Giovedì 13 Agosto 2020
   
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Giovanni Palmisano, la situazione coronavirus a Milano

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Con la fuga di notizie del DPCM 8 Marzo molti hanno deciso di scappare dalla zona rossa subito dopo estesa a tutta Italia: un’intervista all’alba degli ultimi DPCM

Quanto stiamo per raccontarvi è frutto di un’intervista condotta alcune ore prima del DPCM del 9 marzo, ovvero nei momenti in cui prendevamo tutti atto di quello che, senza troppi indugi, abbiamo bollato come il vergognoso assalto ai treni di Milano. Al momento dell’istituzione della zona rossa limitata alla sola Lombardia, molti italiani, presi dal panico hanno difatti provato ad abbandonare il Settentrione per dirigersi al Sud, nella speranza, resa di lì a poco vana, di poter evitare le diverse misure di sicurezza volute dal Governo e successivamente estese, per l’appunto il 9 marzo, a tutto il territorio nazionale. Lunedì, ignari di quello che sarebbe stato comunicato in serata, abbiamo contattato Giovanni Palmisano, turese classe ’93, attualmente a Milano per condurre un master alla IULM.

LA FUGA DI NOTIZIE CHE HA SCATENATO LA PAURA DELLA QUARANTENA

Nella serata di sabato iniziava a girare sui cellulari la bozza del DPCM 8 Marzo, sortendo i primi effetti di panico collettivo: «Questa fuga di notizie ha sconvolto tutti. È scattato l’allarme per chi doveva scendere e rientrare a casa per varie ragioni” – commenta Giovanni.

Anche tu hai pensato di tornare a Turi?

«Stavo considerando di scendere già da alcuni giorni prima. Personalmente, vista la situazione già precedente al decreto, pensavo che fosse la scelta migliore da fare per non perdere due settimane. Quando poi è iniziata a circolare la bozza, abbiamo pensato di partire in extremis. Per responsabilità verso gli altri e per evitare di poter contagiare qualcuno, come nel mio caso i miei genitori, abbiamo desistito».

Ascoltando Giovanni, ci rendiamo conto di quanto sia stata drammatica la situazione vissuta da coloro che, a causa di una fuga di notizie, si sono ritrovati a dover prendere una decisione da un momento all’altro; uno stato d’animo, il loro, che rimane a noi incomprensibile, anche alla luce dell’estensione della zona rossa a tutta Italia che non ha lasciato alcuna scelta, ad esempio, ai cittadini del Sud. E se noi avessimo avuto la possibilità di fuggire altrove per evitare le stringenti misure adottate del Governo che, solo in questi giorni, abbiamo iniziato a vivere sulla nostra pelle?

Cosa è scattato nella mente delle persone, secondo te?

«Mi domando quante di quelle persone che hanno criticato chi è sceso sarebbero a loro volta scese. È facile parlare quando non ci si trova nella situazione. È vero, scendere è stato un atto grave, anche perché chi ha fatto questa scelta ha certamente sovrastimato il proprio stato di salute, pensando di non avere il Coronavirus. Penso che siano scesi coloro che pensavano di non avere alcun problema dovuto al virus, spinti magari anche dalla consapevolezza per cui, rimanendo qui, non avrebbero potuto fare altro che stare in casa. Hanno però dimenticato che durante il viaggio sono stati a contatto con altre persone, ad esempio. In ogni caso, penso che la fuga di notizie abbia fatto scattare una corsa contro il tempo. Il tutto non è assolutamente da giustificare ma va inteso come una situazione estremamente contingente, difficilmente comprensibile da chi, a molti chilometri di distanza, non sa cosa sia la quarantena e l’isolamento sociale che abbiamo finora sperimentato qui. Chi è sceso ha sbagliato, ma è troppo facile fare discorsi da eroi, da crociata. Qui, è vero, possiamo uscire, ma non c’è quasi nulla, poiché è quasi tutto chiuso. Quindi, ripeto, a mio avviso la gente è stata spaventata da una scelta difficile, tra l’altro da prendere in pochissime ore. La paura dovuta alla prospettiva di due settimane di quarantena ha prevalso».

Leggere oggi queste parole è complesso, perché da un lato, nella posizione dei meridionali, potrebbe esserci davvero molta empatia, mentre dall’altro lo spirito inquisitorio di alcuni potrebbe risultarne addirittura rafforzato. Certo è che la nostra quarantena è solo all’inizio e forse nei prossimi giorni capiremo anche noi, per davvero, ciò che al Nord hanno dovuto capire prima di noi.

MILANO, UN PRELUDIO DI CIÒ CHE OGGI È L’ITALIA INTERA

Qual è l’aria che respira da quelle parti?

«Vivo a 30 minuti da San Siro e a 30 minuti dal Duomo. Mi trovo nella zona del Politecnico Milano-Bovisa. È vissuta da molti universitari e ragazzi in generale. Il traffico automobilistico e dei pedoni si è estremamente ridotto. Qui sinceramente non ho assistito all’assalto ai supermercati, anche se una collega di Como mi ha raccontato di scene da quarta guerra mondiale: scaffali svuotati ecc. Sui mezzi vedo molta gente in meno. A volte, a causa di una frenata, qualcuno sta per cadere e non sa se aggrapparsi alla maniglia o lasciarsi andare alla caduta».

Ci sono anche aspetti relativamente positivi?

«È piacevole camminare senza calca ma è un po’ triste sapere che non si può stare insieme a causa dell’emergenza. Non sto uscendo moltissimo e da quel poco che ho potuto vedere, i campetti sono una delle poche forme di coesistenza sociale che sopravvivono. I locali giovanili hanno già iniziato da due settimane ad annullare serate ed appuntamenti e si inizia a vedere molta gente andare in giro con la mascherina».

E così, parlandoci davanti alla finestra del suo appartamento, Giovanni arriva ad una conclusione che, nelle battute finali, anticipa ciò che avrebbe poi detto lo stesso Conte: «Si spera che finisca tutto prima possibile, perché, in una situazione che potenzialmente potrebbe aggravarsi, non è facile andare avanti procrastinando studio e lavoro Quando tutto finirà, avranno più senso gli abbracci, i baci ecc.». Non resta dunque a tutti noi che augurare tanta forza in quello che nelle prossime settimane sarà l’incubo che tanto avrebbero voluto evitare quegli italiani in fuga dal Nord alcuni giorni fa: l’incubo di una vita casa e supermercato, con la speranza che tutto questo finisca presto.

LEONARDO FLORIO

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