Venerdì 16 Novembre 2018
   
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“Tramite questi sguardi, riconsegniamo il carcere ai turesi”

carcere e giovani

Ulteriori passi di un cammino fatto di  novità, consapevolezze  e crescita. I giovani della Consulta di Turi hanno nei giorni scorsi vissuto una nuova coraggiosa esperienza:  in concerto con il servizio per la pastorale giovanile della nostra diocesi, hanno varcato la soglia del carcere di Turi da missionari. Valentina Campanella, Vincenzo Maselli, Anna Lisa Pontrelli e  Miriam Valerio hanno fatto parte di una squadra di missionari impegnati in una full immersion nel mondo del carcere della durata di quattro giorni, dal 15 allo scorso 18 marzo. Accompagnati da don Stefano Mazzarisi, responsabile del servizio per la pastorale giovanile della diocesi di Conversano – Monopoli, da  don Nicola D’Onghia, cappellano del carcere, dagli instancabili Leonardo  e Nicola, e da missionari provenienti da Conversano, Castellana e vari paesi della diocesi, tra cui due diaconi, Mario e Carlo, presto sacerdoti, i quattro giovani turesi hanno vissuto una esperienza senz’altro fuori dall’ordinario,  forte e indimenticabile. “Da evangelizzatori siamo stati evangelizzati” sorride don Stefano a conclusione della missione. La mattina del 15 marzo, in episcopio, a Conversano, mons. Padovano ha conferito ai missionari il mandato. È stato inoltre consegnato ad ognuno un crocifisso, segno tangibile dello spirito che ha mosso i passi dei partecipanti. “Siamo andati  in carcere a cercare Gesù, lo abbiamo trovato e ci ha sorpreso ancora una volta” continua don Stefano “la nostra intenzione è stata anche quella, tramite gli occhi di questi giovani, di riconsegnare il carcere ai turesi.” Nel pomeriggio di sabato, il primo ingresso in carcere: qualche timore ma tante aspettative. Sono seguiti quattro giorni intensi, di celebrazioni eucaristiche, di condivisione, di racconti reciproci di storie di vita diverse. Martedì  i missionari hanno pranzato in cella, condividendo il pasto dei detenuti. carcere e giovaniAl termine della missione, hanno lasciato in carcere un segno non soltanto della propria presenza, ma anche di quella della comunità: una  croce in legno su cui i parrocchiani delle tre comunità turesi avevano apposto la propria firma. Un modo per sottolineare, anche visivamente  la vicinanza della gente, anche di chi  nei giorni della missione è rimasto fuori. I missionari hanno lasciato in carcere anche un ulivo bonsai: una vita di cui prendersi cura, simbolo senza tempo della pace. In parrocchia, invece, resta un mattone su cui è stata riportata la frase simbolo della missione: Gesù, mi dai la forza di essere migliore. Un primo mattone su cui costruire non una nuova chiesa, ma un nuovo sguardo sul mondo. Infine, a conclusione della missione, una concelebrazione eucaristica martedì pomeriggio nella parrocchia di san Giovanni. Ha celebrato l’arciprete don Giovanni Amodio, che ha raccontato della prima volta in cui, assieme a mons. Padovano, entrò nel carcere di Turi: “Ammetto di avere avuto all’inizio un po’ di paura.” E la scoperta, negli occhi di tutti, di un mondo che in realtà non è come lo si immagina e lo si dipinge dall’esterno. “Io ho cambiato il mio punto di vista sul carcere” afferma una delle missionarie turesi, Valentina,  tangibile la sua commozione a missione conclusa “prima lo vedevo come una struttura estranea, nonostante fosse al centro del paese. Adesso so che dietro quelle mura ci sono persone, e storie, che meritano la nostra attenzione.”  “Questa esperienza ha cambiato il mio modo di pensarmi” sottolinea Vincenzo,  riflettendo sulla propria carriera militare “Adesso so che anche in chi ha al polso le manette c’è una umanità da rispettare sempre”.  “Mi ha molto colpito una affermazione di un detenuto” sottolinea don Nicola “ha detto di essere felice perché, tramite i giovani che hanno partecipato a queste giornate, potrà ‘uscir fuori’ da quelle mura la consapevolezza che il carcere non è soltanto luogo di sofferenza, di colpa e di punizione, ma anche un luogo che conosce la fraternità, l’amicizia, la condivisione.”  “Se il Signore ha voluto che a Turi ci fosse un carcere” afferma Miriam, scardinati ormai i muri della indifferenza “vuol dire che sapeva che i turesi avrebbero potuto occuparsene.” Resta infatti un pensiero per il futuro: nuove missioni da organizzare,  il pensiero della Pasqua ormai prossima e la voglia di condividere anche con i carcerati la grande gioia di Gesù risorto. Più imminente, l’appuntamento dell’8 aprile, quando i missionari si incontreranno nuovamente in chiesa Madre, per raccontare con maggiori dettagli questa esperienza. Che, se resta isolata e non scardina il tabù della presenza del carcere all’interno della comunità turese, non porterà frutto. “La vera missione inizia ora” sorride Anna Lisa. 

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