Venerdì 21 Settembre 2018
   
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In viaggio tra i vigneti turesi

La pulizia dei grappoli dell'uva 'Italia' (1)

Tonio Palmisano ci illustra i primi dati della stagione dell'uva da tavola.
Quantità superiori all'anno scorso ma prezzi più bassi


«L'uva è un frutto molto delicato, necessità di manodopera competente che sappia come prendersi cura del prodotto in ogni sua fase. Prima che un lavoro deve essere una passione». Così l'imprenditore Tonio Palmisano ci introduce nel mondo dell'uva da tavola che, al pari di quella da vino, rappresenta un settore importante dell'economia turese.

Siamo in Contrada Sant'Oronzo e ad accoglierci troviamo il profumo dell'uva 'Italia' che, ci spiega Palmisano, è la migliore varietà di uva bianca con semi presente nel nostro territorio, conosciuta in tutto il mondo e definita dai francesi "raisin parfait" (uva perfetta). Per l'uva rossa, invece, la più diffusa è la 'Red Globe' che però è alla fine della sua carriera: progressivamente viene sostituita da altre varietà apirene (senza semi).

Tonio Palmisano con una delle sue squadre

 

Sei mesi di lavoro e sacrifici

«La campagna dell'uva da tavola - prosegue Palmisano - non è corta come quella delle ciliegie che dura quaranta giorni. Parliamo di sei mesi di lavoro e sacrifici: da luglio ad almeno metà dicembre, si susseguono tante varietà, dalle primizie a quelle tardive. La stagione si chiude con l'uva 'Italia' per la varietà bianca e con la 'Crimson' per quella nera».

Le operazioni di installazione dei teli

Sei mesi in cui il tempo è scandito da meticolose operazioni: conclusa la fase dell'acinellatura, si procede alla copertura del vigneto con i teli in plastica per proteggere l'uva dalle intemperie e, a partire dalla fine di agosto, si inizia la paziente pulitura dei grappoli, eliminando manualmente gli acini guasti. Nel mezzo, all'occorrenza, si procede con innaffiatura e trattamenti mirati a proteggere il frutto da malattie fungine o derivanti da punture di insetti.

Nella fase finale, gli agricoltori seri non ricorrono più a fitofarmaci aggressivi ma usano prodotti come la calce, il rame, le polveri di roccia o lo zolfo che, oltre a proteggere l'uva, concorrono ad abbassare i residui dei principi attivi utilizzati in precedenza, cosicché il frutto possa essere consumato in piena sicurezza».

 

Uno dei grappoli colpiti dal 'marciume acido'

Turi 'graziata' dal maltempo

Venendo alla stagione in corso, Palmisano ci racconta luci ed ombre di un'annata che, se supera a pieni voti la prova quantità e qualità, si arena sul versante dei prezzi, troppo bassi in confronto ai costi di produzione.

«Per prima cosa va detto che Turi è stata risparmiata dal maltempo, probabilmente dobbiamo ringraziare Sant'Oronzo! In compenso non sono mancati sbalzi termici e giornate eccessivamente umide che hanno favorito il cosiddetto marciume acido: l'acino si spacca e crea un succo per l'appunto acido che inizia a colare sugli altri chicchi. Per evitare di perdere l'intero grappolo, è necessario intervenire subito, rimuovendo gli acini marci. Solo in questo modo il frutto viene tenuto sempre pulito, ottenendo un risultato qualitativo ottimale che va incontro alle richieste di commercianti e grossisti.

 

Prezzi troppo bassi

«In apertura - puntualizza Palmisano - si pensava che ci sarebbe stato un surplus di produzione, poi le condizioni climatiche di cui abbiamo parlato hanno causato un calo rispetto alle previsioni ma siamo ugualmente su quantità superiori a quelle dello scorso anno.

Per quanto riguarda i prezzi, invece, siamo a livelli più bassi, proprio perché c'è grande disponibilità di prodotto.

Bisogna precisare, tuttavia, che l'anno scorso non si sono avute spese impreviste, quest'anno anche se c'è una maggiore quantità abbiamo dovuto sostenere i costi della pulizia dei grappoli, costi che possono arrivare ad incidere fino a 20 centesimi a chilo e che chiaramente limitano il profitto dell'agricoltore».

 

La grande distribuzione

Altra questione, che riguarda non solo l'uva ma l'intero settore dell'ortofrutta, è il rapporto con la grande distribuzione che tende a dequalificare (e deprezzare) la produzione locale.

«Frutta e verdura vengono abbandonate sui banchi espositivi dove tutti possono metter mano, finendo per rovinare il prodotto. Quella frutta rovinata, chiaramente, non lo comprerà nessuno e la perdita viene addebitata a noi produttori. Per arginare la situazione o si decide di optare per confezioni chiuse o si impone la presenza di un addetto alla vendita, così come accade per la carne ed il pesce, prodotti deperibili al pari dell'ortofrutta».

 

I limiti delle royalty

Oggi l'agricoltore deve confrontarsi anche con il pagamento delle royalty ("diritti di proprietà") ai detentori dei brevetti delle tante varietà, con e senza semi, che vengono presentate anno dopo anno.

