Martedì 17 Ottobre 2017
   
Text Size

Ridateci le nostre bambine! L'inchiesta sulle adozioni a Turi

La mamma stringe a se la ciocca di capelli delle sue bambine

Articolo pubblicato su "La Voce del Paese" (edizione Turi), nelle edicole da venerdì scorso.


Delle piccole, Livia (6 anni) e Margherita (3), ai genitori restano solamente i ricordi e una ciocca di capelli tra le mani, custodita come una sacra reliquia da benedire con lacrime di disperazione.
Le due bambine sono state prima sottratte con un decreto lampo, poi affidate all’Istituto “De Bellis” di Castellana, dopodiché mamma Rosa e papà Francesco, residenti in una casa comunale del centro storico di Turi, ne hanno perso la patria podestà, e le piccole sono state date in adozione.

Due domeniche fa, nemmeno il tempo di aprire in Istituto l’uovo di Pasqua insieme. Per Rosa e Francesco è stata un’amara sorpresa, quando hanno scoperto prima delle festività, di aver perso ogni diritto e possibilità per manifestare affetto.
Quando poi i genitori hanno deciso, con coraggio, di raccontare tutta la storia ai nostri microfoni, già dai primi sguardi, si insinuava il sospetto che Rosa e Francesco, assieme alle due adorate bambine, siano vittime di una giustizia a orologeria, oltre che di continui disservizi da parte di incompetenti assistenti sociali.

Intanto, precisiamo che il 22 ottobre 2014 il legale difensore di Rosa e Francesco aveva presentato ricorso per chiedere al giudice la “revoca della decadenza dalla responsabilità genitoriale, del divieto di incontri con i genitori, e dell'affidamento delle figlie ad estranei”. Perché, a giudicare dai verbali redatti dagli stessi assistenti sociali, non ci sono i termini di legge per picconare questa famiglia, strappandone dall’albero i figlioli come fossero rami da ripiantare altrove.
Anche in questo caso, la giustizia sembra viaggiare a due velocità: è stata rapida nel recidere il cordone ombelicale che legava Livia e Margherita ai genitori, ed è stranamente pigra nel decidere su un ricorso e sulla serenità futura di questa famiglia, più urgente che mai, perché le bambine date in adozione crescono in fretta.

In sintesi, tutta la vicenda è costellata di stranezze. Le elenchiamo provando a ricostruire i fatti.

1) Nel 2013 il Comune di Turi, di concerto con l’Amministrazione, affianca alla famiglia di Rosa e Francesco, una home-maker (assistente domiciliare). Come da prassi, l’assistente ha il compito di seguire,  rieducare i genitori, favorire il dialogo all’interno del nucleo familiare, attraverso un percorso indicato dalle assistenti sociali del Comune. La situazione non è appare grave, anzi, la famiglia ce la mette tutta e migliora sotto il punto di vista della pulizia, dell’alimentazione e del dialogo interfamiliare. I progressi sono documentati sui verbali.

Poi, inspiegabilmente, il servizio viene interrotto dal Comune. L’home-maker non è più la stessa. Cambia. Il programma salta più volte. L’assessore ai Servizi Sociali dell’epoca (Mariangela Volpicella) non riesce a gestire il caso. L’abbandono porterà alle estreme conseguenze che le due bambine, Margherita aveva 1 anno e mezzo, Livia ne aveva 4, finiranno nell’Istituto “De Bellis”. L’affido in un Istituto è, tra l’altro, molto più costoso per le casse comunali. Più oneroso e meno efficiente di un assistente domiciliare, che ti segue direttamente a casa, socializza, entra nel tessuto familiare, senza necessariamente allontanare e minare l’affetto tra genitori e figli. La stessa sorte di finire in quell’Istituto toccò al figlio maggiore di Rosa e Francesco, Carmelo che oggi ha 18 anni, e a Caterina di 16 anni, l’altra figlia che ci confida di non volerci più tornare lì dentro.

2) Restando fedeli alle relazioni compilate dalle assistenti sociali, non emergono condizioni gravi da giustificare lo strappo e l’affido delle piccole Livia e Margherita. Non ci sono aggressioni o maltrattamenti da parte dei genitori. Né abusi di qualsivoglia natura. Nulla di grave. Si parla tutt'al più di pranzi a orari irregolari, come ormai capita in quasi tutte le famiglie, anche, e forse soprattutto in quelle facoltose, dove entrambi i coniugi sono istruiti e puntano alla carriera professionale, a sostegno della quale sarebbero capaci di tutto, perfino dimenticare i propri figli nei supermercati. È vero, le piccole Livia e Margherita hanno preso i pidocchi, ma non certamente a casa loro. Anche se fosse, non si giustifica l’adozione per un parassita che si annida in quasi tutte le scuola d’Italia, che si contrasta con un semplice programma di pulizia.

3) Da ottobre 2014, giorno del ricorso, fino al dramma in cui decade la patria potestà, il giudice temporeggia. Non emette sentenza. Non decide. La giustizia ha incomprensibilmente rallentato il suo corso. Invece, le bambine, per poco o niente, erano state sottratte in modo rapido, come fossero un pacco regalo da spedire per la gioia di qualcuno, che magari non potrà più avere figli.

Noi invece ci prendiamo il tempo per porci alcuni legittimi quesiti. Che tipo di relazioni intercorrono tra assistenti sociali di Turi, tribunale e famiglie che prendono in affido le bambine? Perché tutta questa fretta di portarle via da una famiglia che si stava impegnando a seguire un modello? Tanto zelo non si concilia con i rallentamenti, i disservizi e l’inerzia di sindaco e assessore Giuseppina Caldararo; quest’ultima è stata messa al corrente ma non se ne fa carico. Da un’insegnante, mamma, oltre che assessore, ci saremmo aspettati maggiore interesse e sensibilità. Dovrebbe dimettersi; sarebbe un primo passo verso la buona politica.

Il sospetto è che Comune e Tribunale abbiano adottato due pesi e due misure: chi abita le stanze del potere si è mostrato forte con i deboli (in questo caso con chi ha firmato chilometri di carte senza che qualcuno ne illustrasse il significato). E debole con i forti.

NICOLA TEOFILO

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI