Lunedì 19 Novembre 2018
   
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MI RITORNI IN MENTE

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La pallavolo a Turi è nata per gioco. Era la cenerentola del calcio, ma a distanza di 40 anni la realtà è che la pallavolo disputerà il campionato nazionale (B2) sia maschile che femminile e il calcio “morì e fu sepolto”.

Le danze di questo lungo percorso vengono aperte dal prof. Filippo Arrè, fratello del compianto Giacomo. Abbiamo trascorso molto tempo insieme per ripercorrere in modo minuzioso quel periodo che è stato la base dei successi attuali.

La pallavolo a Turi dai tornei C.S.I. passa alla prima divisione provinciale, il fondatore è stato tuo fratello, ricordi sbiaditi ma fondamentali.

“Circa 40 anni fa un gruppo di ragazzi animati da coraggio ed entusiasmo fondò una società sportiva denominata Volley Club, trasferendo la propria passione a tanti ragazzi …”Potrebbe cominciare in tal modo il racconto di una storia, di un’esperienza che ha inciso su una realtà di un paese come tanti.

Tralasciando una ricostruzione meticolosa della parabola ascendente e discendente di questa società perché sarebbe molto lunga, meglio adatta ad un libro che ad una intervista, ritengo più corretto partire da quelle immagini che sono alcuni ricordi più o meno importanti e significativi, anche di una fase della mia vita. Giacomo Arrè, mio fratello, è stato uno dei fondatori di quella società, divenendone presidente. Una figura, insieme con gli altri, molto presente anche nel rimboccarsi le maniche e “sporcarsi” le mani con lavori manuali in quei tempi del tutto normali per quella disciplina sportiva: fissare i pali, mettere i tiranti, tendere la rete il più possibile, tracciare le linee. Queste ed altre mansioni erano necessarie e non ci si vergognava di certo. Accompagnare i ragazzi con le proprie auto alle partite e tutto quello che in assoluta economia, senza aiuti pubblici se non più che esigui, si doveva fare perché quei sacrifici avessero un risultato, tutto era fatto senza tirarsi indietro. Erano comunque pochi, lo facevano per passione riuscendo a scuotere un ambiente poco propenso a darsi una mossa.

Non so quanto possa coinvolgere una storia, sia pur di una società sportiva, in un contesto in cui praticamente non esiste memoria storica in senso ampio e si guarda in modo acritico al presente accettando supinamente, ma penso sia giusto tener conto delle difficoltà in cui si operava e si giocava: campi da gioco (largo pozzi, il cortile della scuola elementare) rigorosamente all’aperto sulla “cilindrata”, almeno fino alla consegna della palestra della scuola media. Un ricordo legato a largo pozzi è una amichevole con lo stellare Giovinazzo nel 1972: il mio primo approccio con questo sport che continua ad essere una delle mie passioni. Come non ricordare le tante partite giocate nelle medesime condizioni anche fuori casa, a volte con estremi climatici: Locorotondo con il nevischio insistente, Cellamare con raffiche di scirocco a 50-60 kmh, Rutigliano con il campo in pendenza, Sannicandro con il sole implacabile e frontale per 2 set su 3, ecc.

Erano ancora poche le palestre, tra l’altro oggi sarebbero non omologabili, in cui si giocava in condizioni a volte difficili: scarsamente illuminate, fredde, con pavimentazioni poco adatte alla pallavolo. Ma la Federazione acconsentiva, pur di far giocare i tantissimi ragazzi che si erano fatti ammaliare da questo sport, sacrificando il tempo libero, la scuola e quindi lo studio (spesso e volentieri), a volte anche i primi amori. Che dire poi del boom che la pallavolo ebbe a Turi, con un fiorire di campi da gioco molto artigianali, che consistevano nel tendere un filo da un muro all’altro per strada e … si giocava! Da questo tipo di umiltà e di modestia sono venuti fuori tanti buoni giocatori, giocatori che non percepivano alcun compenso. C’era qualche sigaretta che veniva promessa, a volte nemmeno più data, c’era il grande piacere di stare insieme, fare qualcosa che certo a volte era autocompiacimento, ma che si rifletteva su tutto l’ambiente paesano, pur nell’assenza e nell’incapacità di comprendere, da parte dell’amministrazione pubblica, quanto uno sport praticato in ambienti idonei, con una minima sicurezza economica, potesse e possa apportare benefici ad una comunità”.

