Martedì 16 Ottobre 2018
   
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L'oro 'bianco e nero' di Turi

acinino

Tonio Palmisano: "Chi deve vivere dei frutti dell'agricoltura
investe nell'uva e non nelle ciliegie"


Tonio Palmisano

Chiusa con un discreto segno positivo la stagione cerasicola, da un paio di settimane si è aperto il capitolo dell'uva. Una coltura che, sebbene sia nettamente meno diffusa rispetto all'oro rosso, meriterebbe pari considerazione.

Difatti, come ci spiega Tonio Palmisano nell'intervista che vi proponiamo, si tratta di un frutto su cui vale la pena scommettere, soprattutto per la possibilità di proteggere il prodotto dai capricci del meteo ed avere, quindi, una garanzia in più su quantità e qualità della raccolta finale.

Ed è proprio con Palmisano che proviamo a fare un salto nel mondo di quello che potremmo definire "l'oro bianco e nero" di Turi, una risorsa che interessa circa il 25% del nostro territorio e che, probabilmente, non è ancora stata valorizzata a pieno.

 

Quanto è diffusa la coltura dell'uva da tavola a Turi?

«Secondo il mio parere, la coltura più diffusa a Turi resta la ciliegia che, tuttavia, non è un prodotto su cui può puntare un agricoltore di "professione". La ciliegia, infatti, è un investimento familiare nella conduzione di terreni ereditati o acquistati nel lungo termine. Un agricoltore che deve vivere dei frutti dei propri campi non opterà mai per impiantare esclusivamente ciliegeti, bensì investirà su varie colture tra cui il percoco, l'albicocca e l'uva da tavola. Quest'ultima è un frutto che da più sicurezza, poiché c'è la possibilità di dotarsi di strutture che proteggano il raccolto sia dalla grandine che dalle piogge. Viceversa la ciliegia è un prodotto precario, il cui andamento è completamente determinato dalle condizioni climatiche. Nonostante questo, solo circa il 25% del nostro territorio è coltivato ad uva da tavola».

 

E l'uva da vino?

«Turi ha fatto l'errore, in passato, di non riuscire ad ottenere il marchio DOC per il vino primitivo, facendosi scippare il primato da Gioia del Colle. Oggi tutto il nostro territorio, insieme ad altri paesi, è rientrato nell'area del Primitivo DOC di Gioia e ci sono alcuni agricoltori che hanno potuto produrre, e continuano a produrre, uva da vino di eccellente qualità, impiegata per l'appunto per la produzione del primitivo.

Oggi impiantare un tendone o una spalliera di uva destinata al commercio nel settore vinicolo è più complicato, in quanto bisogna avere delle "quote" che vengono stabilite e concesse dalla Regione al fine di non creare un surplus di produzione. Io sono uno dei tanti agricoltori che, pur avendo fatto richiesta già da diversi anni, non riesce ad avere alcuna quota d'impianto».

 

Ritornando all'uva da tavola, è iniziata l'acinellatura. State avendo problemi a reperire manodopera come accaduto per la raccolta delle ciliegie?

«Per quanto mi riguarda, non ho fatto ricorso a forza lavoro esterna al nostro comprensorio né nel periodo della raccolta delle ciliegie né in questo dell'acinellatura. Spesso molto dipende dall'organizzazione aziendale che si decide di darsi. C'è tantissima manodopera locale, proveniente da Turi e da tutti i comuni limitrofi, che ha voglia di lavorare e che ha le competenze per farlo. Con manodopera locale non intendo solo turesi ma anche cittadini comunitari ed extracomunitari che ormai vivono in pianta stabile nei nostri paesi e partecipano quotidianamente alla vita collettiva.

