Lunedì 12 Novembre 2018
   
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A Napoli per parlare del “Made in Italy”

Nel pullman durante il ritorno

Ha partecipato anche una delegazione turese al convegno della Coldiretti organizzato per la giornata di mercoledì 28 maggio presso il Teatro Palapartenope di Napoli. Circa 2000 pugliesi riuniti al grande ‘Incontro Territoriale Coldiretti’ al Palapertenope di Napoli, nel corso del quale è stato inaugurato il “Laboratorio” per conoscere come sono cambiati i cibi nel corso degli ultimi anni e stilare la prima classifica dei prodotti agroalimentari più contaminati.

Contro i veleni nel piatto, bisogna mangiare cibo ‘made in Italy’ è il messaggio lanciato durante l’incontro dove è stato focalizzato il record del 99,8% per cento di campioni regolari di frutta, verdura, vino e olio, con residui chimici al di sotto dei limiti di legge.

Durante la conferenza della Coldiretti

Sono ormai diversi gli anni che la Coldiretti Puglia denuncia l’importazione da Paesi comunitari ed extracomunitari di prodotti di dubbia qualità che, per poter sopportare lunghi periodi di trasporto, sono trattati con sostanze chimiche atte a preservarne solo l’aspetto del prodotto. Contro i grandi veleni del piatto, il primato di sicurezza spetta al Made in Italy grazie all'impegno degli imprenditori agricoli che hanno diminuito l’uso di fitofarmaci tossici, impiegano sistemi di coltivazione ecocompatibili che ha permesso all'Italia di conquistare il record nella capacità di utilizzo delle risorse comunitarie e la leadership in Europa per il biologico con oltre un milioni di ettari coltivati.

“Oggi dobbiamo lavorare sull'innovazione – ha detto il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola -, attirando i giovani in agricoltura, giovani che ad un certo punto non sono più riusciti a trovare le giuste ragioni per restare in agricoltura. Siamo la regione delle eccellenze agroalimentari, dalla pasta al vino rosato, che abbiamo tentato di tutelare e promuovere a livello comunitario attraverso grandi battaglie ed il Marchio Prodotti di Puglia".

La Puglia è purtroppo invasa da prodotti provenienti dall’estero e spacciati per ‘made in Italy’: olio, uva, agrumi, ortaggi, quali cavoli e broccoli, meloni e angurie, ciliegie melegrane, peperoncini, aglio quasi tutto rigorosamente cinese e finanche i famosi lampascioni, ormai più tunisini che pugliesi. Con il 61,5 per cento dei campioni risultati irregolari per la presenza di residui chimici è il peperoncino proveniente dal Vietnam il prodotto alimentare meno sicuro in vendita in Italia che, nel corso del 2013, ne ha importato ben 273.800 chili per utilizzarlo nella preparazione di sughi tipici come l’arrabbiata, la diavola o la puttanesca piccante e per insaporire l’olio o per condire piatti senza alcuna informazione per i consumatori. Tutto questo, nel Dossier “La crisi nel piatto degli italiani nel 2014”, presentato dalla Coldiretti anche con una esposizione della “Classifica dei cibi più contaminati”, elaborata sulla base delle analisi condotte dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa) nel Rapporto 2014 sui Residui dei Fitosanitari in Europa.

 “Oltre 1,8 milioni di tonnellate di grano duro entrano in media ogni anno in Italia, di cui il 56,5% con destinazione Bari - continua il Direttore della Coldiretti Puglia, Angelo Corsetti - circa 2.000.000 quintali di olio, quasi pari alla produzione regionale, importati ogni anno per essere miscelati con quello del nostro territorio, mentre sfuggono ad ogni possibile calcolo le importazioni di olio - non di oliva - che si trasformano nel prezioso oro pugliese, così come dimostrato dall’ottima attività investigativa del Comando NAS di Bari; oltre 86 milioni di quintali di latte, cagliate ed altri derivati importati in Italia annualmente, di cui circa 1.600.000 provenienti soprattutto da Germania, Repubblica Ceca, Austria, Ungheria, Slovenia e Francia, giungono direttamente ad oltre 50 aziende lattiero-casearie pugliesi. L’Italian sounding rappresenta la forma più diffusa e nota di contraffazione e falso Made in Italy nel settore agroalimentare. Sempre più spesso, la pirateria agroalimentare internazionale utilizza, infatti, denominazioni geografiche, marchi, parole, immagini, slogan e ricette che si richiamano all’Italia per pubblicizzare e commercializzare prodotti che non hanno nulla a che fare con la realtà regionale”.

Tra l'altro sono importati dalla Cina oltre 80 milioni di chili di pomodori conservati destinati con la rilavorazione industriale a trasformarsi in prodotti 'Made in Italy'.

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