Mercoledì 21 Novembre 2018
   
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Crollo verticale della produzione di olio

raccolta olive

Le gelate di febbraio hanno compromesso l'annata olivicola turese

L'intera Puglia vive una delle peggiori annate olivicolo olearie della sua storia: alla riduzione di produzione nel Salento a causa della Xylella fastidiosa, si aggiunge il danno delle gelate che ha messo in ginocchio la provincia di Bari e Foggia.

«Le basse temperature che ci sono state tra febbraio e marzo - ci spiega Vincenzo Petruzzi - hanno bruciato le gemme e interrotto la fioritura. La conseguenza è che a Turi non si riesce a vedere un albero con le olive». Un crollo verticale della produzione che, almeno per il nostro paese, non ha avuto ricadute economiche: «Turi non ha un "reddito da olive", la produzione è limitata all'uso personale. Si coltivano dai trenta ai cento alberi e dal raccolto ogni agricoltore ricava l'olio per la propria famiglia».

A parte l'aspetto economico, quello che preoccupa è che la brusca diminuzione di olio extravergine pugliese faccia crescere ulteriormente le importazioni di olio dall’estero, aggiungendo al danno la beffa di sofisticazioni e contraffazioni.

Qualche consolazione arriva dalla stagione delle percoche, da poco terminata: «Per quei pochi produttori che sono rimasti a Turi - prosegue Petruzzi - è andata bene perché, a fronte di una produzione quantitativamente minore rispetto allo scorso anno, i prezzi sono stati abbastanza alti: da 1,50 euro al kilo per la varietà più piccola, fino a 2,50 euro per le percoche grandi».

Ancora tutto da scrivere il bilancio dell'annata dell'uva: «Sicuramente abbiamo una quantità superiore allo scorso anno, ma è anche vero che i produttori hanno dovuto affrontare spese maggiori. Le piogge del mese di luglio hanno danneggiato l'uva, richiedendo un surplus di manodopera per l'acinellatura e la pulizia dei grappoli dal cosiddetto acino guasto¬».

Inoltre, proprio la grande quantità ha determinato una diminuzione del prezzo di vendita: «Oggi l'uva Italia viene pagata al produttore non più di 50 centesimi al kilo, una cifra che a malapena copre i costi sopportati dal coltivatore. Si spera che andando avanti, man mano che la disponibilità di prodotto diminuisce, il prezzo possa aumentare». Meglio, infine, è andata per l'uva apirene (senza semi), varietà che essendo precoci si posizionano in un mercato non ancora ingolfato e riescono a strappare un prezzo migliore.

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