Lunedì 19 Novembre 2018
   
Text Size

“La riforma del lavoro vogliamo farla, non subirla”

CGIL Turi

Come in molti altri comuni pugliesi, anche a Turi, martedì scorso, la Fiom Cgil ha organizzato un dibattito sul tema della riforma del lavoro e della desertificazione industriale. L’obiettivo era quello di delineare una “mappa del lavoro”, trovare la strada dell’occupazione in un sistema metropolitano sempre più complesso. Ha introdotto il consigliere Vito Notarnicola, coordinatore della Cgil di Turi, mentre ha chiuso la discussione l’intervento di R. Antonio Pepe, Segretario Generale della Fiom Cgil di Bari. Il saluto di apertura è stato invece affidato al sindaco Menino Coppi, secondo il quale le proposte del Governo non costituiscono un attacco alla civiltà, né un ritorno al passato. Qualche parolina un po’ salata sui sindacati: “Le rivendicazioni sindacali hanno senso se raggiungono risultati, altrimenti diventano solo battaglie di bandiera. – e aggiunge – Io penso che sia necessario cambiare, promuovere azioni che riducano la precarietà, non si possono solo difendere le conquiste realizzate nel passato. Ora non abbiamo bisogno di grandi principi, ma di atti di concretezza”. Infine punta il dito contro i non meritevoli: “Non possiamo difendere persone che credono di non avere doveri”. Il microfono passa a Notarnicola, che sottolinea la sua posizione differente rispetto a quella di Coppi, ma aggiunge: “Su alcuni argomenti abbiamo delle divergenze ma lavoriamo benissimo insieme”. Si entra poi nel merito del soprannominato Job acts, il decreto legge “Misure urgenti per favorire il rilancio dell'occupazione”. Il coordinatore prende a spiegare alcuni punti di maggiore rilevanza del documento, aprendo il dibattito su pensioni, precariato, sulla miriade di contratti a termine, sulla difficile condizione di molti giovani e padri di famiglia. Ed è proprio a questo punto che gli animi si scaldano e arrivano i primi interventi.

Il signor Nicola è in cassa integrazione. La sua azienda non lo ha più chiamato, nonostante abbia constatato spesso la presenza di nuovi volti, perlopiù giovani, ogni qualvolta vi si recasse per informazioni. “Che sto a fare? Ad ammuffire? – si chiede –- Mandatemi in pensione”. La signora Tonia lavora da quando ha 11 anni. “Chi sta sulla sedia ha diritti acquisiti – afferma con tono energico. –  Tutti questi contratti a cosa mi servono? Io non posso andare in pensione per questo. Vogliamo fare qualcosa?” Nicola è un ragazzo come tanti, padre di famiglia con mutuo sulle spalle: “Noi ragazzi siamo operai al guinzaglio.  I titolari oggi comandano. Non possiamo dire nemmeno una parola perché altrimenti siamo fermi. Io ho tre bambine e un mutuo. Che cosa devo fare? Se voi non ci tutelate, che cosa dobbiamo fare noi? Abbiamo bisogno di respirare. Io lavoro otto ore di fila, senza nemmeno andare al bagno”. Mary Moschetti è una bella ragazza di 20 anni, diplomata all’Istituto Alberghiero. Il suo intervento si concentra su quella parte del Job Act che prevede per gli istituti professionali duecento ore di stage senza nulla in cambio, nemmeno i rimborsi: “Nel mio settore chiamano quando si va a scuola. Ora non mi assumono come personale extra perché preferiscono utilizzare le duecento ore di stage, piuttosto che pagare personale”. Interviene anche Giovanni, pensionato, ex sindacalista, ex dipendente ed ex imprenditore: “Le ho viste tutte le sfaccettature della vita. Io che sto in pensione dal 2000 incomincio ad aver paura di non poterla prendere più. Se non si assumo i ragazzi, come si pagheranno i contributi per le nostre pensioni?”. Gianvito, 29 anni, impiegato all’Agenzia delle Dogane: si dice contrario all’abolizione dell’articolo 18. “Gli strumenti ci sono”, basta “sburocratizzare” e incentivare, soprattutto i dipendenti pubblici, eliminando i premi di produzioni concessi fino ad ora “a pioggia”. La parola torna a Notarnicola, il quale ribadisce l’importanza dell’unione: “Cambiare significa fare una riforma del lavoro che elimini le 36 tipologie contrattuali. Diversamente non fanno altro che dividere il corpo elettorale. Più i lavoratori sono divisi, peggio è. Cambiare significa semplificare. Cambiare significa cercare di mettere su innovazioni di processo e prodotti, dare accesso ai giovani. Innovare vuol dire: lavoratori, da soli non si va da nessuna parte. Innovativi e mettetevi insieme”. Conclude l’incontro il dott. Pepe, il quale si dice dispiaciuto che il Sindaco sia andato via e afferma: “Non voglio che passi l’idea che noi difendiamo tutti a prescindere – e poi aggiunge – La politica non si è interrogata sul perché la gente non si fida più di nessuno, nemmeno del sindacato. Per scongiurare questo, veniamo in mezzo alle persone e ci mettiamo la faccia.  Siamo i primi a voler cambiare questo Paese, ma con altro programma”. E di nuovo si torna sulla questione dei contratti di lavoro, delle pensioni, degli investimenti nel nostro Paese che continuano a diminuire, per concludere con le seguenti parole: “Noi la riforma del lavoro la vogliamo fare, non la vogliamo subire”. 

Commenti  

 
fattore k
#1 fattore k 2014-11-28 00:06
aveste voluto farla la riforma ci avreste dovuto pensare già tempo addietro. Mi pare piuttosto che sia più facile smontare una riforma altrui piuttosto che farne una propria. Chi ci sta mettendo la faccia è chi l'ha proposta la riforma e visto che da tempo non si vede un cavolo..il cavolo è meglio che niente. Nel caso il cavolo non serva a fare quanto promesso il primo a rimetterci è chi l'ha proposta. Troppo facile al contrario..di disfattisti ne abbiamo le tasche e i paesi europei ci hanno messo già in saccoccia da tempo.Quello che abbiamo subito fino ad oggi è l'alternanza dele solite facce al governo per non vedere muoversi nulla. Fatevi un bell'esame di coscenza va..che è meglio!!
Citazione
 

Aggiungi commento

rispettando il regolamento http://regolamento.lavocedelpaese.it/

ULTIMI COMMENTI