Martedì 19 Novembre 2019
   
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Quel “bianco” chiamato “zio Nino”

Epifanio Coppi (2)

Un Amore nato in Mozambico. Sono le missioni umanitarie di Epifanio Coppi

“Ciò che abbiamo fatto solo per noi stessi muore con noi. Ciò che abbiamo fatto per gli altri e per il mondo resta ed è immortale”. Possono suonare estranee per molti le parole di Harvey B. Mackay, perché presi dalla propria vita agiata si resta indifferenti a quello che accade al di fuori della propria esistenza, ma si scagliano come un tuono se rapportate a quello che si può toccare oltre la propria agiatezza.

Epifanio Coppi (1)

Non molto tempo fa avevamo dedicato, proprio su queste colonne, una pagina ad un nostro concittadino, Epifanio Coppi, che, circa 50 anni fa lasciò la nostra terra e si trasferì, per lavoro, in Valle D’Aosta. Una vita come molti altri turesi, come tanti altri meridionali, emigrati “al nord” e con nel cuore ancora il ricordo vivo e l’amore per la terra natia. Ma di Epifanio avevamo raccontato ben altro, quella sua vita al di fuori dai privilegi, lontano dagli agi e dalle comodità. Ogni anno, sale su un aereo in direzione Africa, dove segue da vicino una casa famiglia ed una scuola, portando cibo e beni necessari per tantissime famiglie, per tantissimi giovani.

Pochi esempi possiamo nominare da comparare al nostro concittadino Coppi che, carico di Fede e di Amore, dedica anima e corpo per i poveri e per i bambini conosciuti dallo scorso 2007. Prima dirigente in Poste Italiane, che lo ha portato lontano dal suo amato paese di provincia, poi, in pensione, dedito agli altri.

“Nel 2007 ho conosciuto il segretario delle missioni estere in terra di Bari. Questa fu la chiamata del Signore, non fu una chiamata occasionale” - ha commentato Coppi. È dall’aprile del 2007 che, toccata la terra del Mozambico, rimase folgorato dallo stato di povertà in cui tanti bambini vivevano. “Iniziai a testimoniare la mia Africa, iniziai a fare le mie settimane missionarie e trasmettere le mie sensazioni, quello che era entrato dentro di me”.

Epifanio Coppi (3)

Da qui, come segretario delle missioni estere in terra di Bari, fu delegato a costruire un orfanotrofio in località Chinde, sul delta del fiume Zambesi. “Era il 2009 ed iniziai a completare i lavori dell’orfanotrofio. Qui fui colpito da un ictus e mi riportarono in Italia. Ma l’anno dopo ero nuovamente lì, per occuparmi dell’orfanotrofio e, a Quelimane, della casa famiglia con ragazzi tutti orfani. Lì mi chiamano zio Nino, anche se li sento tutti miei figli, e quando arrivò devo portare un libro, quaderno, penne, scarpe. Devono imparare a scrivere, leggere, far di conto”. Un luogo dove il niente è tanto, dove un pugno di riso è vita, dove si fatica ad avere almeno un pasto al giorno, Epifanio rappresenta una fonte di luce, di speranza, di sicurezza. “Perché lì è la speranza di vivere a mancare!”.

“Sto bene a far questo, mi sento bene ad aiutarli. Ma non è niente di eclatante” - ammette, ricordando che la prima delle richieste che maggiormente gli fanno è quella di un lavoro. “Perché avere un’opportunità è la prima via verso una speranza”, verso una vita degna d'essere chiamata tale. I ricordi si susseguono a gran forza nella mente di Epifanio, mentre ci racconta i suoi viaggi e le sue esperienze da “uomo bianco” nella terra impoverita e sfruttata dai potenti. “Ho conosciuti lebbrosi, gente che muore di colera, gente che vive nella foresta, bambini che vivono nella foresta dietro ogni cespuglio e che non sa che oltre la stessa c’è l’asfalto. Sono persone che non servono a nessuno, abbandonati nella povertà che non potremmo immaginare”. Paura, da parte di molti di loro, nei confronti del nostro concittadino, per il colore della sua pelle, così simile a quello di coloro che anni prima avevano deturpato quella terra, violentato le sue donne, schiavizzato i suoi giovani.

Epifanio Coppi (4)

“Ho orrore quando ascolto inni di violenza contro questa gente che scappa da una terra che non ha nulla. Di cosa stiamo parlando, se non conosciamo la povertà in cui sono nati e hanno trascorso la loro vita? Se noi fossimo in loro e vedessimo un barlume di speranza che cosa faremmo? Cercheremmo di raggiungerlo! Rabbrividisco nel vedere giovani che muoiono in mare, barche che affondano, perché per arrivare lì hanno lasciato le loro famiglie, hanno camminato per giorni, le donne vengono violentate, attraversano il deserto e noi, li disprezziamo. È questa l’umanità?”.

Qualcuno le ha chiesto di venire con lei in Europa? “Potendo farlo, avrei portato qui tanti bambini o ragazzi, ma dal Mozambico non si esce se non dimostri che nel breve tempo in cui sei fuori, di essere autonomo e sei una brava persona. Alcuni sono riusciti a studiare qui, e per loro garantiscono associazioni, ma al termine degli studi, sono tornati lì. Tanti sono medici. Ma il mozambicano è attaccato alla sua terra, nonostante quella terra non gli dia nulla”.

Epifanio Coppi (5)

Quale è il suo sogno? “Sogno di creare una mensa, un luogo che gli permetta di lavarsi, vestirsi, avere un pasto degno di essere chiamato tale, un riparo per dormire. Non usano letti, ma vorrei creare un porticato per proteggerli nella notte, per non stare in mezzo alla strada..” Occhi lucidi, quelli di Epifanio, che rivivono, in ogni parola, gli istanti trascorsi in Africa, dove storpi, mutilati, lebbrosi convivono tra loro. Una terra dove i bambini - “perché i bambini sono ovunque” - vivono alla giornata. “Come fai a non amare quella gente, come fai a restare indifferente? Come fai a non cambiare il tuo essere?”.

Sta già preparando la sua prossima missione, partendo a Marzo con un carico di amore pronto per essere distribuito a quella gente, nonostante le difficoltà di salute che lo hanno colpito.

E noi, da qui, come possiamo dare una mano? “Soldi non ne chiedo. C’è chi sa delle mie missioni e volontariamente da’ il suo contributo, ma io chiedo solo di pregare. Sì, pregate per me, che possa continuare a fare le missioni, pregate per questa gente. E parlatene. Parlate di povertà. Parlate di quello che c’è in Africa, di quanta gente vive nella totale povertà, nella mancanza di obiettivi e di speranza, dove si muore di malaria, dove la speranza di vita è di 45 anni. Nel nostro egoismo ci sono figure che dedicano le loro vite ai poveri. Qui non sappiamo neanche cosa sono i poveri, abbiamo sempre una via di speranza. Cerchiamo di dare spazio all’altruismo che è in noi, cerchiamo di guardare al nostro prossimo, liberiamoci dall’egoismo che ci imprigiona”. E noi pregheremo per te Nino, e pregheremo per tutti coloro che si impegnano a portare vita, lì dove vita non c’è, dove il domani è incerto e dove anche il più semplice gesto di mangiare è solo speranza.

Cinzia Debiase

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