Lunedì 19 Novembre 2018
   
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All’ITES “S. Pertini” una giornata per non dimenticare

 mario limentani35

Le parole non sono sufficienti a raccontare quello che gli occhi hanno espresso. Qualche timida lacrima ha bagnato il viso dei presenti, ragazzi e docenti, che hanno assistito nella mattinata del primo febbraio alla “Giornata della Memoria” organizzata presso l’ITES “S. Pertini” di Turi.

Nella sala teatro dell’Istituto turese, il preside Erminio Deleonardis, il prof. Osvaldo Buonaccino d'Addiego, tutto il corpo docente e non docente e gli studenti hanno applaudito alla toccante mattinata dedicata alla Shoah. “Perché i ragazzi non devono dimenticare e ricordare è doveroso per costruire un futuro migliore, affinchè ciò che è stato, non si ripeta più” – ha commentato con grande commozione il dirigente scolastico alla platea formata anche dagli studenti delle scuole medie di Casamassima e Sammichele. “Insegnare ai più giovani a leggere il passato è indispensabile perché ci sia un’educazione alla pace” – ha continuato Deleonardis, rimembrando il passato della sua famiglia e del proprio genitore, prigioniero in Russia. “Sono dodici anni che a scuola celebriamo questa giornata, per non dimenticare ciò che è stato – ha aggiunto il professor Buonaccino che sin dal mese di novembre ha lavorato per organizzare la manifestazione ma, tristemente aggiunge che – purtroppo la “lista” dei testimonisi va esaurendo e molti di loro, non ci sono più. Perdere la possibilità di ascoltare dalla voce dei testimoni quanto è stato, significa per i ragazzi, e per tutti noi, non poter più “toccare” la Shoah”. Pertanto a tutti il compito di trasmettere e di ricordare che quanto detto e visto è ciò che è stato.

Prima di lasciare spazio alla testimonianza di Mario Limentani, romano di adozione e di origine ebraica, fortissima emozione ha lasciato l’interpretazione de “Il Canto Del Lager” dell’Associazione Culturale Teatrermitage di Molfetta con un documento sul processo di Francoforte, uno dei processi che portarono a conoscenza le violenze e l’orrore dello sterminio nazista. Gli attori, in un susseguirsi di scene, hanno testimoniato quanto vissuto dai nove milioni di deportati nei campi di concentramento, trattati come ‘stüèke’ – capi, cavie da laboratorio, cibo per i sopravvissuti. “Vedemmo scheletri vagare per il campo” – ha recitato un figurante prima di lasciare spazio ai modi di morire, scelti dalle SS. “Le fucilazioni erano eseguite il mercoledì e il venerdì”. L'inferno del Lager per antonomasia, Auschwitz, è disegnato nella sua estensione e profondità; le sue installazioni descritte con rigore catastale; l'iter del detenuto, anzi dello Haftling, se vogliamo conservare, come titolo d'onore, questa qualifica che ha accompagnato nella morte milioni di innocenti, è minuziosamente tracciato dalla sosta sulla banchina ferroviaria al forno crematorio.

Questo inferno è ricostruito tra il dicembre del 1963 e l'agosto del 1965 durante uno dei più scioccanti processi, quello di Francoforte, in cui comparvero come imputati un gruppo di SS e di funzionari del campo di Auschwitz per crimini commessi nei confronti di Häftlinge internati nel lager.

Accuse, testimonianze di alcuni tra i sopravvissuti, difese, tutte egualmente, se pure per ragioni diverse, atroci, si dispongono in un susseguirsi che alla prima apparenza sembra anonimo ed incolore, ma in realtà nel suo metodico incalzare giunge ad una tensione drammatica e morale altissima. La testimonianza si trasforma in poesia e la poesia integra ed approfondisce la storia e ne mostra la più profonda verità umana.

Raccontare, di nuovo e ancora, per sempre, perché il difetto di conoscenza può ancora generare simili mostruosità. Con la regia di Vito d’Ingeo, seguiti dalla dott.ssa Calò ed interpretato da Tiziana Gerbino, Donatello Di Bari, Anna Maria La Stella, Silvia Mastropasqua e Leonardo Vasile, “Il Canto del Lager” ha lasciato un ai presenti uno stato di inettitudine, apprendendo che nel solo campo di Auschwitz 20mila persone sono state fucilate dinanzi alla parete nera, circa 30mila furono ammazzati con il fenolo iniettato direttamente nel cuore, migliaia di detenuti trovarono la morte nei Bunkerblock, il canile senza vitto e un numero indefinito furono uccisi con il Zyklon B, il gas usato per le morti di massa.

Raccontare quel che è stato, non significa spaventare. Vuol dire non dimenticare.