A proposito dei migranti stagionali, mi preme dire che ritengo non sia corretto che le spese di ospitalità e sostentamento di questi lavoratori siano pagate dall'intera collettività. Se sono un agricoltore o un cittadino di Turi che non impiega questa manodopera, perché organizza il proprio lavoro in un modo differente, mettendosi a posto sotto il profilo contributivo, non vedo perché debba sobbarcarmi questi ulteriori costi. Tra l'altro, la normativa di settore, giusta o sbagliata che sia, è chiara in proposito: chi assume forza lavoro extra-provinciale deve farsi carico delle spese di vitto e alloggio».

 

Quanto durerà quest'anno l'acinellatura?

«Le temperature basse registrate a giugno hanno causato un aumento dell'acinellatura, soprattutto per l'uva Italia e Vittoria. Si prevede, dunque, che il lavoro di acinellatura potrebbe protrarsi anche oltre la fine del mese».

 

Quando inizierà invece la fase del taglio?

«L'uva Vittoria si sta già tagliando nei paesi più caldi come Mola, Torre a Mare e in generale la zona costiera. Nel nostro territorio, invece, si inizierà ad agosto con la raccolta dell'uva Vittoria e a settembre con quella dell'uva Italia. Va detto, però, che ormai hanno preso piede anche a Turi diverse varietà di uva senza semi, che aprono uno scenario differente per i tempi delle operazioni di taglio: essendoci anche cultivar precoci, si inizia la raccolta già a partire dalla fine di questo mese».

 

Qual è la sua previsione per questa stagione?

«Speriamo in una buona raccolta, anche se i fenomeni meteorologici che hanno caratterizzato il mese di giugno hanno procurato non pochi danni.

In aggiunta, in molti casi si è intervenuti in ritardo nei trattamenti che generalmente si eseguono a seguito di grandi quantità di pioggia, e dunque di umidità, o quando il vigneto è sottoposto a temperature eccessivamente basse.

Il risultato è che molti agricoltori, che hanno sottovalutato la situazione fitosanitaria dei vigneti, oggi si trovano a dover combattere contro la peronospora e l'oidio, due caratteristiche malattie della vite legate proprio a umidità e freddo intenso».

 

Quali i possibili rimedi?

«Basterebbe seguire i calendari regionali che suggeriscono i modi di intervento, con i principi attivi giusti che, tra l'altro, non lasciano residui sul frutto. L'uva da tavola è uno dei prodotti su cui spesso si punta il dito, affermando che viene "riempita" di prodotti fitosanitari che poi finiscono sulle nostre tavole. In realtà, è bene sapere che è uno dei frutti più controllati in assoluto: il 99% dei viticoltori coltivano un prodotto che ha una residualità di massimo quattro principi attivi, tutti al di sotto delle soglie di concentrazione disciplinate dai regolamenti regionali».

 

Negli ultimi mesi le associazioni di categoria hanno più volte sottolineato i limiti della normativa del settore agricolo. Condivide le perplessità?

«Certo. A mio avviso, l'attuale normativa è completamente da rivedere. Siamo costretti a lavorare con una serie di vincoli incompatibili con l'agricoltura, un settore che non assume manodopera a tempo indeterminato ma, per definizione, ha bisogno stagionalmente di più forza lavoro di quella che usa durante l'intero arco dell'anno. Proprio per questa ragione, occorrerebbe disciplinare i rapporti lavorativi con una maggiore flessibilità. Andrebbe inoltre rivista la Legge 81 sulla sicurezza e la disciplina sulla visita medica dei dipendenti, soprattutto di quelli che vengono assunti per brevissimi periodi lavorativi.

Questi sono solo alcuni esempi delle norme che contribuiscono ad affossare un settore già molto precario: scoraggiati da una burocrazia sempre più pressante, ogni giorno che passa sempre più giovani sono incentivati a lasciare le aziende agricole e a trovare un lavoro più stabile.

Ricordo, infine, che l'agricoltore è il vero custode del territorio rurale, senza di lui la bellezza delle nostre campagne, che è la peculiarità che rende unico il profilo del nostro territorio, inizia a sfiorire, cedendo il passo all'abbandono e al degrado».

Fabio D'Aprile

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