Oltre a pagare queste royalty, si viene spesso vincolati a vendere esclusivamente a determinati soggetti, che a loro volta hanno acquisito la licenza di commercializzare quella specifica varietà. Questo meccanismo pone l'agricoltore in una posizione debole: a differenza di quanto accade nel libero mercato, non c'è la possibilità di confrontarsi con più acquirenti e negoziare il prezzo, facendo valere la qualità del proprio prodotto. I commercianti, forti di questa esclusività, dettano le regole del gioco e il produttore deve adeguarsi.

 

'Concorrenza sleale'

Alle già molteplici difficoltà che un agricoltore deve sostenere si somma anche la 'concorrenza sleale' di imprenditori che scommettono sulla terra, finendo per avvelenare il mercato.

«Chi rovina il mercato - spiega Palmisano - sono i "falsi" imprenditori agricoli: mi riferisco a chi pur avendo già un mestiere ed uno stipendio, per aumentare il proprio reddito inizia a investire nell'agricoltura ma, alla fine, tutto fanno tranne che coltivare la terra. La loro speculazione crea un danno enorme a chi l'agricoltore lo fa per mestiere: abbassano lo standard qualitativo per limitare i costi di produzione e si inseriscono nel mercato con prezzi stracciati, operando una 'concorrenza sleale' che mette in ginocchio il produttore che trascorre tutto l'anno a curare con dedizione e passione il proprio campo.

Una soluzione sarebbe eliminare il sistema fiscale agevolato per tutti coloro che non sono agricoltori di professione, in modo da disincentivare questa manovra scorretta».

Commenti  

 
B.Elefante
#3 B.Elefante 2018-09-17 03:24
Mi pare che occorra fare alcune precisazioni.
1)I cosiddetti 40 giorni delle ciliegie si riferiscono al tempo che passa dalla piena fioritura alla prima raccolta di una sola qualità. Ma siccome non ci sono più solo ferrovia e forlì, ma diverse qualità anticipanti e qualità ritardanti che portano a 50-60 giorni il tempo di sola raccolta. Ed anche per le ciliegie( che non camminano da sole!) ci sono trattamenti da fare sin da prima della fioritura,mentre quelli sul prodotto sono molto più difficili(mosca, cimicetta,cartocci,suzuki) rispetto a quelli
per l'uva che sono molto più sperimentati dato il maggior volume di interessi connessi.
Anche per le ciliegie dal mese di marzo a giugno quasi, ci sono un centinaio di giorni di duro lavoro; a cui va aggiunto quello invernale di potatura molto più complesso che per l'uva.
2)Quella del prezzo che è basso perchè i consumatori mettono le mani proprio non si può sentire. Sono ben altre e a senso unico le ragioni dei bassi prezzi praticati dalla grande distribuzione
3)E ancor meno si capisce l'affermazione(non è la prima volta) secondo cui un povero impiegato o operaio che coltiva anche il fondo sarebbe responsabile dei bassi prezzi in quanto svenderebbe il prodotto in virtù del fatto che avendo "uno stipendio" non ci terrebbe a far prezzo.
Caro Tonio se come prospetti fossero eliminati, a suon di tassazione pesante, i non coldiretti o non imprenditori agricoli a titolo principale, è pura illusione pensare che i prezzi aumenterebbero.
A parte la caratteristica razzistica di una tale teoria, che parrebbe provenire da quel cosiddetto movimento per la terra guidato e finalizzato agli interessi dei grandi commercianti e tendonisti( che ora sono sempre più tuttuno), movimento che ha inneggiato all'ultimo contratto provinciale
agricoltori-braccianti quale vittoriosa "diminuzione per la prima volta della retribuzione", retribuzione che invece è ancora una volta artificiosamente aumentata, in cambio di un vantaggio per i grossi che potranno qualificare come comuni tutte le lavorazioni al tendone, ciò che non è consentito a chi i lavori(come arature e potature) se li fa lui. Un regalo a chi sfrutta e sulla pelle di chi lavora!
4)Poi la barzelletta del rame, calce, polvere di rocce per trattare i parassiti e le muffe dell'uva. Che non c'è giorno che non si inonda l'uva e tuttociò che sta intorno,sia con vento che senza vento, con prodotti chimici.
Non dico che non occorre trattare, ma non addosso a chi sta lavorando vicino o agli stessi propri operai.
Tu dici che non si può essere agricoltori con le sole ciliegie, che occorre necessariamente coltivare uva. Ma non so se rispettando le regole a diretta tutela della salute si potrebbe ancora coltivare l'uva nel modo e con le dimensioni attuali.
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quann è giust è gius
#2 quann è giust è gius 2018-09-14 17:13
Condivido quanto affermato nell'ultima parte dell'articolo di cui sopra.
Propongo la stessa soluzione anche per quanto riguarda le aree edificabili.
I coltivatori diretti o imprenditori agricoli sulle aree edificabili non pagano IMU e TASI. L'area edificabile non ha nulla a che fare con l'agricoltura e questa agevolazione oltre ad essere ingiusta è anche antipatica e sopratutto scorretta.
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C.s.
#1 C.s. 2018-09-13 20:33
Vallo a spiegare alla Coldiretti!
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