui 36 positivi al tampone. Il team sanitario di cui facevo parte era costituito da un altro collega medico e da 4 infermieri tutti facenti parte della Mariana Militare, più un medico e un infermiere civile volontari. Come ho detto, la situazione era molto critica, con la maggior parte dei pazienti che presentava una sintomatologia Covid-relata (febbre e interessamento respiratorio), sovrapposta alle molteplici patologie di base di cui già erano affetti, trattandosi di pazienti con un'età media molto avanzata».

UNA ROUTINE INFERNALE

«Il quartier generale era ubicato in una struttura privata non lontano dalla RSA in cui svolgevo il servizio. La giornata iniziava alle 6 del mattino con la vestizione; un vero e proprio rituale che richiedeva una ventina di minuti e che prevedeva l'utilizzo di tutti i necessari DPI: dalla tuta con cappuccio in tessuto-non tessuto, agli occhiali, al doppio guanto e alla mascherina ffp2 o ffp3. All'ingresso della RSA, la Protezione Civile aveva predisposto una tensiostruttura adibita a spogliatoio del personale sanitario ed ausiliario, in modo tale da poterci cambiare gli abiti e smaltire alla fine del turno i DPI contaminati nel pieno rispetto delle norme vigenti. Le prime due settimane sono state le più dure: le condizioni di molti degli ospiti della struttura non erano affatto buone. Quindi il lavoro iniziale portato avanti dal team è stato quello di inquadrare a livello diagnostico i degenti e rimodulare, laddove necessario, le terapie. Sono stati predisposti controlli in serie di laboratorio e soprattutto abbiamo iniziato la terapia specifica per Covid-19, escludendo i pazienti con controindicazioni. Contemporaneamente contribuivamo alla sanificazione degli ambienti con cadenza giornaliera, per abbassare il più possibile la carica virale nella struttura».

“UN RISULTATO SORPRENDENTE”

«A distanza di un mese siamo riusciti a portare a casa un risultato a dir poco sorprendente: oltre il 90% dei pazienti, che inizialmente aveva manifestato i sintomi da infezione da Covid-19, è risultato asintomatico e il 25% del totale è risultato negativo al doppio tampone di controllo e può essere quindi definito guarito».

UN’ESPERIENZA MEMORABILE, DALLE FORTI TINTE EMOTIVE

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate nell’assistenza ai degenti?

«In medicina il paziente anziano è un paziente debilitato e per questo il medico si trova a fare i conti con un organismo che non riesce, già di per sé, a conservare l'equilibrio fisiologico necessario al funzionamento dei vari apparati. La quasi totalità di loro assume in media 6/7 farmaci diversi al giorno: se poi consideriamo l'infezione da Covid-19 è facile capire come la situazione fosse davvero critica. Verosimilmente anche una leggera disidratazione (molto frequente nei pazienti più anziani e allettati) può far precipitare le condizioni cliniche da un momento all'altro. Inoltre, alcuni di loro presentavano patologie psichiatriche, quali la demenza senile oppure la schizofrenia. Forse l'aspetto più difficile nella gestione del rapporto tra medico e paziente è stato il dover spiegare l'isolamento, motivare l'assenza dei loro cari che giornalmente andavano a trovarli e la necessità di rimanere nelle proprie camere il più possibile. Da parte nostra è stata garantita una continua azione di informazione telefonica a favore dei parenti degli ospiti e, laddove possibile, cercavamo di assicurare le comunicazioni con brevi telefonate. Questo nostro operato è dovuto al fatto che, come da tradizione delle Forze Armate, si è cercato fin da subito di fare squadra e di dare il massimo supporto per fronteggiare l’emergenza, senza lasciare indietro nessuno».

Al termine di quest’esperienza, quali sono i ricordi e le emozioni che porterà con sé?

«Questa esperienza mi ha dato molti spunti di riflessione, anche perché sono ancora molto giovane come medico. E’ stata un’esperienza umana e professionale dal fortissimo impatto, che mi porterò dietro per tutta la vita: una sfida senza precedenti. Ciò che ricorderò davvero a lungo e che nel contempo mi ha dato maggiore spinta sono gli sforzi degli anziani colpiti dal virus che reagivano nonostante la lontananza dai propri cari e, in alcuni casi, anche il loro esalare l’ultimo respiro senza l’apporto morale della famiglia. Mentre, tra gli aspetti positivi, sicuramente, porterò nel cuore i sorrisi, gli occhi lucidi carichi di emozioni e quel grosso nodo in gola giunto nel momento dei saluti dei tanti nonni che ho lasciato fortunatamente in buona salute nel piccolo paese di Cingoli. A loro va la mia più viva solidarietà e ringraziamento per quello che hanno saputo donarmi».

UN PENSIERO ALLA FAMIGLIA E AI TURESI

Nonostante qualche fisiologico timore, la sua famiglia è felice o preoccupata per il suo lavoro in Marina?

«Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia dove “la felicità del figlio è la felicità del genitore”. Il supporto dei miei cari non è mai venuto a mancare e spero e penso che possano essere orgogliosi di me. Ovviamente, da parte loro, la preoccupazione c'è ma ormai hanno imparato a conviverci. Amo i miei genitori, mio fratello, tutta la mia famiglia e spero di riabbracciarli il prima possibile non appena sarà terminato il periodo di emergenza».

Un messaggio ai turesi per concludere?

«Ho sicuramente un piccolo messaggio per i miei concittadini: Cingoli con i suoi 10.000 abitanti avrebbe potuto rappresentare benissimo la realtà turese e difatti, forse, questo ha contribuito nel farmi sentire a casa. Una realtà che però, per diverse casualità - chiamiamola anche sfortuna - si è trovata a fronteggiare un nemico subdolo come il virus in maniera molto più preponderante rispetto alla nostra realtà pugliese. Ecco, in questo momento di riduzione del numero dei contagi, dei ricoveri, delle morti, non molliamo proprio ora, non pensiamo che tutto sia finito o sia destinato a finire. Ricordiamoci che dipende ancora, sempre e tutto da noi: facciamolo per noi, per i tutti gli operatori sanitari che giornalmente mettono in pericolo la propria salute; facciamolo per le persone della casa di riposo di Cingoli che sarebbero potuti essere benissimo i nostri genitori, i nostri nonni. Grazie».

LEONARDO FLORIO

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