Sei sempre stato uno dei componenti più competenti di quel periodo, presidente Stefano Rossi, primo campionato in serie C. Raccontaci.

“L’annata 1979/80 è stata eccezionale, la società raccoglie i frutti di tantissimi sacrifici, con una squadra di atleti quasi tutti turesi, tranne Michele Lucinio e Mario Gasparro; una squadra che vinse in maniera clamorosa, rimontando posizioni su posizioni, dopo una partenza difficile e raggiunge il diritto a partecipare alle finali a 4 che si svolgono a Mottola contro squadre più titolate ed ambiziose come Castellana, Gioia e Capurso. Sono tantissimi e bellissimi i ricordi delle giornate di Mottola, il sorteggio che sospettavamo pilotato per avvantaggiare Castellano e Gioia, l’entusiasmo che accompagnava la squadra, il vigore assolutamente naturale con cui tutti i giocatori affrontarono le partite, la tonsillite con la febbre alta dell’allenatore Vincenzo Di Pinto, che non potette muoversi da casa, il flop delle squadre titolate, l’incredulità dei tifosi avversari, lo scatenarsi della gioia dei turesi che non riuscivano a credere a quello che stava accadendo in campo, una squadra pluripremiata per la prova dei suoi giocatori … insomma un’emozione che ancora oggi si fa sentire i suoi effetti. Ed infine una scena indimenticabile per il nostro paese: un nutrito gruppo di tifosi si dirige verso il palazzo del Comune per chiedere a gran voce un “palazzetto” dove far giocare la squadra in serie C; penso che sia stata l’unica occasione in cui questo paese abbia avuto un sussulto di protesta nei confronti di una’autorità.

Superate le finali bisognava affrontare ben altre situazioni anche organizzative. La squadra doveva essere rafforzata, la società riorganizzata con una struttura in grado di sostenere competizioni, campionati, più onerosi dal punto di vista economico. Creare quindi le basi solide che avrebbero permesso di affrontare nuove esigenze. Il campionato richiedeva spese diverse e poi… il problema campo di gioco. Viene confermato, come era logico, Vincenzo Di Pinto; si decide di proseguire con la stessa squadra che aveva affrontato e vinto il campionato precedente. Un grande problema era il campo di gioco. La palestra di Turi era omologabile per partite senza pubblico: dopo tanti sacrifici sarebbe stato assurdo giocare senza tifosi, per cui si decise di chiedere ospitalità al comune di Sammichele che concesse la propria palestra. Eravamo consapevoli di partire con una squadra apparentemente debole, ma avevamo una riserva di entusiasmo che pensavamo ci avrebbe aiutato a superare almeno qualche difficoltà; la realtà fu diversa, una squadra giovane e quindi inesperta, un po’ di confusione a livello societario. Le sconfitte a volte sono state enfatizzate un po’ troppo, ricordo la perdita di un set 15-0 a Sulmona. Durante il campionato la società decise di esonerare Vincenzo Di Pinto, dopo la sconfitta di Sulmona: il classico tentativo simil calcio per scuotere l’ambiente. L’amarezza per la retrocessione non mette assolutamente in secondo piano quanto è stato possibile apprendere in termini di competenze in tutto quel bellissimo periodo; l’entusiasmo e la passione, ma anche l’incoscienza, l’inesperienza, gli errori che servono a ricostruire, a ripartire, sono aspetti importanti per imparare ad affrontare situazioni, a prendere decisioni, a confrontare le esperienze con altre persone, a diventare più concreti”.

In quegli anni nasce la “stella” Vincenzo Di Pinto, rapporto odio-amore, perché?

“Vincenzo Di Pinto è molto giovane quando siede in panchina, ventenne o poco più, coetaneo di altri giocatori che dirigeva, persona tenace, consapevole del ruolo che stava assumendo e della responsabilità che gli viene conferita, probabilmente sente solleticato l’amor proprio e risponde decidendo di affrontare il futuro, facendo trasparire poco il lato tormentato dai dubbi del suo carattere.