 

Mario Limentani: perché raccontare è un dovere

A lui una pergamena di riconoscimento per il suo impegno a portare nelle scuole e per tutta l’Italia un grido di pace e dell’importanza di non dimenticare. Consegnata dalle mani del Preside Deleonardis, Limentani ha commosso i ragazzi dell’istituto con la sua scioccante parola. “Ho iniziato a parlare solo dopo circa 40 giorni dalla liberazione” – commenta il testimone prima di lasciare spazio ai ricordi.

Minuti trascorsi ad ascoltare la sua voce, spesso interrotta dall’emozione, dalla tristezza e dalla rabbia di un ottantanovenne che ha trascorso la sua adolescenza in prigionia. Si comprende come molte cose sono difficili da essere espresso, non per la complessità del messaggio, quanto dall’atrocità dell’accaduto. “Cose che mi sono rimaste impresse, sono passati cinquantasette anni e mi pare di essere rimasto sempre lì”. Ebreo d’origine, classe 1923, all’età di 17 anni, fu stato catturato dai fascisti.

“Il 4 gennaio del 1944, da Regina Celi dove fui imprigionato, alle quattro e mezza di mattina ci diedero la sveglia, ci incatenarono cinque per cinque e ci portarono alla Stazione Tiburtina. Ci caricarono, ci misero in un vagone, settanta persone per vagone, ci rinchiusero, solo una ventina potevano stare seduti. Partimmo, abbiamo viaggiato due giorni e due notti per arrivare a Monaco di Baviera. Arrivammo verso mezzanotte e andammo al campo di concentramento di Dachau, ma ancora non sapevamo nulla, credevamo di andare in un campo di lavoro come avevano detto. Ci rinchiusero nella baracca delle docce, ci lasciarono là un po' di giorni, non sapevamo nulla ancora. Poi la mattina ci svegliarono, ci presero e ci portarono a Mauthausen. L'11 gennaio del 1944, verso le undici, mezzogiorno arrivammo a Mauthausen.

Arrivati a Mauthausen, ci misero sulla destra, dove c'è il muro del pianto e fecero l'appello. Ancora non sapevamo, non si vedeva niente, la neve era alta, faceva freddo, venti gradi sotto zero. Quando chiamavano un ebreo si doveva uscire dalla riga. Ci misero nella baracca dove sotto ci sono le docce”.

“Finito di fare la doccia, ci fecero uscire senza asciugarci, senza vestirci, ci mandarono al blocco di quarantena che stava giù in fondo. Entrammo là e c'erano i nostri compagni. Quando ci videro quei poveracci ci dissero "Ma che vi hanno fatto, perché vi hanno fatto così…" e noi chiudevamo gli occhi e dicevamo "Non lo sappiamo". Ci avevano dato il vestito e da quel momento non sentimmo più il nostro nome, da quel momento il mio nome era "zweiundvierzigzweihundertdreissig" e cioè 42.230”.

Ordinato a lavorare in una cava “siete fortunati ad essere ancora vivi” – fu detto a lui e ad altri ebrei. “Lì morivano tutti i giorni duecento, duecentocinquanta persone perché bastava perdere l'equilibrio e si cadeva. Finito il nostro lavoro dovevamo prendere i cadaveri, metterceli sulle spalle e andare su. Li posavamo per terra e gli addetti ai forni crematori venivano a prenderli. Poi noi ritornavamo alla baracca numero cinque. In questa baracca non c'erano le cuccette, come nelle altre baracche. Si doveva dormire per terra, in un posto in cui potevano starci cento, centocinquanta persone eravamo in duecentocinquanta. Per fortuna è durata solo quattro mesi, anche se quattro mesi lì sembravano quarant'anni. Da lì poi ci mandarono a Melk”. Qui, anora segnati dalla stella ebraica, “si lavorava dodici ore di giorno e dodici di notte”.

“Da Melk a Ebensee andammo a piedi, sempre a piedi. Quella era la marcia della morte. Se vedevo che un mio compagno stava per cadere non potevo sorreggerlo perché altrimenti le SS sparavano prima me e poi lui”. Ancora un lavoro in galleria fino all’estremo delle forze “là non capivo più niente, non mangiavo, non capivo più niente”.

“Quando arrivò il 5 maggio il campo di Mauthausen fu liberato, mentre Ebensee venne liberato il 6 maggio alle 14.30. Entrarono gli americani e sfondarono. Vedevo tutto però non ebbi quella gioia di piangere dicendo "Sono libero!", non capivo nulla. In città mi spogliarono, mi lavarono, mi pesarono, pesavo ventisette chili e due etti”.

Ritornai a Roma il 27 giugno.

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