Martedì 04 Agosto 2020
   
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Coronavirus: il racconto dal nord Italia

Piazza Vittorio deserta

Quell’assalto sfrenato alla movida e poi la fuga da Milano e Torino. Ora l’Italia intera si è fermata

Venerdì 6 marzo. È l’ultima cena prima del coprifuoco. La movida è frenetica a Torino, sono le ore che precedono l’annuncio del premier Giuseppe Conte, bruciato in anticipo dal governatore della Lombardia Attilio Fontana e dato in pasto ai giornali. È stato come abbracciarsi per l’ultima volta. Tutti ammassati nei locali più selezionati della città. Il virus non ci fermerà, dicevano. #MilanoNonSiFerma è stato l’hashtag lanciato dal vicino capoluogo lombardo. Nessuno voleva arrestare la corsa. Le abbondanti nevicate di inizio marzo hanno attirato centinaia di avventori e amanti dello sci nella vicina Alagna.

Ma questo era solo il caos calmo, il primo tempo di un drammatico film. Nell’intervallo sono caduti nel vuoto gli annunci di decine di esperti e esponenti della comunità scientifica. Il nostro lavoro di cronisti per FuturaNews, la testata del Master in Giornalismo, documenta in quelle ore le voci di chi invitava già dalla settimana scorsa a restare tutti a casa. “Bisogna fare presto. Non si può parlare di pandemia ma ci siamo vicini. Bisogna prepararsi e farlo in tempi rapidi”, esortava Alessandro Miani, presidente della Società Italiana Medicina Ambientale.

Le università inizialmente decidono di chiudere fino al 15 marzo. Musei, teatri, cinema, eventi, tutto va avanti nel rispetto delle disposizioni governative di sicurezza. Mentre il virus si stava inoculando lentamente nel tessuto socio-economico e culturale dell’intera regione, la curva dei contagi in Lombardia aumentava in modo esponenziale. Le abitudini stavano cambiando pian piano, quasi senza accorgersene. A fine febbraio, dopo le iniziali scene di panico, l’assalto ai supermercati e alle farmacie a caccia di gel e mascherine, in tanti hanno creduto che in fondo si trattasse di una influenza, poco più aggressiva del solito. Niente panico quindi. La vita va avanti. Si è passati così dalla paura alla speranza: una comunità dal sentimento schizofrenico.

Nel frattempo, dal tabellone della stazione di Porta Nuova cancellavano otto Frecciarossa al giorno, che dovevano collegare Roma e Milano. La città diventava sempre più invisibile e isolata, aggrappata a un filo di normalità che si smarriva.

Sabato mattina, 7 marzo, comincia il secondo tempo del film. I giornali annunciano che quasi certamente la Lombardia sarà zona rossa. La bozza del decreto sarà poi diffusa dall’americana Cnn in anticipo, scatenando il panico tra i meridionali che studiano e lavorano al Nord. Nella notte, in migliaia lasceranno Milano, ma anche Torino, liberi di poter esportare il contagio ovunque. Domenica 8 marzo non ci sarà tanto tempo per le polemiche, ma tanto di occhio ai bollettini di guerra diffusi dalla Protezione Civile, che sono diventati ormai l’appuntamento fisso delle ore 18 di ogni fine giornata.

La Lombardia ora fa pura. I locali di Torino decidono di chiudere autonomamente. La città si ferma. I mezzi del trasporto pubblico sono vuoti. Sotto i portici di via Po si allungano solo le ombre dei colonnati. Le Panche, uno dei locali più economici e frequentati di borgo Aurora, abbassano la saracinesca e richiamano tutti a un senso di responsabilità. In 48 ore è cambiato tutto. Intanto, via Facebook arriva l’annuncio che anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, ha contratto il coronavirus.

Il 9 marzo è il lunedì nero della Borsa di Milano. Il giorno peggiore dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Piazza Vittorio è una prateria deserta. I taxi sono tutti fermi. Per la prima volta si può sentire a distanza lo scorrere del fiume Po. Nei bus e tram si entra da dietro, per non avere alcun contatto con gli autisti.

Per frenare i contagi, l’Ordine dei medici della provincia di Torino e l’Associazione Anaao (Associazione Medici Dirigenti), propongono di inserire tutta l’area regionale del Piemonte nella zona rossa, e non solo le province di Asti, Alessandria, Novara, Verbano Cusio Ossola e Vercelli. Viene disposto lo stop, per due giorni, delle udienze ordinarie al Tribunale di Torino.

Solo da questo momento in poi sarà chiaro a tutti che ora vivremo chiusi in casa e che ogni giorno durerà un mese, scandito dalla bulimia di notizie aggiornate ora per ora, con gli occhi puntati su quel contatore infernale del contagio.

Martedì 10 febbraio sono passate due settimane e mezzo dal primo contagio accertato a Torino. Ora la curva sale a 500 infettati in Piemonte. La Lombardia ha superato quota 5mila. Non si può perdere altro tempo, per questo in serata arriverà l’annuncio di Conte: tutto il Paese sarà zona protetta. Ma qui, al Nord, non basta. Il giorno 11 marzo Cirio chiede la sospensione di tutte le attività, sulla scia di quanto proposto dalla Regione Lombardia. I contagiati in Italia salgono a 12.462, i decessi superano quota 800. Un nuovo annuncio del presidente del Consiglio lascia intendere che ci saranno nuove restrizioni in tutta Italia. Alle ore 21.40 non ci sono più dubbi: saranno chiusi bar, negozi, ristoranti, mense. Aperte solo farmacie, alimentari, tabaccai e edicole. L’Italia è ferma e si prepara a una delle peggiori recessioni economiche dal dopoguerra. “Sarà un disastro abbastanza ampio. Si parla già di un Pil (Prodotto Interno Lordo) che scenderà a – 4”, ci racconta il prof. Giovanni Cuniberti, esperto di economia e finanza dell’Università di Torino. Cuniberti agita lo spettro della crisi del 2008.

Torino reagisce spostando le date dei concerti e degli eventi più importanti alla prossima estate e autunno, nella convinzione che questo incubo sarà finito. Altre manifestazioni andranno in diretta streaming. I teatri per la prima volta entrano nelle case dei cittadini con video delle opere che erano in programma.

L’Italia si ferma nella speranza che divisi, ma uniti, potremo farcela.

Nicola Teofilo

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Coronavirus - Reportage Torino

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