Era una scommessa? Probabilmente bisognava giocarla allora, del resto era stato per così dire fino al giorno prima un giocatore come gli altri, aveva una visione ampia e corretta, personalità sicura e forte (apparentemente almeno), un buon ascendente che si è rafforzato con il passare del tempo, con risultati sempre più positivi, aveva potenzialmente un grande gruppo di giocatori a disposizione e infine, non me en voglia, ha avuto sempre anche una buona dose di fortuna, tranne che in occasione dell’esonero… anche se poi da quell’esonero è partita ben altra carriera per lui.

Ho un’immagine curiosa ed indicativa del suo modo di fare da ricordare: la palestra della scuola media era anche il luogo dove si faceva lavoro di “pesi”, poiché la società non aveva possibilità economiche per acquistarli, venivano costruiti in modo artigianale.

Di Pinto era ed è un grande lavoratore in palestra, ho avuto tante conferme assistendo ad allenamenti a Gioia del Colle. Di Pinto ha spiccato il volo da Turi, paradossalmente proprio grazie all’esonero, proprio dopo un “fallimento”, una sconfitta personale (la prima), mietendo successi altrove, raggiungendo mete insospettabili. Se fosse stato un incompetente, come lo ritiene qualcuno, non avrebbe allenato squadre di notevole livello, probabilmente la sua famosa fortuna gli ha dato la possibilità di avere sempre, o quasi, giocatori validi, spesso di livello elevato, ma ripeto senza competenze non si va da nessuna parte.

È una persona di cui si parla, anche in senso non del tutto positivo, probabilmente per alcuni aspetti del suo carattere che sconcertano, per una certa spregiudicatezza che gli viene imputata”.

Perché ti sei defilato dalla pallavolo?

“Penso che ad un certo punto sia naturale che subentri una specie di “nausea”, noia, mancanza di stimoli o non so cos’altro. Fatto sta che per un periodo ho staccato la spina. Poi ho ripreso poco alla volta a riavvicinarmi come osservatore provinciale degli arbitri, una esperienza molto positiva.

Non mi sono quindi defilato, anzi, è cambiato il mio ruolo, le situazioni sono molto tranquille, non ho assilli dirigenziali o da factotum. La pallavolo che ha rischiato di diventare una ossessione, è oggi per me una passione piacevole”.

In molti definiscono la pallavolo turese “proprietà privata” , è vero?

Non so esattamente a cosa ti riferisci. Se ti riferisci alla gestione della società attuale della pallavolo che possa considerare se stessa come la depositaria unica, assoluta di questo paese, la percezione c’è ed è naturalmente negativa, perché una società dovrebbe sempre aprirsi ai contributi esterni, sempre molto importanti. Fra l’altro le due società non hanno nulla in comune, per storia e sviluppo di una esperienza, tranne per la presenza molto isolata di qualche rappresentante del passato nella società attuale. Se mi poni una domanda del gente vuol dire che tale percezione c’è e presuppone anche un inconscio timore di un confronto, da te captato”.

Ritorneresti? A quale condizione? Ti accetterebbero?

“Sarebbe molto facile liquidare la domanda con una battuta ovvia, che per sposarsi bisogna essere in due. Ma al di là della battuta, credo di aver già espresso ampiamente quello che la pallavolo è per me ora, quando certe esperienze ormai le consideri già fatte e quindi chiuse. Le nostre strade hanno seguito direzioni diverse, molto diverse, coerenze diverse”.

Chi sostiene che ritornare al passato è errato, dopo questa intervista al prof. Arrè, spero che un po’, in cuor suo, si sia ricreduto!?! È evidente il suo amore verso la pallavolo, lo difende, lo attacca, non cade in provocazione e in domande tendenziose. Profondo è quando ammette che tra il passato e il presente c’è diversa coerenza. La cultura non si vende all’ipermercato, lui poteva (doveva?) anche “accendere qualche cerino nel pagliaio”, ma la sua ragione  ha fatto sì da essere diplomatico. Il nostro prof. , diciamo, che ha superato la prova. Grazie, Filippo.

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